Referendum Costituzionale

Le inefficienze della politica spacciate come difetti costituzionali

Al referendum del 4 dicembre manca un mese. È importante utilizzare questo tempo per non farsi suggestionare da luoghi comuni e da banalizzazioni. Bisogna essere consapevoli delle scelte a cui siamo chiamati

Al referendum del 4 dicembre manca un mese. È importante utilizzare questo tempo per non farsi suggestionare da luoghi comuni e da banalizzazioni. Bisogna essere consapevoli delle scelte a cui siamo chiamati. Purtroppo fino ad oggi hanno prevalso eccessi e strumentalizzazioni che non aiutano la consapevolezza delle scelte, anche se i richiami al merito del quesito referendario si sprecano. A prevalere sono i luoghi comuni? Forse. Quello che non si può accettare è di far passare l'idea che i mali dell'Italia, le sue disgrazie sono da addossare alla Costituzione, confondendo la crisi della politica, della rappresentanza, dei partiti con le norme costituzionali.  

Si stanno spacciando come inefficienze istituzionali gli errori e la cattiva qualità delle dirigenze politiche e del loro rapporto con la società. Questo è inaccettabile. Così come non convince una campagna referendaria fatta di: nuovo contro vecchio, cambiamento contro conservazione,  passato contro futuro, giovani contro anziani. E si prova un certo fastidio a vedere, in prima fila, imprenditori, professionisti, politici, che, protagonisti e fruitori delle peggiori pratiche della vecchia politica, si presentono come innovatori ma sempre dalla parte di chi comanda!

Il referendum utilizzato a legittimare il governo e un ceto politico di nominati e  alla ricerca della benevolenza del capo, sfuggendo al merito, non aiuta la formazione di una consapevolezza e non contribuisce a creare un clima adeguato alla posta in gioco: la legge di tutti, i valori condivisi, le regole comuni del gioco democratico che non possono essere quelle volute da una sola parte. Le costituzioni sono questo.

Chi sta sostenendo le ragioni del Si si ispira alla semplificazione del quesito che rimuove la natura vera di tutte le modifiche contenute nella riforma di ben 47 articoli della Costituzione. Eliminazione del bicameralismo perfetto (sostituito con uno imperfetto e pasticciato), numero dei parlamentari e loro costo ( fatto passare come riduzione dei politici senza affrontare i principi della rappresentanza e della sovranità del popolo), eliminazione del Senato (quando non è vero perché rimane, ma non eletto più dai cittadini  e con funzioni confuse e dopolavoristiche esercitate da consiglieri regionali e da qualche sindaco, nominati dai partiti),sono titoli che si  prestano a diventare luoghi comuni.

E se vogliamo proprio dare una definizione, si tratta di mezze riforme come quella delle Province! E le mezze riforme non hanno mai funzionato. In questa sagra di luoghi comuni non può essere ridotto a tale, però, la modifica di un capitolo della riforma, quello del titolo V e dell'articolo 117, la rimodulazione dei rapporti tra centro e periferie (Regioni, Comuni, Autonomie  territoriali). A questo non si sta prestando molta attenzione.

Se la prima riforma del titolo V, quella che volle Veltroni e Rutelli prima delle elezioni del 2001, riforma sbagliata, votata dal solo centrosinistra come risposta alla domanda di federalismo che in quegli anni andava di moda, anche l'attuale riforma mi sembra altrettanto sbagliata perché divisiva e non valutata o sottovaluta per le sue conseguenze. Lo scopo di questa ri-modifica del 117 è: accentrare e svuotare ciò che è al di fuori del centro (governo e parlamento nazionale).

Dal federalismo parlato, ma senza  mai essere stato federale, si ritorna ad un neocentralismo in cui il governo di fatto esautora le autonomie, (dopo la eliminazione delle Province, adesso è il turno delle Regioni?) e, se non si cambiasse la legge elettorale, sceglie, nomina e controlla la maggioranza del Parlamento. Un sistema politico e istituzionale che non ha precedenti in nessuna parte del mondo occidentale.

Nel nuovo articolo 117,due materie, tra le altre ritornano in capo allo Stato ed eliminano il potere concorrente delle regioni: l'energia e il turismo. Materie che per la nostra regione sono sensibili e di grande rilevanza.  In questo intervento mi limito a quella energetica, rimandando ad un altro intervento la materia turistica.

Con le modifiche apportate la potestà legislativa in materia energetica ridiventa di competenza statale. Se dovesse passare  la riforma, le Regioni non avrebbero più alcun diritto costituzionalmente sancito di partecipare alle decisioni dello Stato in merito ai progetti energetici (centrali di produzione, trivellazione dei mari, trasporto e infrastrutture per prodotti energetici).

Si sancirà con valore costituzionale qualsiasi decisione calata dall'alto e imposta, al di là delle volontà delle popolazioni, dei territori e delle loro istituzioni locali e regionali. Per eliminare l'eccessivo contenzioso tra Regioni e Stato, prodotto dalla precedente riforma del 117 e del titolo V, si sta ricentralizzando in maniera esagerata, e pericolosa soprattutto per il Mezzogiorno. Si tolgono  funzioni, poteri e risorse alle istituzioni locali e alle Regioni. Ma questo non vale per le 5 regioni a statuto speciale! Insomma si torna al passato. Altro che cambiamento e richiami alla partecipazione.

Brindisi e la Puglia hanno conosciuto, hanno pagato e soffrono ancora per le politiche energetiche e per le decisioni calate dall'alto. Lo Stato si riprende la competenza "esclusiva" su materie tipicamente regionali, come il controllo del territorio ma, si dice, solo per "dettare disposizioni generali e comuni". E che significa questo se non che lo Stato potrà fare tutto ciò che vorrà  ricorrendo anche alla "clausola di supremazia" che ripristina il principio dell'interesse nazionale. Principio questo che prima della riforma del 2001 del titolo V era il pretesto discrezionale con cui si calpestavano le Autonomie Locali.

Se la potestà concorrente tra Regioni e Stato prevista dall'attuale titolo V ha scatenato confusione e contenziosi, questo non può diventare l'alibi per costruire un nuovo centralismo statale senza, tra l'altro, dare soluzioni certe alle competenze delle stesse regioni. E questo non è un luogo comune, è il merito su cui siamo chiamati a pronunciarci.

Scelgo no anche  per queste ragioni. La Costituzione merita rispetto, conoscenza e lettura approfondita. Una volta si diceva a noi giovani: alla lettura e agli studi!  È lo stesso appello che, oggi, mi sento di fare a quei giovani interessati a questo referendum e che, mi auguro, vadano a votare in massa, consapevoli delle conseguenze delle scelte a cui siamo chiamati.

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