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Martedì, 28 Maggio 2024
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Omicidio Nestola, il Riesame conferma: "La firma di Aportone sul delitto"

Depositate le motivazioni del rigetto dell'istanza di revoca della misura cautelare nei confronti del 70enne di San Donaci, presunto responsabile dell'assassinio dell'ex carabiniere

LECCE - Sono state depositate nei giorni scorsi le ragioni del Tribunale del Riesame in merito alla scelta presa lo scorso dicembre di lasciare in carcere Michele Aportone, il 70enne di San Donaci accusato di aver assassinato a colpi di fucile Silvano Nestola, ex carabiniere di 45 anni.

Per il collegio composto dal presidente Carlo Cazzella e dai giudici Giovanni Gallo e Maria Pia Verderosa, reggono le accuse contenute nell’ordinanza di custodia cautelare emessa una seconda volta dal gip Sergio Tosi dopo il precedente annullamento (da parte dello stesso Riesame) scaturito da ragioni puramente tecniche.
Stavolta, sono quindi scesi nel merito i giudici, ripercorrendo ogni passo delle indagini svolte dai pubblici ministeri Paola Guglielmi e Alberto Santacatterina, titolari dell’inchiesta in cui è indagata per l’omicidio anche la moglie di Aportone, Rossella Manieri, di 62 anni.

Insomma, il quadro accusatorio non ha ceduto, a partire dal movente: l’anziano avrebbe ammazzato il militare in congedo, la sera del 3 maggio, mentre lasciava casa della sorella col figlio di undici anni, a Copertino, perché non accettava la relazione sentimentale con la figlia Elisabetta, di 36 anni, e nella cui autovettura aveva piazzato un gps proprio per monitorare, insieme alla consorte, ogni suo spostamento.

L’avvocata difensora Francesca Conte aveva fatto presente che questo controllo non era malsano, ma legato a una preoccupazione legittima dipesa da alcuni gravi problemi e fragilità della figlia. Ma per i giudici della Libertà, l’iniziativa di installare un gps è un atto che svela molto di più di una semplice preoccupazione, in quanto documenta la volontà di intromettersi nella sua vita e di ostacolarne le scelte, anche attraverso gesti di grande impatto. Il coinvolgimento di Aportone inoltre emergerebbe dal numero dei contatti. Dati alla mano: in soli 35 giorni (dal 27 marzo al 2 maggio del 2021) la posizione dell’autovettura utilizzata da Elisabetta fu controllata 571 volte dall’utenza in uso a Manieri (più di sedici volte al giorno, una volta ogni ora e mezza) e 134 dall’utenza in uso al 70enne (quasi quattro volte al giorno).

Che questo controllo non fosse destinato alla verifica delle condizioni di salute della donna, per il Riesame, è confermato dalla circostanza che il dispositivo fu staccato il giorno prima dell’omicidio, il 2 maggio. Dall’esame del cellulare in uso all’indagato, inoltre, sequestrato il 12 maggio, fu accertato che dopo il delitto avesse provveduto a cancellare dalla rubrica il contatto (salvato come “Fernando Lo”) associato all’utenza dell’apparato di geolocalizzazione, nonché l’intera sessione degli sms ricevuti.
“Che motivo aveva Michele Aportone, proprio quel giorno, di rimuovere il collegamento gps e, successivamente, di cancellare i dati dal suo cellulare?”, si domandano i giudici.

Insomma, in linea a quanto ricostruito dagli inquirenti, lo fece perché avrebbe provveduto a risolvere direttamente il problema, organizzando nei dettagli il piano per eliminare l’ex militare e anche le fasi successive: avrebbe usato un furgone con il quale avrebbe compiuto solo una parte del tragitto per Leverano, impiegando successivamente lo scooter caricato al suo interno e di cui poi si sarebbe disfatto, quattro giorni dopo, sezionandolo e bruciando alcuni pezzi. Fondamentali per risalire al percorso, la visione dei filmati ripresi dalle telecamere di videosorveglianza e le dichiarazioni del titolare dell’officina nei pressi della quale fu lasciato temporaneamente il due ruote. Ma non solo. “Scentificame stu cazzu”, la frase catptata secondo le indagini proprio mentre Aportone si liberava del mezzo, per il Riesame è la sua “firma” nel delitto.

L’avvocato Conte aveva provato a ottenere l’annullamento dell’ordinanza, non solo cercando di dimostrare che la ricostruzione degli inquirenti si basasse su mere ipotesi, ma anche appellandosi al principio del ne bis in idem, secondo cui un indagato non può essere sottoposto a due iniziative cautelari in contemporanea, a meno che non emergano nuovi elementi.
Ma il Riesame ha chiarito che, stando a quanto affermato a più riprese dalla giurisprudenza di legittimità, è possibile una nuova emissione del titolo cautelare, senza sia violato il divieto, quando l'ordinanza genetica sia venuta meno per ragioni soltanto formali come nel caso di Aportone. Ora, al vaglio della difesa, il ricorso in Cassazione.

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