Bruciata viva 39 anni fa, la sorella: "Qualcuno sa cosa accadde, ma non parla"

La Cassazione bollò il caso di Palmina come un suicidio, ma le indagini sono state riaperte. Mina Martinelli si batte ancora per avere giustizia

Da sinistra, Mina e Palmina Martinelli

FASANO – "Qualcuno sa cosa accadde quel giorno a mia sorella, ma oggi non vuole parlare. C'è ancora omertà". Mina Martinelli ricorda Palmina, che aveva 14 anni quando cominciò a morire, esattamente 39 anni fa. Era l'11 novembre 1981. Qualcuno le cosparse il corpo di alcool e le diede fuoco. Morirà 22 giorni dopo, in ospedale. Per la giustizia italiana si trattò di un suicidio, per molti, tra cui la sorella Mina, quello fu un omicidio. Qualcuno voleva costringere Palmina a prendere una strada che lei non avrebbe mai imboccato: la prostituzione. Era poco più di una bambina, poco meno di una ragazzina, ma il suo rifiuto fu netto. E questo le costò la vita.

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Fasano, anni '70-'80

Palmina (nella foto sopra, indicata col numero 3) – è il ricordo della sorella Mina – è una bambina come le altre, che vuole vivere come tutte le coetanee. La situazione in famiglia non è semplice, ma il sorriso sul volto delle sorelle non manca. Mina è più grande di un anno, vanno molto d'accordo. Frequentano insieme l'orfanotrofio “Latorre”, dal 1974 fino al 1979. Non è una famiglia ricca, quella di Palmina e di Mina, tutt'altro. Ma i momenti felici ci sono, impressi ancora oggi nella memoria della sorella Mina. Lei, il giorno della tragedia, ha 15 anni, lavora a Bari presso una signora. Sente una notizia alla radio e il sangue le si gela. E' l'11 novembre del 1981. Uno dei fratelli di Palmina, Antonio, entra in casa e trova la sorella sotto la doccia, che tenta di spegnere le fiamme che avvolgono il corpo. Invano. E' un'altra epoca: quel giorno a Fasano manca l'acqua. Una tragedia nella tragedia. Il fratello Antonio, otto anni dopo, concederà un'intervista alla trasmissione “La macchina della verità”. In quella testimonianza ammetterà di non aver portato subito la sorella al pronto soccorso, ma di aver aspettato una trentina di minuti. Non solo l'acqua in casa, nella macchina di Antonio manca anche la benzina. Non pensa neanche di usare il telefono, è confuso: “In quel momento mi venivano tante cose da pensare”, dirà al conduttore. Alla fine, Palmina viene portata al pronto soccorso dell'ospedale di Fasano. Non è più una 14enne spensierata, no, è una ragazzina che ha ustioni sul 70 per cento del corpo. La soccorre un chirurgo, si chiama Lello Di Bari, anni dopo sarà sindaco di Fasano. Sono le 16.30, Di Bari fisserà nella memoria quell'orario e non lo cancellerà mai più. Spiega oggi: “La ragazza aveva i vestiti bruciacchiati ed era in uno stato di notevole agitazione, nonostante le sue condizioni generali fossero ancora discrete, tanto che, avendomi riconosciuto, mi chiedeva piangendo di aiutarla e mi raccontava che in tre le avevano dato fuoco, facendomi anche i nomi. Nei minuti successivi, tuttavia, le condizioni generali peggiorarono rapidamente e, dopo averle tolto gli indumenti che indossava, mi resi conto che Palmina aveva ustioni di secondo e terzo grado che interessavano circa il 70 per cento della superficie corporea. Dopo averla stabilizzata, la trasferii con la massima urgenza presso il Centro grandi ustioni del Policlinico di Bari dove, dopo una lunghissima agonia, Palmina concluse la sua giovane vita”.

Bari, anni '80

Durante l'agonia di Palmina, la giustizia si mette in moto. Il caso, per competenza territoriale, è affidato alla Procura di Bari. Il pm Nicola Magrone si reca in ospedale, va a trovare Palmina portando con sé un registratore. E' sconvolto per quanto accaduto, per l'età della vittima, ma è determinato nel rendere giustizia a Palmina. Entra nella stanza e si trova di fronte uno scempio: della ragazzina allegra e sorridente ormai rimane ben poco. Le si vedono a malapena gli occhi. Con l'aiuto di un medico Magrone riesce comunque a farsi raccontare cosa è accaduto. L'audio della registrazione mette i brividi. Con un filo di voce Palmina risponde alle domande di Magrone e indica anche i suoi aguzzini. Di uno non ricorda il cognome, ma il nome sì. Dopo 22 giorni quel che resta della ragazzina allegra cessa di vivere. Il processo viene istruito, ma non basta il lavoro di Magrone. La Cassazione scriverà – momentaneamente – la parola fine su questa vicenda. Per gli ermellini quello fu un suicidio, non un omicidio. Le prove non bastano. E non basta neanche la parola di Palmina. “E' stato ignorato il coraggio di Palmina, la sua richiesta di Giustizia”, spiega Nicola Magrone oggi. “La Cassazione ha peggiorato la situazione, se possibile, il caso venne bollato come un suicidio. A me Palmina fece i nomi dei carnefici, ebbe questo coraggio. Raccontò tutto, ma questo evidentemente non bastò. Non venne creduta, venne quasi condannata, implicitamente, perché lei disse che era stata uccisa, ma nella sentenza si parla di suicidio. Invece Palmina difese se stessa”.

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Bari, aprile 2016

Palmina non si è arresa in punto di morte, neanche la sorella Mina si arrende di fronte alla giustizia. Perché lei cerca Giustizia, con la maiuscola. Le due sorelle sono accomunate dalla tenacia. Assistita dall'avvocato Stefano Chiriatti (nella foto sotto) del foro di Lecce, Mina Martinelli riesce a far riaprire il processo. Certo, gli imputati di allora non possono essere processati nuovamente. Ma Mina vuole che il sigillo di “suicidio” venga tolto. Quello fu un omicidio, ripete da anni Mina. E anche l'associazione Libera ha inserito il nome di Palmina tra quelli delle vittime della mafia e della criminalità organizzata. Il 30 marzo 2016 la corte di Cassazione accoglie il ricorso di Mina e dell'avvocato Chiriatti, ricorso che si basa anche su una perizia medico-legale, redatta dall'anatomo-patologo Vittorio Pesce Delfino. Spiega Chiriatti: “Detto in soldoni, questa perizia esclude nella maniera più assoluta che si parli di un suicidio. Volendo riassumere quello che è un vero trattato, al momento del rogo, Palmina avrebbe dovuto avere quattro braccia. Se con due braccia si proteggeva il viso, come avrebbe fatto ad appiccare il fuoco nella zona addominale? Comunque la perizia dice molto di più, anche per questo è stato riaperto il caso”. La denuncia a carico di ignoti viene presentata a Brindisi, ma poi le indagini passano per competenza territoriale a Bari, dove sono ancora in corso. Si attende a breve la loro chiusura.

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Napoli, oggi

Alcuni giorni fa Mina Martinelli ha ricevuto un regalo, gradito e inaspettato. Sono alcune foto (pubblicate per la prima volta in questa pagina) che ritraggono Palmina all'orfanotrofio “Latorre” a Fasano. Altre mostrano momenti di festa. Palmina ha i capelli corti, a caschetto, in alcune foto. Oggi Mina Martinelli vive a Napoli, è sposata e ha una sua famiglia. Ma Palmina non l'ha dimenticata. Continua a battersi e a lottare perché venga fatta giustizia. All'epoca, quando capì cosa era successo alla sorella, provò rabbia: “All'inizio mia madre mi chiamò e, per non farmi spaventare, parlò di un incidente – dice oggi Mina – Poi a poco a poco capì cosa avevano fatto a Palmina. Lei fece i nomi, eppure non è stata creduta. Provo molta rabbia”. Ora vive lontano da Fasano, ma cosa pensa dell'ambiente in cui maturò il caso? “Per alcuni punti di vista, non molto è cambiato. C'è ancora omertà sul caso. Qualcuno sa e non vuole parlare. L'amica del cuore di Palmina ha addirittura detto che non la conosceva, l'ha detto esplicitamente”. Mina Martinelli si batte contro l'omertà, in nome della sorella. Anche l'ex sindaco Di Bari, il chirurgo che fu tra i primi a soccorrere Palmina non crede alla tesi del suicidio, tanto che, il 23 aprile del 2012, da sindaco di Fasano, di concerto con l’associazione “Libera”, intitolò una piazza a “Palmina Martinelli, giovane vittima di crudele violenza”. Oggi Lello Di Bari spiega: “Non ho mai avuto dubbi, sin dai primi istanti, che si fosse trattato di un brutale omicidio e non di un suicidio. Palmina è stata vittima di una cultura di violenza e prevaricazione. La sua 'colpa', quella di opporsi alla volontà dei suoi carnefici, che volevano indurla alla prostituzione. Un rifiuto che ha pagato con una morte atroce”. Mentre si attende l'esito delle nuove indagini, Mina continua a combattere, in nome della memoria di Palmina. E continua a sfogliare le foto, ricordando quando erano due bambine spensierate.

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