Mercoledì, 16 Giugno 2021
Politica

A proposito del Sud post - assistenzialismo. Primo: riformare la politica

La prima questione è come cambiare la politica per la politica in politiche per la politica. Non è cosa semplice. Dinnanzi ad un proliferare di primavere trasformatesi in umide e afose estati, a causa dell'eccessiva disintermediazione tra i leader capi popolo e il popolo (quale popolo?), oggi assistiamo ad un politico prono al sentiment dei social media e poco propenso ad un pensiero lungo

La prima questione è come cambiare la politica per la politica in politiche per la politica. Non è cosa semplice. Dinnanzi ad un proliferare di primavere trasformatesi in umide e afose  estati, a causa dell'eccessiva disintermediazione tra i leader capi popolo e il popolo (quale popolo?), oggi assistiamo  ad un politico prono al sentiment dei social media e poco propenso ad un pensiero lungo. Potremmo dire che abbonda lo stagecraft sullo statecraft.

La politica meridionale vive in una perenne campagna elettorale. Tutto questo nel Sud è  ben rappresentato dai suoi governatori regionali, di ieri e di oggi, e dai potentati locali che dopo il battesimo di fuoco con l'elettorato diventano dei cacicchi megafoni del popolo (quale popolo?). Gli eventi che si sono susseguiti dalla pubblicazione dell'anteprima del rapporto Svimez in poi sono emblematici: richiesta di una direzione Pd monotematica, articoli e trattati sul Sud, direzione Pd che come aveva preannunciato Cirino Pomicino (che di Sud assistenzialista se ne intende) "per il momento accontentiamoci che si parli di Mezzogiorno prima che si fa sera".

La doppiezza (un tempo togliattiana) è presto servita. Emblematico è il comportamento, prima fuori e poi dentro, di alcuni esponenti politici del Pd del Meridione durante la direzione nazionale. Fuori Lega Sud, dentro "Renzi fidati di noi". Ma la domanda delle domande è: il ceto politico meridionale conosce il peso dell'operatore pubblico (il famoso buracrate dietro la scrivania) nell'economia meridionale? A nulla valgono richiamare come una litania i contratti di sviluppo e Invitalia o ancora i 70-80 miliardi in infrastrutture o peggio ancora l'utilizzo dei famosi 13 miliardi della programmazione 2007-13 in finanziamenti retrospettivi.

Non sappiamo che farcene di soldi da spendere ma già spesi (retrospettivi), ovvero dei 70-80 miliardi della Guidi - in versione aiuti Ue - Grecia - o i contratti di sviluppo se poi non sappiamo che qui, al Sud, il vero dramma e il vero problema è l'assistenzialismo. Basta, non ci mandate più soldi. Ne abbiamo avuti fin troppi. Ne abbiamo fin troppe di clientele. Fin troppe opere in cantiere, esempio: Maglie - Leuca, Foggia - Caserta nel tratto Cervaro- Bovino, il completamento dell'ansa di Marisabella nel porto di Bari, l'allungamento della pista Ginolisa di Foggia, il serbatoio Tempa Rossa, la tratta mono binario Lesina - Termoli, il porto della mia città Ostuni.

Nel corso degli ultimi decenni qui in Puglia, come del resto nelle altre regioni limitrofe, siamo giunti alle inaugurazioni degli annunci; quando bastava stare, semplicemente, sulla manutenzione: delle idee, dei territori, delle relazioni, delle opere e dei procedimenti amministrativi per le infrastrutture.  Dunque, quando una classe dirigente, non solo politica, non riesce a liberare il Prometeo - il Sud - incatenato dai lacci delle idee, dei territori, delle relazioni, dei procedimenti amministrativi cosa deve fare? Continuare a chiedere soldi?

Come ha detto bene venerdì scorso Nicola Rossi su Il Foglio, "le risorse pubbliche nel Mezzogiorno non sono la soluzione ma sono spesso e volentieri parte integrante del problema". Ed inoltre, perché il contribuente del Nord Italia, ovvero del Nord Europa, dovrebbe vedere i suoi soldi investiti in opere che costano di più? Nessuna infrastruttura di per sé non comporta una crescita stabile e diffusa. Ed ancora, come si convince un player italiano o estero a puntare sul Sud Italia per un progetto imprenditoriale? Serve un cambio di passo. Dalla politica per la politica alle politiche per la politica, come si diceva sopra. E chi se non la prima generazione euro, digitale ed Erasmus può puntare a questa nuova sfida? Fuori dal classico posizionamento intellettuale del Novecento ed avendo come visione la collina popperiana.

Prima di altri soldi al nostro Meridione occorre legalità, credibilità e competitività. E tutto questo non nasce per una legiferazione  d'urgenza. Credo, fermamente, che tutto questo è già ben presente in tanti, miei coetanei, amministratori e startupper, che in questi anni ho avuto modo di conoscere. Dal sindaco di Minervino Murge (Bat) Rino Superbo all'assessore alla Cultura e Mediterraneo di Castrignano dei Greci (Le) Paolo Paticchio, dall’assessore al Bilancio di Mottola (Ta) Giuseppe Fontana all’assessore alle Politiche Giovanili di Bari Paola Romano, dal primo social eating  italiano made in Puglia "Gnammo", Walter Dabbicco, agli startupper  salentini di "Salento Bici Tour", Giulia e Carlo, dal regista e attore di teatro Vittorio Continelli (Ostuni – Br) a innovatori sociali come Roberto Covolo di ExFadda - San Vito dei Normanni (Br).

C'è fermento e in tutte le loro (che sono le nostre!) attività ci sono legalità, credibilità e competitività. La Puglia, regione delle regioni, e l'intero Sud possono farcela. Ma serve mettere in rete gli under quaranta di questo favoloso posto, propaggine del Mediterraneo. Siamo cresciuti in un luogo precario e da qui che dobbiamo ripartire. Avendo come riferimento non solo ciò che è stato, storia magistra vitae, ma quello che saremo grazie alla nostra testa e al nostro cuore. I nostri occhi sono pieni del mondo. Non abbiamo bisogno di formarci ancora,  a trent'anni anche nello sport si è già abbastanza anziani per essere capitani (coraggiosi!).

Abbiamo bisogno di informarci. Ovvero scambiare e condividere informazioni, che nei nostri territori grazie al nostro impegno sono diventati valore aggiunto. Non servono Leopolde  meridionali, ma luoghi ideali meridionali. Serve dibattere e creare visioni. Sapendo che il nostro tempo è ora e la nostra sfida politico - culturale è  portare il Sud all'interno di una nazione più grande che si chiama Europa.

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