Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Politica

Settant'anni di libertà: di quali cittadini ha oggi bisogno l'Italia

Malgrado l’età faccio parte di una generazione nata dopo che l’Italia fu liberata. Nelle nostre regioni del Sud e soprattutto nelle città il clima politico prevalente nei nostri anni giovanili era di destra o almeno talmente moderato da essere indifferente alla celebrazione di date come il 25 aprile. Tuttavia ricordo l’emozione di quell’anniversario

Malgrado l’età faccio parte di una generazione nata dopo che l’Italia fu liberata. Nelle nostre regioni del Sud e soprattutto nelle città il clima politico prevalente nei nostri anni giovanili era di destra o almeno talmente moderato da essere indifferente alla celebrazione di date come il 25 aprile. Tuttavia ricordo l’emozione di quell’anniversario. Pochi o tanti che fossimo, legati al Pci, o al Psi, e momentaneamente staccati dai grandi partiti sentivamo il 25 aprile come festa nostra, più del 1 maggio, più del 2 giugno. La formazione della coscienza giovanile di intere generazioni era dominata dall’ipoteca felicemente antifascista.

Nel Sud, e ancora una volta soprattutto nelle città, il ‘68 fu, poi, veramente “rivoluzionario” perché cambiò il modo di vivere e soprattutto i rapporti nelle famiglie e nelle scuole cosa che ci fece sentire come fossimo i “nuovi liberatori”. Negli anni successivi ci trovammo, inoltre, ad affrontare, e non lo facemmo a mani nude, l’attacco dei movimenti giovanili di estrema destra. Il 25 aprile, in qualche modo, era così diventato anche nostro, parte della nostra esperienza civile e politica.

partigiani-2Poi sono venuti anni diversi. L’antifascismo è stato considerato come un peso del passato, il revisionismo, che pure tante cose buone ha dato, ha spinto a demolire l’idea di una repubblica virtuosa nata dalla Resistenza. Ha prevalso per decenni una sorta di a-fascismo, una cultura che viveva la celebrazione del 25 aprile come una fastidiosa ritualità. Dall’altro lato l’anniversario veniva celebrato effettivamente in modo rituale, retorico, noioso e respingente verso le generazioni più giovani. Quando parlo di spirito revisionista non mi riferisco alle prese di posizione né di Carlo Azelio Ciampi, Presidente della Repubblica, né di Luciano Violante, presidente della Camera, che cercarono la “pacificazione” con i ragazzi di Salò riconoscendoli come combattenti di una causa sbagliata che tuttavia andavano rispettati.

Parlo di revisionismo a proposito di quell’atteggiamento culturale  teso a negare le differenze, a far sbiadire i colori, disconoscendo così sia le nostre ragioni sia quelle dei nostri avversari. Quindi Resistenza svalutata (hanno fatto tutto gli americani, i partigiani erano quattro gatti, peraltro spesso assassini di innocenti fascisti), fine dello scontro destra-sinistra, trasversalismo a go-go.

La manifestazione degli Studenti 4-2Sergio Mattarella sembra, invece, voler tornare ad una lettura del 25 aprile e della Resistenza più legata al significato storico di quella data per la rinascita del paese. E’ un bene che il Presidente senta che questo è l’impegno di oggi, soprattutto perché non sappiamo che cosa pensino i ragazzi/e di oggi. Sappiamo che non li conquisteremo con la retorica né li conquisteremo gettando dentro la bisaccia della Resistenza lo scontro politico attuale.

L’Italia oggi non ha bisogno di “nuovi partigiani”, ha bisogno di cittadini fieri della storia del proprio paese e di quella repubblicana ma soprattutto di cittadini liberi e amanti della tolleranza , di cittadini più solidali. In fondo il sogno resistenziale, al netto delle diverse opzioni ideologiche, era quello di costruire un’Italia migliore e questo sogno ormai è spesso sostituito da incubi. Il peggiore è la rinascita di un nuovo e vero partito fascista. Per anni abbiamo avuto paura di Fini e delle sue nostalgie. Ora abbiamo di fronte Salvini, il peggiore di tutti.

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