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A Brindisi 37 casi di violenza sulle donne nel 2017

I dati resi noti dal centro Crisalide gestito dalla cooperativa Solidarietà e rinnovamento

BRINDISI - In meno di un anno, 37 casi di violenza sulle donne, tra Brindisi e San Vito dei Normanni: i dati sono stati resi noti oggi, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dal centro “Crisalide” contro il maltrattamento e l’abuso minori e donne. Il centro è un servizio pubblico istituito dall’Ambito Sociale Brindisi – San Vito dei Normanni e gestito in convenzione dalla cooperativa sociale “Solidarietà e Rinnovamento”(dati provvisori aggiornati al mese di novembre 2017), nato nel 1999 in base alla legge 285/97, ancora oggi unico servizio pubblico specifico per contrastare il fenomeno della violenza contro minori e donne presente su tutto il territorio della Regione.

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Nel corso del 2017, 77 sono le donne seguite dal servizio perché vittime di violenza, di cui 37 giunte solo nell’ultimo anno. L’accesso, per quanto riguarda al servizio, avviene prevalentemente su segnalazione di altri operatori (in primis servizio sociale, forze dell’ordine, volontariato) e in minor parte su iniziativa spontanea da parte delle donne (mentre il rapporto si presenta in maniera esattamente inversa per i Centri Antiviolenza espressione del privatosociale), rilevando in ogni caso un costante aumento degli accessi negli ultimi tre anni, in linea con il trend regionale e nazionale.  Nel 2016, infatti, 1.570 donne pugliesi si sono rivolte ai centri antiviolenza: il 70 per cento  si è rivolto spontaneamente ai Cav, mentre il restante 30 per cento dei casi sono inviati da altri servizi della rete, quali forze dell’ordine e servizi sociali, registrando un incremento del 4 per cento. 

L'équipe del centro “Crisalide” è composta da: un sociologo coordinatore; due psicologi – psicoterapeuti; due assistenti sociali; due educatrici professionali; un  consulente legale; un amministrativa. La sede è in via Tor Pisana n. 98 a  Brindisi - Tel/fax 0831/508776 - e.mail: crisalide.cav@tiscali.it

 La violenza di genere è un fenomeno grave e pervasivo per le conseguenze dirette e indirette che determina su chi la subisce sul piano fisico: fratture, lividi e lesioni, morte e, inoltre, gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili, disturbi da stress mediati dal malfunzionamento del sistema immunitario che possono colpire qualsiasi organo o funzione, e sul piano psicologico: comportamenti a rischio quali smettere di mangiare, trascurare la sua salute, non effettuare i controlli sanitari necessari, oppure consumare troppi farmaci, fumare o “automedicarsi” con alcol o droghe, ansia acuta, disturbi dissociativi, o di numbing ovvero rallentamento e intorpidimento delle reazioni e, nei casi più gravi, sindrome post-traumatica da stress.

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E' provato che quando la donna decide di lasciare il partner violento la situazione diventa più pericolosa, la frequenza e gravità degli episodi violenti aumenta e il rischio di essere uccisa è alto. Si cerca di salvare la famiglia e l’amore: esiste l’illusione che si può cambiare la violenza del partner. La donna che voglia uscire dalla violenza spesso non sa dove andare e come assicurare a sé e figli/e l’esistenza.  La stigmatizzazione nel proprio ambiente, la vergogna, i sensi di colpa e l’isolamento impediscono alla donna di rivolgersi all’esterno per chiedere aiuto. Le donne straniere in particolare non hanno la possibilità di una rete familiare e sociale, inoltre spesso hanno problemi linguistici che rendono difficile esprimere i loro problemi e capire le informazioni. C'è poi la dipendenza emotiva: più lunga è la relazione violenta, più forte può diventare la dipendenza emotiva che fa sentire la donna debole, incapace e senza il diritto di decidere autonomamente. La “Sindrome di Stockholm” confronta il comportamento delle donne in situazioni di violenza con gli stati/comportamenti psicologici di chi è vittima di sequestro (da un sequestro avvenuto nel 1973 a Stoccolma). Le vittime si adattano per sopravvivere. Il legame con il “carnefice”, che solo può garantire la mia sopravvivenza, diventa così forte che si assimila il suo punto di vista. Ciò rende l’incredibile legame con il maltrattatore incomprensibile verso l’esterno. Non va dimenticato il condizionamento economico che evidenzia come la mancanza di risorse proprie, l’isolamento sociale e l’esclusione dal mondo lavorativo penalizzi gravemente le scelte di emancipazione delle donne dalla violenza (solo l’8 per cento delle donne seguite dal servizio può contare su un’occupazione stabile e un’autonomia economica, mentre solo il 29 per cento è in grado di esprimere una potenziale autonomia economica).

Il fenomeno della violenza resta una realtà ancora sommersa e numerosi sono gli ostacoli da rimuovere, tra tutti un dato culturale che pervade insidiosamente le comunità e spinge la gente a “volgere il capo dall’altra parte” in presenza di segnali di disagio e sofferenza. 

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