Ambiente, processo Enel: la Cassazione annulla la sentenza d'appello

In secondo grado erano stati condannati due manager per "imbrattamento", cioè la dispersione delle polveri di carbone. Il nuovo giudizio dovrà trattare anche i risarcimenti

BRINDISI – Sentenza annullata con rinvio. Il processo a Enel sulle polveri di carbone ricomincia dall'appello. E' il verdetto della seconda sezione della Cassazione. I giudici della suprema corte sono rimasti in camera di consiglio fino a tarda notte. Così questa mattina (venerdì 2 ottobre) Brindisi si sveglia con la consapevolezza che la vicenda non si è conclusa. Gli ermellini entro 40 giorni depositeranno la motivazioni e lì saranno indicati i punti da riformare, basati sui ricorsi presentati dalla Provincia di Brindisi e dagli imputati. L'avvocato Rosario Almiento (foto sotto), che rappresenta la Provincia, nel ricorso ha trattato solo il tema del danno ambientale, per farlo riconoscere insieme agli altri danni patrimoniali e non patrimoniali che la corte d'Appello aveva già riconosciuto nella sentenza precedente. Di fatto, si legge nel dispositivo, è questo uno dei nodi del rinvio ad altra sezione della corte d'Appello per un nuovo giudizio. Esprime soddisfazione anche Tommaso Marrazza, legale dei due dirigenti Enel imputati. Per capire che partita si giocherà bisognerà attendere però il deposito delle motivazioni. Dopo anni di indagini e processi, non è stata ancora scritta la parola fine sulla vicenda, iniziata 13 anni fa.

Rosario Almiento-2

La protesta degli agricoltori

La Digos, guidata all'epoca dal vicequestore Vincenzo Zingaro, si inizia a occupare al fenomeno nel 2007, grazie agli agricoltori. Siamo in epoca Mennitti, l'ex sindaco di Brindisi con un'ordinanza impone il divieto di coltivazione, raccolta e consumo per i terreni adiacenti alla centrale “Federico II” a Cerano. Gli agricoltori non ci stanno, prendono le auto, gli ortaggi e vanno davanti al municipio a protestare. Gli agenti della Digos li invitano a desistere, ma si interessano della vicenda. Zingaro si fa portare dell'uva: grappoli e foglie sono coperti da una caligine nera. Sequestrano tutto e cominciano le analisi, anche dell'Arpa. Ma c'è la beffa per l'agricoltore a cui è stato sequestrato il raccolto: un avviso di garanzia. Da vittima a indagato. Avrebbe raccolto l'uva in una zona dove non era possibile. Per lui, però, il diritto si fa giustizia: non ha commesso il fatto, i grappoli sono stati raccolti in terreni non interdetti. Comunque, all'inizio una perizia dice che no, non si capisce che cosa sia quella patina nera. Ma poi la musica cambia: siamo nel 2009, ci sono una serie di prelievi sui terreni vicino la centrale. Questa perizia, firmata dal consulente tecnico della Procura di Brindisi, viene depositata nell’autunno del 2011. C'è scritto nero su bianco che quella patina nera rilevata nelle abitazioni rurali e sulle colture è carbone. E che arriva dal carbonile di Cerano. L’intensità dei depositi è legata al regime dei venti. Il perito della Procura dice anche che il carbonile di Cerano è sprovvisto delle misure idonee a evitare tale dispersione.

La centrale Enel di Cerano

Le indagini

Nel frattempo la Digos e il procuratore che si occupa delle indagini, Giuseppe De Nozza, non restano con le mani in mano. Prima mettono sotto la lente d'ingrandimento il comportamento assunto negli anni da 13 dirigenti e quadri Enel e da due imprenditori brindisini incaricati della pulizia e della gestione del carbonile di Cerano. Poi sequestrano video, hard disk e pc dei dirigenti. Si muovono tra Brindisi e Roma, dove c'è la sede centrale di Enel. Alcuni video sono eloquenti: si vedono nubi di polvere nera che si sollevano dal carbonile. Ma il materiale informatico sequestrato è altrettanto importante per gli investigatori: permetterà di retrodatare fino al 2000 il fenomeno della dispersione della polvere di carbone. Emergerebbe, da tutto ciò, una palese consapevolezza nei dirigenti Enel in questione dei limiti nel controllo del carbonile dove sono stati stoccati milioni di tonnellate di carbone su un’area di 125mila metri quadrati, in grado di contenere 750mila tonnellate di minerale. E per i giudici di appello, questa sarà una certezza otto anni dopo l'avvio dell'indagine.

Le ipotesi di reato sono: concorso continuato in getto di cose pericolose, danneggiamento e imbrattamento di abitazioni e colture agricole con relative aggravanti; aver omesso di adottare, o di segnalare la necessità di ciò, misure idonee a impedire la ripetuta diffusione delle polveri da carbone oltre il perimetro della centrale e lungo l’asse attrezzato in cui scorre il nastro trasportatore del carbone.

Il processo

Agricoltori e cittadini, proprietari di case e terreni nei pressi della centrale Enel, si costituiscono parte civile: c'è un danno, chiedono di essere rimborsati. Anche alcuni Comuni interessati (Brindisi, Torchiarolo e San Pietro Vernotico, oltre alla Provincia) fanno la stessa cosa. Comincia il processo ai dirigenti Enel. Intanto, è il 2015, viene realizzata la copertura del carbonile, per limitare i danni della dispersione. Primo e secondo grado: condanne per alcuni dirigenti, prescrizione per altri. L'8 febbraio 2019 la sentenza d'appello: i giudici di Lecce, dopo tre ore di camera di consiglio, condannano i dirigenti Calogero Sanfilippo, in qualità di responsabile della produzione termoelettrica, e Antonino Ascione, come responsabile dell'unità di business di Brindisi, a nove mesi per imbrattamento. In secondo grado vengono riconosciute diverse parti civili escluse dal primo: alcuni proprietari – e loro eredi – dei terreni e la Provincia di Brindisi. I giudici sanciscono il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per Sandro Valery e Luciano Mirko Pistillo, altri due dirigenti Enel.

Pigmentazione da polvere di carbone su una vite

Le motivazioni e la difesa

Nelle motivazioni d'appello si legge che almeno dal 2000 “i dirigenti Enel non solo non si sono adeguatamente attivati per la tempestiva risoluzione della problematica connessa all’emissione di polvere di carbone, ma hanno consentito deliberatamente operazioni di carico e stoccaggio del combustibile, nella piena consapevolezza che determinavano necessariamente la protrazione certa del fenomeno dello spolverio in direzioni dei terreni adiacenti alla centrale di Cerano”. Gli imputati non avrebbero realizzato per tempo la copertura in carbonile, in quanto “troppo onerosa”, così lasciando che le polveri di carbone si depositassero sui terreni adiacenti, rendendo invendibile il raccolto. Eppure era l'unica soluzione possibile per evitare l'inquinamento, cioè lo sversamento delle polveri. Troppo tardi la realizzazione della copertura nel 2015. Fino a quest'ultima data è dimostrato che “la dispersione della polvere di carbone dalla centrale e del suo successivo deposito nei terreni limitrofi si sia verificato in via continuativa e senza intervalli”. Non solo, il fenomeno per i giudici è il risultato del ciclo produttivo stesso della centrale “Federico II”. Il deposito delle polveri sui terreni e sull'abitato circostante non era un fenomeno occasionale, tutt'altro.

Enel e gli imputati hanno provato a difendersi, ma per la corte d'Appello la teoria che “la polvere nerastra fosse prodotta in via esclusiva dal fenomeno della combustione di biomasse vegetali o da alterazione dei vegetali a seguito dell’azione di patologie o di insetti, appare non solo priva di supporto scientifico, ma davvero fantasiosa”. Insomma, se la frutta degli agricoltori è invendibile, è solo colpa del carbone, fanno capire i giudici. Ma adesso si dovrà svolgere un nuovo processo d'appello a Lecce.

Gli avvocati di parte civile

Gianvito Lillo, Rosario Almiento (Provincia di Brindisi), Marcello Falcone, Giuliano Calabrese, Luigi De Rosa, Vito Donato Epifani, Daniela Faggiano (Comune di Brindisi), Carmela Lo Martire, Salvatore Del Grosso, Vincenzo Farina, Amilcare Tana, Alessandro Caiulo, Pierfrancesco Pulli, Giovanni Brigante, Maria Rosaria Rizzo, Franco Fanuzzi, Pasquale Rizzo, Guido Massari (Comune di San Pietro Vernotico), Leonilda Gagliani, Donato Mellone, Alberta Fusco, Sergio Talarico, Dario Lolli (Comune di Torchiarolo), Alessandro Gueli, Marcello Tamburini.

Gli avvocati delle parti

Paola Severino (Enel Produzione Spa), Tommaso Marrazza (Sanfilippo e Ascione), Angelo Nanni (Sanfilippo, Ascione ed Enel Produzione Spa).

Gli avvocati delle associazioni

Andrea Casamassima (Salute Pubblica), Stefano Latini (Legambiente), Stefano Palmisano (Medicina Democratica), Alessandro Gariglio (Green Peace), Albino Quarta (comitato “No Carbone”).

La nota dell'Enel

“Le difese commentano positivamente l’esito della sentenza della Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso dei due dirigenti di Enel Produzione. Ciò  si aggiunge alle assoluzioni degli altri esponenti aziendali coinvolti nei precedenti gradi di giudizio. Le difese ricordano che a nessun livello aziendale sono mai state mai violate le normative e le autorizzazioni relative alla Centrale e che, nel corso dei primi due gradi, i giudici non avevano adeguatamente valorizzato il materiale probatorio che testimoniava l’enorme mole di investimenti (pari ad oltre 700 milioni di euro) costantemente effettuati nel corso degli anni da Enel Produzione presso la Centrale, secondo un processo di miglioramento continuo teso a garantire le migliori performance ambientali dell’impianto. In merito alla posizione della Provincia di Brindisi, si ribadisce l’inesistenza di ogni tipo di danno rivendicato, ivi compreso quello per i profili ambientali, mai emersi durante la lunga istruttoria dibattimentale”.

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Articolo aggiornato alle ore 18:34

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