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Sabato, 27 Novembre 2021
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Ex veggente, redditi non dichiarati e imposte non versate: la Finanza sequestra 250mila euro

Convalidato dal gip del Tribunale il provvedimento finalizzato alla confisca per equivalente: imposta evasa pari a un milione e mezzo di euro, stando agli accertamenti della Guardia di Finanza

BRINDISI - Con il progetto delle croci imbastito su falsi doti mistiche e sulle visioni in contrada Uggiò, l'ex veggente Paola Catanzaro, già Paolo, diventata poi Sveva Cardinale, avrebbe incassato quattro milioni di euro, ma non avrebbe dichiarato alcun reddito tra il 2012 e il 2015: la Procura ha ottenuto il sequestro di liquidità per 250mila euro, finalizzato alla confisca per equivalente, bloccando una somma riconducibile all'imputata, in carcere con l'accusa di aver creato un'associazione per delinquere finalizzata alla truffa dal 29 gennaio scorso.

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Il sequestro

Il decreto è stato convalidato dal giudice per le indagini prleiminari del Tribunale di Brindisi, sulla base dei risultati degli accertamenti fiscali posti in essere dai militari della Guardia di Finanza di Brindisi. Secondo l'accusa Catanzaro “al fine di evadere le imposte sui redditi ometteva di presentare la dichiarazione annuale relative alle imposte dirette e all’Iva per il 2014”. In tal modo avrebbe tenuto nascosti al Fisco “elementi attivi di reddito per 200mila euro ed evaso imposte dirette per 79.170 euro, importo superiore allo soglia di non punibilità prevista dalle disposizioni di legge. Da qui la richiesta di sequestro, anche in relazione alla recente pronuncia della Cassazione. Gli Ermellini, lo scorso febbraio, hanno  evidenziato che “la mancata dichiarazione dei redditi è reato omissivo proprio, oggetto di un dovere inderogabile  e il Riesame ha tratto la sussistenza di questo reato da denunce-querele e documentazioni allegate”. Secondo la Corte è “comprovata  l’esistenza di atti di disposizione patrimoniale in favore dell’indagata e versamenti eseguiti nell’interesse o su indicazione di costei in favore di terzi”, è scritto nella sentenza.

Risultano – si legge ancora – “segnalazioni per operazioni sospette, come bonifici con causale non determinata o indicando diciture per i figli dell’indagata che non sono figli di colui che opera il bonifico, da considerare persona offesa”. La Cassazione ha anche fatto riferimento ai procedimenti penali pendenti a Bari, già arrivati a processo, e a Brindisi in fase di indagine preliminare, così come a Padova. “Ben più rilevanti le verifiche della Guardia di Finanza da cui risulta che i coniugi Catanzaro-Rizzo nel 2016 avevano dichiarato un reddito annuo pari a 30.103,40 euro e invece avevano affrontato spese per un ammontare del tutto spropositato di circa 300mila euro”. Una delle persone offese aveva versato 200mila euro in bonifici. “Su tali proventi da attività illecita, non erano mai state imposte e tasse e l’ufficio finanziario aveva configurato gli estremi della omessa dichiarazione dei redditi derivante da attività delittuose”.

La riscossione coattiva e gli atti fraudolenti

Il pm Luca Miceli, titolare del fascicolo d'inchiesta sull'ex veggente, contesta a Catanzo, in concorso con il marito Francesco Rizzo (ai domiciliari) di aver posto in essere “atti fraudolenti” nel periodo in cui la coppia venne sottoposta a verifica fiscale dai militari della Guardia di Finanza di Brindisi, finalizzati a “sottrarre Catanzaro dal pagamento di imposte su valore aggiunto e sanzioni amministrative relative, per un importo di un milione e 373.091 euro e 99 centesimi, per diversi periodi”. Più esattamente: 54.201, 62 per il periodo d’imposta 2011; 335.683,06 per il 2012; 258,597,65 per il 2014; e ancora 400.636, 68 per il 2015 e 323.898,98 per il 2016.

Le azioni, secondo l’accusa, sarebbero state finalizzate a rendere inefficace la procedura di riscossione coattiva su una polizza assicurativa di importo residuo pari a 44 mila euro, stipulata il 24 marzo 2014 con scadenza a vita della quale Catanzaro otteneva l’improvviso disinvestimento, senza alcuna valida motivazione.

La truffa da quattro milioni di euro

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Il pm, nelle scorse settimane, ha chiesto il processo nei confronti di Paola Catanzaro,così come per due sue sorelle, per il marito e altre cinque persone, ritenute coinvolte nella contestata associazione per delinquere, nella cui rete sarebbero rimasti coinvolti dieci professionisti indicati come parti offese. La richiesta di processo, con fissazione dell’udienza preliminare,  riguarda: Francesco Rizzo, marito di Catanzaro, finito ai domiciliari; Giuseppe Conte (difeso dall’avvocato Pietro Campanelli del Foro di Bari); Addolorata Catanzaro e Giuseppa Catanzaro, sorelle di Paola Catanzaro; Stefania Casciaro (difesa dall’avvocato Gianfranco Palmieri del foro di Lecce); Anna Casciaro (stesso difensore); Lucia Borrelli (difesa dagli avvocati Felice Indiveri e Massimo Roberto Chiusolo del Foro di Bari); Anna Picoco (difesa dall’avvocato Carmelo Piccolo del Foro di Bari).

Il sostituto procuratore Luca Miceli ha confermato le accuse mosse inizialmente e ha esercitato l’azione penale. Deciderà il gup Stefania De Angelis. In sede di udienza preliminare potranno costituirsi parti civili ai fini della richiesta di risarcimento danni i dieci professionisti indicati come “vittime” del contestato sodalizio. Hanno già conferito incarico agli avvocati Mario Guagliani del Foro di Brindisi, Antonio Falagario e Carmelo Piccolo del Foro di Bari per essere rappresentanti dinanzi al giudice. I difensori degli imputati, dal canto loro, potranno fornire la propria versione dei fatti. Anche perché alcuni, nel frattempo, avrebbero reso interrogatorio spiegando i rapporti con Catanzaro e con il marito.

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 Il teorema accusatorio è stato ribadito dal Tribunale del Riesame al quale aveva fatto ricorso l’avvocato Cosimo Pagliara (nella foto in basso), difensore di Paolo Catanzaro e Francesco Rizzo. Il penalista aveva chiesto l’attenuazione della misura per Catanzaro, con il riconoscimento dei domiciliari e la remissione in libertà per il marito. Il Collegio ha respinto entrambe le istanze. Il difensore ha impugnato in Cassazione, mentre Catanzaro dal carcere continua a respingere le accuse: "Non ho abbindolato nessuno", ha sempre detto.

Le ipotesi di reato e i ruoli contestati

L'avvocato Cosimo PagliaraSecondo il pm esisteva un’”associazione per delinquere”, stando a quanto raccolto dai finanzieri, partendo dal contenuto della denuncia di dieci persone, ritenute “credibili”, a partire da un imprenditore barese il quale sarebbe stato “indotto in errore” e per questo “truffato più volte”. Catanzaro, seguendo questa impostazione, gli avrebbe chiesto “grosse somme di denaro per evitare eventi nefasti”, in aggiunta alle somme chieste per “finanziare la diffusione del messaggio evangelico, come il cosiddetto progetto delle croci” definito anche dei “doni”.

Il ruolo di promotore è stato contestato a Catanzaro: secondo il pm aveva “compiti di decisione, pianificazione e individuazione delle vittime e delle azioni delittuose da compiere, nonché dei settori in cui investire i proventi dei delitti di scopo e ideatore del progetto delle croci, chiamato anche dei doni. Lei ha sempre respinto l’accusa sostenendo di non aver mai abbindolato nessuno. Neppure la coppia di coniugi che ha espresso la volontà di adottarla come figlia e che per questo si era recata da un notaio, dopo averle intestato un villino ad Asiago, comprato nel 2009, a fronte di 300mila euro. La documentazione è stata trovata nell’abitazione di Catanzaro, nel corso della perquisizione eseguita il 7 giugno 2017.

Gli altri sarebbero stati partecipi e in quanto tali, secondo il pm, avrebbero “fornito un costante contributo per la vita dell’associazione mettendosi a completa disposizione degli interessi del sodalizio, con il compito di avvicinare le vittime di turno, carpirne i segreti più intimi che poi venivano svelati a Catanzaro, la quale a sua volta li usava per suggestionare i malcapitati e far credere loro di avere poteri mistici e paranormali”. Avrebbero anche riscosso, secondo la contestazione, “le somme di denaro versate in contanti dalle vittime delle truffe e trasmesso loro i messaggi del mistico diretti a sugellare la fedeltà e il silenzio”.

Le doti mistiche, i matrimoni, l'aborto e i figli

Tutti, secondo il pm, avrebbero finto che Catanzaro “possedesse doti mistiche che le permettevano di entrare in contatto con entità divine, come la Madonna e Gesù” e avrebbero anche “adottate tecniche volte a suggestionare l’interlocutore”. Nella richiesta di rinvio al giudizio del Tribunale, il pm ha anche evidenziato il ruolo rispetto alla trasmissione alle vittime di messaggi “assertitamente inviati da Dio" e contenenti la loro chiamata da parte del Signore o ancora su come comportarsi nella vita sociale e di relazione. Nel provvedimento di arresto, firmato dal gip, era state sottolineate le vicende di donne che hanno raccontato di aver sposato uomini indicati da Catanzaro, di altre che hanno riferito di aver abortito o ancora che si sono sottoposte a inseminazione artificiale, sempre su indicazione della stessa Catanzaro. “Eravamo strumenti nelle sue mani”. Per il gip, inoltre, “la pericolosità del sodalizio non è venuta meno nonostante le inchieste giudiziarie e giornalistiche”. Non va dimenticato, infatti, il clamore mediatico avuto nel momento in cui il caso del presunto mistico venne raccontato da “Le Iene”, la trasmissione in onda su Italia Uno.

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Le minacce di morte a bimbi in realtà mai nati

Nella lettura complessiva che di quelle denunce ha fatto il pm, viene contestato a Catanzaro  di aver “approfittato della soggezione psicologica e di aver ingenerato il timore di pericoli immaginari”. Come ad esempio “la morte di due figli” prospettati all’imprenditore di Bari che per primo ha sporto denuncia. Bimbi in realtà mai nati ma che Catanzaro sosteneva che non solo fossero stati da lei concepiti, ma che erano destinati a salvare il mondo.

Il progetto delle croci sarebbe stato finalizzato alla “diffusione del messaggio evangelico e doveva consistere nella realizzazione e successiva diffusione nel mondo di croci in legno”, per salvare il mondo da guerra, carestie, terremoti. Attraverso condotte qualificate dal pm come “artifici e raggiri”, il gruppo sarebbe riuscito a procurarsi “periodiche elargizioni di denaro in contanti”. Somma che sarebbe invece finita nella disponibilità di Catanzaro. Con due aggravanti: aver cagionato alle persone offese un danno di rilevante entità e  aver ingenerato pericoli immaginari. La contestazione arriva sino al mese di maggio 2017. Molti degli episodi sono già caduti in prescrizione, causa di estinzione del reato.


 

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