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"Pd allo sbando nelle periferie, ma in Puglia vincerà con Emiliano"

“Ci sono tutte le condizioni perché il Partito democratico vinca le regionali in Puglia: Michele Emiliano è un ottimo candidato. Ma il punto è che nelle periferie il Pd è allo sbando, sembra una caravella su cui salgono affaristi e opportunisti, con il placet della segreteria nazionale distratta e interessata solo a cacicchi locali”

BRINDISI – “Ci sono tutte le condizioni perché il Partito democratico vinca le regionali in Puglia: Michele Emiliano è un ottimo candidato. Ma il punto è che nelle periferie il Pd è allo sbando, sembra una caravella su cui salgono affaristi e opportunisti, con il placet della segreteria nazionale distratta e interessata solo a cacicchi locali”.

L’analisi politica alla vigilia delle elezioni regionali e amministrative viaggia con venature quanto mai polemiche nei confronti del premier nonché segretario del Pd Matteo Renzi e porta la firma dell’onorevole Alfredo D’Attorre, componente della direzione nazionale del partito ed “ex” della Commissione Affari istituzionali, essendo reduce dall’epurazione che ha portato a mettere una croce sopra dieci esponenti della minoranza “Dem”, fra i quali ci sono volti storici come Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi: D’Attorre & Co sono stati ritenuti nemici giurati alla vigilia del confronto sulla nuova legge elettorale tenuta a battesimo con il nome di “Italicum”.

L’argomento nuova legge elettorale è stato oggetto del dibattito organizzato da Left-Brindisi,  questo pomeriggio nel capoluogo, a cui è stato invitato il deputato, classe 1973, approdato in Transatlantico da Melfi.

“La qualità e il futuro della democrazia. Il valore e il peso del voto dei cittadini”: c’è ancora spazio perché gli italiani siano ascoltati quando sono chiamati alle urne? In altri termini l’Italicum può costituire effettivamente una svolta dopo il Porcellum?

“E’ una legge del tutto squilibrata poiché rischia di ridurre gli spazi di partecipazione democratica e di portare avanti un unico partito, motivi per i quali riteniamo che siano quanto mai indispensabili due correzioni. La prima: restituire agli elettori la effettiva possibilità di scelta dei parlamentari, altrimenti non ha senso parlare di elezione. La seconda: evitare che una sola lista, senza alcuna alleanza, prenda il premio di maggioranza, magari dopo aver conseguito anche meno del venti per cento. Sembra un paradosso”.

Ma non sembrano esserci i margini per un confronto in aula, nel caso in cui si dovesse procedere con il voto segreto e con la fiducia.

“Il nodo è esattamente questo: possiamo anche chiamarlo con il termine più giusto di ricatto, perché tale è. Il motivo è che il nesso tra le due questioni è assolutamente insostenibile ed è a dir poco imbarazzante per il Pd. Quanto al voto segreto, non lo auspico, ma vero è, che c’è questa possibilità. Quanto alla fiducia, è un atto grave che blocca gli emendamenti”.

La frattura interna al Pd appare insanabile.

“Guardi la verità è una sola: ci troviamo davanti a un atteggiamento che stride con la nostra cultura politica, quella autentica di un partito che si chiama appunto democratico”.

Allude al premier Matteo Renzi.

“Se Berlusconi avesse fatto quel che sta facendo Renzi, le posso garantire che ci sarebbero state manifestazioni in piazza di protesta. La legge elettorale di cui parlavamo prima è uno degli esempi lampanti di come non sia possibile il confronto: pensi che per ben tre volte non è arrivata nella Commissione di merito. Certo, ripresenteremo i nostri emendamenti, ma se c’è la fiducia c’è poco da fare: cadono”.

Renzi, il premier, il segretario, un accentratore, uno di quei vecchi soviet?

“Purtroppo sta snaturando i metodi che sono sempre appartenuti al Pd. Io personalmente mi batterò dall’interno del partito per evitare che ci sia uno snaturamento che di fatto porterebbe a uno stravolgimento del Partito democratico, facendolo diventare un contenitore indistinto tenuto in piedi da chi si definisce leader carismatico. Ma la sensazione che Renzi dà, è che non sa distinguere tra dirigere e comandare.

Dirige chi dà indicazioni su una direzione da seguire, previo confronto con gli altri. Comanda, invece, chi impone il proprio punto di vista usando armi di potere, come possono essere le promesse di poltrone oppure le minacce di isolamento in caso di dissenso. Mi pare evidente che tra le due cose ci sia un abisso”.

Scissione dietro l’angolo?

“Nessuno credo voglia la scissione. O meglio, non la vuole la parte Dem. Purtroppo bisogna ammettere che Renzi non fa più sintesi e che gli sforzi per tenere unito il partito sono, paradossalmente, da chi si trova ad essere minoranza. E’ un’anomalia rispetto alla nostra tradizione, dal momento che è sempre stato il segretario a tenere unito il partito”.

Quando, a suo avviso, Renzi ha cambiato rotta?

“Dopo le elezioni europee, perché prima la linea del partito era chiara e condivisa, dal contributo di ottanta euro alle rendite da tassare passando per il tetto stabilito agli stipendi dei dipendenti pubblici. E poi, anziché cavalcare il risultato ottenuto per avvicinare l’Europa nell’ottica di una ridefinizione delle regole dell’euro, si è messo al traino della Bce (Banca centrale europea, ndr) e della Merkel, per avere sconti sul debito pubblico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ha portato in Italia politiche che non le appartengono”.

Si riferisce alla questione lavoro con l’articolo 18?

“Sì. Da agosto l’articolo 18 ha acceso gli animi, quando prima l’argomento era stato escluso. Ci ritroviamo, invece, le posizioni furibonde dei rappresentanti dei sindacati. Di fatto, quindi, c’è stato uno spostamento a destra del baricentro del Partito democratico, è come se il 40 per cento preso alle Europee fosse andato nella direzione opposta, appunto la destra”.

Aria di inciucio con Berlusconi, visto il famoso patto del Nazareno che poi è saltato?

“Con Berlusconi il rapporto è stato a dir poco sbagliato: non ha fatto altro che portare alla luce riforme assolutamente sbagliate. Renzi ha tentato di blindare tutto con intese extraparlamentari, con risultati fallimentari: quando quel patto si è rotto, si è trovato da solo. Le decisioni, invece, poggiano e devono poggiare su consensi ampi. Al contrario, si respira dissenso e si è costretti a fare i conti con sistemi per bloccare le espressioni di quel dissenso”.

A proposito di sindacalisti, in che rapporto voi della minoranza Dem siete con Landini?

“Lo riteniamo un interlocutore importante, tenuto conto della sua storia e della sua esperienza, ma non credo proprio sia possibile parlare neppure di un’ipotesi circa la costruzione di un nuovo partito insieme. Del resto io stesso mi fido delle sue parole e allora proseguiremo nel confronto su tematiche importanti come il lavoro, i diritti dei lavoratori e il rapporto con le imprese”.

Se a livello centrale c’è il piglio deciso di Renzi, a livello periferico la situazione è esattamente opposta e lo si vede ora più che mai, con lo zoom reso possibile dalle alleanze in vista delle elezioni amministrative.

“In effetti il Pd è allo sbando nelle periferie per un motivo molto semplice: Renzi non sembra interessato alla crescita del partito, per cui non mette mano ai problemi dei territori a una condizione che evidentemente ritiene importante, vale a dire che i singoli cacicchi locali assicurino il consenso”.

I capi tribù a cui fa riferimento non sono un bene per nessuno: proliferano se trovano terreno fertile.

“Infatti. Sono appunto i cacicchi lasciati liberi che portano alla disarticolazione del Partito democratico, con il rischio di un serio peggioramento della classe dirigente e politica e l’ulteriore conseguenza di un allontanamento degli elettori”.

Nel Brindisino sembra proprio che il Pd sia assente: non c’è una guida, non c’è classe dirigente. Ci sono alleanze trasversali come quella che a Latiano vede il Pd con Forza Italia nel sostegno al sindaco uscente. A Carovigno, poi, il Pd si appoggia a liste civiche. A Brindisi città le correnti interne sono state così armate le une contro le altre che, alla fine, il capoluogo ha perso l’opportunità di avere un proprio candidato alle regionali nella lista del Pd.

“Me l’hanno detto. Purtroppo bisogna prendere atto del fatto che ormai il Pd sembra una caravella su cui salgono opportunisti e affaristi e se passa questa concezione, allora sì che è vicina la fine del partito così come la fine della militanza. Devo ancora una volta dire che la segreteria nazionale non sta facendo niente per intervenire a livello locale. La sensazione è che se ci si professa renziani, gli avvisi di garanzia o peggio le sentenze di condanna non valgono. In caso contrario, si è fuori dal Partito democratico. Il punto è che ci sarebbe bisogno di una guida che dia equilibrio”.

In altre parole, quello che si è presentato come un rottamatore quando era sindaco di Firenze, dovrebbe essere rottamato.

“Non serve una personalità anti-Renzi se è quello a cui intende far riferimento, il vero problema è che un uomo solo al comando non serve, né può essere in grado di risolvere i problemi del Paese. Quel che serve, invece, è una nuova idea della politica, intesa come collegialità e condivisione, per cui si torna sempre a quel confronto che manca, al dialogo”.

Confronto e dialogo secondo il candidato governatore della Puglia, Michele Emiliano, sono alla base della sua sagra del programma. Ritiene che il Pd possa vincere le elezioni qui da noi?

“Obiettivamente il centrodestra è in condizioni disperate con la guerra in atto tra Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto e questo è indubbiamente un vantaggio per il Pd che ha avviato da tempo la campagna elettorale schierando l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano che trovo un ottimo candidato. Demeriti degli altri a parte, il partito ha scelto la persona giusta, un leader carismatico che parla alla gente, che si apre al dibattito, per cui ci sono tutte le condizioni per vincere. Siamo sicuri che la Puglia ci darà la giusta soddisfazione davanti a questa aspettativa”.

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