Giovedì, 28 Ottobre 2021
Politica

Ortese e il Dna del Psi brindisino: dalle lotte operaie al fenomeno Trane, al dissolvimento

Con Errico non ci si vedeva più da una ventina d’anni. Le vicende della vita, la bufera di Tangentopoli e la scomparsa del Psi avevano avuto ripercussioni diverse su noi due. Io comunque non prendevo più la tessera del partito sin dal 1981, dopo il congresso di Palermo, da quando cioè Riccardo Lombardi denunciò la mutazione genetica del Psi sotto la segreteria di Bettino Craxi

Sette giorni fa ci ha lasciati Errico Ortese. Un involontario “incidente tecnico” ha fatto in modo che il “coccodrillo” che questo giornale ha dedicato ad Ortese, comparisse a mia firma. Ed in effetti il “coccodrillo” – nel gergo giornalistico così si definisce la biografia che solitamente si scrive per i personaggi pubblici che passano a miglior vita - l’avevo scritto io, ma si trattava di una scheda anonima, essenziale, il più possibile distaccata. Come avrebbe potuto scriverla qualunque giornalista che avesse seguito le vicende di questa città nell’ultimo mezzo secolo, ma essendo firmata da uno che con Errico ha condiviso una parte molto importante della propria vita, il ricordo meritava una più “sentita” partecipazione. Riparo all’incidente.

Con Errico non ci si vedeva più da una ventina d’anni. Le vicende della vita, la bufera di Tangentopoli e la scomparsa del Psi avevano avuto ripercussioni diverse su noi due. Io comunque non prendevo più la tessera del partito sin dal 1981, dopo il congresso di Palermo, da quando cioè Riccardo Lombardi denunciò la mutazione genetica del Psi sotto la segreteria di Bettino Craxi. E poi avendo accettato la direzione di “Quotidiano”, ritenevo eticamente incompatibile con una tessera di partito il ruolo di direttore responsabile di un giornale indipendente.

Ma tessere e ruoli a parte, eravamo tutti della stessa area, quella della sinistra del Psi, che a livello nazionale si richiamava a Riccardo Lombardi, Claudio Signorile, Gianni De Michelis o Fabrizio Cicchitto, e a livello locale a Mimino Marinazzo, Rocco Trane, Antonio D’Aluisio, Errico Ortese, Franco Annese, Ciccio Di Bari, Berto Rolandi, Titino Paloscia, Benito Liguori, Uccio Amatori, Salvatore Marchionna e poi, più giovani, Mimmo Albano, Tonino Bruno, Pancrazio Gennaro, Gianna Caroli, Oronzo Martucci, Domenico Tanzarella, Paolo Siciliano, Pino Marchionna, il sottoscritto e tanti altri di cui non mi sovviene il nome e a cui chiedo scusa.

Marinazzo, l’”ingegnere”, era il vecchio, valoroso reduce della mitica ex Cooperativa Lavoro, Rocco Trane il futuro riferimento “postguadalupiano” (Rocco aveva un grande carisma popolare e trasversale, i voti, i rapporti con Roma), Errico Ortese era il grande organizzatore. Il leader più capace di fare squadra. “Ne porti dieci nel partito” diceva, “nove li perdi per strada, ma quello che resta è un dirigente”.

Ci ritrovammo nella seconda metà degli anni Sessanta, sulle ceneri di una campagna elettorale finita male, che contavamo meno del tre per cento del Psi, dieci anni dopo, nel 1978, eravamo diventati maggioranza e portammo alla segreteria provinciale il non ancora 25enne Pino Marchionna. Ricordo che quell’anno, a settembre, organizzammo sul lungomare Lenio Flacco una grandiosa festa dell’Avanti!, con la partecipazione di Riccardo Lombardi ed il concerto finale degli Area. Una folla imponente, mai vista sino ad allora a Brindisi. Erano anche tempi pericolosi per il terrorismo, e da Errico venne affidata a me (mi viene ancora da ridere) la scorta di Lombardi, con Toto Pisani, che aveva il porto d’armi e la pistola, il quale ci ospitò pure a pranzo a casa sua.

Biagio Marzo, allora giovane dirigente di partito, tenne una conversazione sui quaderni di Panzieri. Il Psi brindisino scoppiava di salute allora, sembrava tornato ai fasti del dopoguerra e degli anni Cinquanta, quelli di Ciccio Lazzaro sindaco, e Mario Marino Guadalupi deputato. Alle elezioni amministrative del 1980 il Psi ebbe un successo incredibile, con un consenso elettorale senza precedenti. Successi che si ripeterono puntuali sino al 1990.

Errico Ortese era per noi non solo il leader politico, ma una specie di padre, di fratello maggiore. Ci seguiva, si curava delle nostre cose, urlava e sbraitava come solo un arringa-popolo sapeva fare. Albano sapeva di conto e percentuali e concludeva le trattative congressuali, io, l’uomo di penna, ero destinato alle assemblee più difficili, dove prendevi tanti applausi e zero voti. Quando nel 1976, dopo 14 anni di servizio,  decisi di abbandonare il posto di impiegato comunale per andare a lavorare alla “Gazzetta del Mezzogiorno” mi coprì di insulti e convocò una riunione del gruppo dirigente della corrente per accusarmi di incoscienza perché “lasciavo il posto sicuro” e mettevo a repentaglio il futuro della mia famiglia.

Analogo fu il casino quando lasciai anche la “Gazzetta” e Brindisi per andare a lavorare in Rai. In pratica stavo concludendo la mia esperienza di dirigente politico, scegliendo il giornalismo a tempo pieno. E non tutti nella nutrita squadra messa in piedi da Errico, se ne dolsero. Per Ortese l’amicizia vera era una specie di sacramento indissolubile, che non prevedeva infingimenti o tradimenti. E quando un rapporto si interrompeva, ne soffriva terribilmente. Non scrivo di Rocco, che quando veniva a Brindisi, sino agli ultimi tempi, non ripartiva mai se prima non passava da Errico, o di Mimmo Albano, l’altro suo più amato “allievo”. Avrei più di un libro da scrivere mettendo insieme tutti gli aneddoti, le nottate, le migliaia di sigarette, i fatti che abbiamo vissuto insieme, ma qui voglio dire solo dei miei rapporti con Errico, io che a casa Ortese potevo – per dirla come i Craxi a proposito dei loro rapporti con Claudio Martelli - permettermi di “aprire il frigorifero”. Tale e tanta era l’amicizia e la confidenza.

Le “schiacciatelle” (polpette al forno) come le faceva Lidia, la compagna di una vita di Errico, non le faceva nessuno, ed io ero sempre invitato. Mi viene in mente quella volta che Errico, a Roma, voleva far conoscere a Lidia il famoso Piper Club, e io “mi costrinsi” a restare in macchina tenendo sulle ginocchia la più piccola delle cinque sorelle Ortese, Franca, che aveva due anni e ovviamente non poteva  entrare nel night. Per fortuna aveva ciuccio e panni! Affianco ad Errico fui in tutti i suoi momenti tristi, anche i più privati, e lieti. Sino a quando quella stessa passione per la politica che ci aveva così unito, non ci divise.

Errico era un grande organizzatore e dirigente politico. Per lui la militanza nel partito era lavoro e passione. Non c’era Comune o sezione dove non ci fossero “nostri” compagni di riferimento. Venivano in continuazione contattati, mai lasciati soli e convocati quasi mensilmente a Brindisi nelle riunioni di corrente che originariamente si svolgevano nel capannone-officina di Mimino Marinazzo in via Appia. Non fu un caso se nel giro di dieci anni partendo da quasi zero diventammo maggioranza. Errico, forse senza rendersene conto, stava allevando quella che, nel bene e nel male, sarebbe poi stata una parte importante della classe dirigente brindisina per i vent’anni che seguirono.

La sua visione del mondo era volutamente ristretta nel perimetro degli ideali e della cultura di cui era espressione, quella del popolo, del lavoro, della sofferenza mentre già si guardava oltre. Suo padre, Peppino, era stato antifascista e muratore e dopo la guerra dirigente sindacale (io lo conobbi impegnato nel sindacato pensionati della Cgil). Errico si formò in quel contesto famigliare e sociale. Ancora ragazzo, aveva 17 anni, come tanti altri sindacalisti in quegli anni, assaggiò la galera. Una esperienza che lo maturò e che lasciò un segno indelebile sul suo carattere. Era un uomo del popolo, ed il popolo lo aveva eletto a suo riferimento.

Quando venne eletto sindaco, nel 1985, scrissi che Brindisi aveva il suo Masaniello. E fui io a contattare, su sua richiesta, l’avvocato Giovanni Pellegrino di Lecce perché assistesse il Comune nella scelta di fermare il cantiere di Cerano. Nessuno prevedeva quello che sarebbe accaduto di là a qualche mese. Nel giugno 1987 il sogno di restituire a Brindisi, ormai “orfana” dei Caiati e dei Guadalupi, una centralità politica più ampia di quella ristretta della nostra provincia, s’infranse con la prova d’orchestra della Tangentopoli che qualche mese dopo avrebbe sconvolto la politica italiana.

Rocco Trane, il capo della segreteria di Claudio Signorile, che marciava trionfalmente verso la Camera dei Deputati, venne arrestato su ordine della magistratura di Genova. Rocco era uno di noi, e su tutti noi, a cominciare da Errico, caddero le rovine del progetto crollato. Qualche mese dopo, privo delle difese nazionali e ministeriali, Errico fu costretto ad arrendersi alle incursioni incrociate ed alleate di democristiani e comunisti, e si dimise da sindaco. Seguirono un paio di sindacature comuniste, Masiello e Saponaro, ma ormai era un’altra storia.

Si provò a trasferire su Tonino Bruno il ruolo e la leadership di Rocco, ma a parte l’inimitabile figura di Trane, la verità è che Tonino ed Errico non si “presero” mai del tutto. Troppo diversi, troppo gelosi della rispettiva autonomia, sospettosi e permalosi, non furono mai spalla a spalla ad affrontare gli inevitabili assalti a cui la corrente, debilitata dalla vicenda Trane, era sottoposta. Oltretutto il gruppo originario, strada facendo aveva perso elementi di rilievo come Mimmo Albano o Pino Marchionna. E poi Tonino Bruno aveva un buon rapporto con Rino Formica, mentre Errico era il terminale di Signorile.

Alle rovine del progetto originario si aggiunsero quelle della Tangentopoli. Anche i pubblici ministeri brindisini (Emiliano e Piacente in testa) si dannarono l’anima per partecipare a quello che sembrava lo sport nazionale. A Brindisi poi l’obbiettivo principale era incastrare gli amici di Trane. Tolsero il sonno a parecchi, ma sostanzialmente portarono in via Appia pochi politici, e per fatti marginali. Rimasero addirittura scornati poi, per quanto riguardava gli “amici di Trane”: straindagati, intercettati in ogni modo ma niente fu mai trovato a loro carico. Ed anche per lo stress subito in quegli anni, Errico e Tonino maturarono quella rabbia che qualche tempo dopo li spinse a vivere esperienze politiche distanti dalle loro origini.

Errico, il combattente, nonostante fosse già vecchio non aveva rinunciato alla politica. Superato l’innamoramento per Forza Italia, si era affacciato al movimento di Giovanni Brigante, ma dopo la improvvisa morte, nell’agosto di due anni fa, di Rocco Trane e la scomparsa l’anno scorso della sua adorata primogenita Ezia (diminutivo di Lucrezia, come la nonna), Errico ha mollato l’ormeggio. Ho voluto ricordarlo perché nella galleria ideale dei personaggi che hanno fatto la storia di questa città negli ultimi cinquant’anni, la figura di Errico Ortese merita un posto di tutto rilievo.   

   

           

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