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Giovedì, 20 Gennaio 2022
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Redazione BrindisiReport

Covid: "Il mio viaggio da esule, nell'isolamento domiciliare"

Le riflessioni di un cittadino confinato in casa da un paio di settimane, con sintomi lievi, dopo aver contratto il virus

Riceviamo e pubblichiamo il racconto della quarantena di un cittadino che ha contratto il Covid da un paio di settimane. 

Eh sì, siamo qui a raccontare questo lungo periodo di isolamento dovuto alla positività del Covid. Non sono un vip come Jovanotti, Favino, Cassano o Fedez da rendere avventurosa la mia esperienza e degna di condivisione in Tv, però qualche riflessione su questi giorni può esser utile. Premetto che sono un uomo, poco oltre la quarantina, tutto sommato in buone condizioni fisiche e con terza dose di vaccino effettuata in tempi non sospetti. Il Covid è arrivato sornione da un contatto che si è rivelato positivo in un assembramento indecente ma consentito dalle brillanti normative in corso (e da un po’ d’interpretazione all’italiana). Dopo 3 giorni di incubazione ecco i primi sintoni tipici dell’arrivo dell’influenza: astenia, dolori articolari e febbre. Con un po’ di sforzo si prendono tutte le cautele necessarie e ci si avventura verso il tampone effettuato privatamente per non aspettare i tempi biblici dell’Asl: esito positivo e inizia il lungo periodo di isolamento.

Avere quell’etichetta addosso fa una strana sensazione, è l’incontro tanto temuto (forse in parte atteso) col protagonista mediatico e sanitario di questi ultimi due anni, ora è come sentirsi parte di una grande famiglia che abita nel graficone dei contagiati della Protezione Civile, che ormai abbiamo imparato a conoscere. I sintomi per fortuna sono abbastanza conosciuti e senza isterie si vive l’esperienza d’allontanamento dai propri familiari, alcuni positivi a loro volta e dalla vita di tutti i giorni. 

Se c’è qualcosa in cui rilevo insidioso questo virus è la lunghezza dei sintomi: dopo due settimane sono ancora presenti: scompaiono i giorni pari per ripresentarsi nei giorni dispari. Ad oggi questa è l’unica differenza rispetto a una normale influenza, oltre al confinamento dal mondo sano, negativo o asintomatico. In questo viaggio da esule si riprendono attività messe da parte: la lettura, la chitarra e l’osservazione del mondo visto da quella scatola che è la Tv. Da qui emergono riflessioni dubbiose su come sia stato possibile contagiarsi ed anche una certa orticaria davanti alle immagini stonate dei Tg che esaltano il periodo di saldi nei negozi o la leggerezza con cui si è parlato dei veglioni di Capodanno.

Non mi sottraggo dalle mie responsabilità riguardo al contagio: se fossi stato a casa probabilmente ora sarei libero di uscire… se molti fossero rimasti a casa o avessero evitato le caciare, oggi forse sarebbero più liberi.  Se avessero inventato delle mascherine con una porticina per alimentarsi forse oggi molti positivi sarebbero negativi, se ci fossero stati i controlli delle forze dell’ordine con alcuni locali multati e chiusi definitivamente, oggi saremmo più sereni. La mia memoria ritorna però anche alle dichiarazioni lanciate da alcuni virologi e molti politici che esaltavano la campagna vaccinale e il Green Pass come oggetto d’invincibilità, forse per incentivare chi non meritava d’essere incentivato. Sono fiducioso riguardo alla medicina e ai vaccini in genere e sicuramente in futuro farò quarta, quinta e sesta dose e tutte le future (non prendiamoci in giro…) ma, dati alla mano, se è vero che le manifestazioni gravi del Covid sono diminuite grazie ai vaccini, è pur vero che il virus è entrato come un coltello caldo nel burro dell’esile protezione che essi hanno dato nell’immunità e trasmissione del virus stesso. 

Ora gli ostinati ed egoisti novax non c’entrano: i dati che riportano 100.000/200.000 contagi al giorno sono in gran parte di vaccinati con due o tre dosi. Quindi a conti fatti cosa è servito questo Green pass per una socialità sostenibile e sicura?  Sarà una mia considerazione influenzata dalle condizioni attuali, ma mi sento come se ci avessero offerto una buona utilitaria spacciandola per una Ferrari. Ciò avrà delle conseguenze: se in futuro io, sostenitore convinto dei vaccini, effettuerò prontamente i richiami, ma con molta disillusione, non oso immaginare come si comporteranno gli insicuri e i titubanti suffragati da una parziale ma non trascurabile lettura dei dati.

Da qui ritengo ci sia la necessità di esser coerenti: o il Covid viene considerato come un raffreddore, con relativa libertà, o gli assembramenti che producono questo fenomeno non meritano più di esser tutelati se ogni giorno dev’esser fatto un bollettino da guerra. Se queste feste fossero state rigide come quelle dell’anno precedente, forse ad oggi molta più gente sarebbe libera di uscire, fare la spesa e lavorare. Dire “the show must go on” rinchiudendo un milione d’italiani, continuare lo show per avere altre centinaia di migliaia rinchiusi da qui a febbraio è un atteggiamento abbastanza irresponsabile. 

Infine, vorrei fare un plauso a tutte le mamme e i papà che si sono trovati nella difficile situazione di un figlio positivo. Avendo avuto in famiglia la gestione di un bambino positivo, so bene come possono sentirsi una madre e un padre quando il numero pubblicizzato dall’Asl non risponde o quando, dopo giorni e giorni di attesa, i sanitari vengono ad effettuare il tampone al piccolo, tralasciando di controllare i genitori che poi risulteranno positivi ad un successivo tampone a distanza di una settimana. Un senso di abbandono che dopo due anni di pandemia non è accettabile. Un augurio di guarigione a tutti i confinati, sperando in un 2022 diversamente “positivo”.

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