Distretto del freddo, lo studio all'Università. Ambientalisti contro

BRINDISI – La Brindisi Lng ha presentato ieri mattina in un’aula della Facoltà di Ingegneria, in Cittadella della Ricerca, il protocollo d’intesa con otto associazioni di categoria e sindacati per collaborare sull’obiettivo della realizzazione di un distretto del freddo cui la società inglese è disposta ad offrire finanziamenti, oltre che alle frigorie liberate dai processi di rigassificazione del metano (che viaggia sulle navi a -160 gradi per conservare lo stato liquido).

Il distretto del freddo

BRINDISI – La Brindisi Lng ha presentato ieri mattina in un’aula della Facoltà di Ingegneria, in Cittadella della Ricerca, il protocollo d’intesa con otto associazioni di categoria e sindacati per collaborare sull’obiettivo della realizzazione di un distretto del freddo cui la società inglese è disposta ad offrire finanziamenti, oltre che alle frigorie liberate dai processi di rigassificazione del metano (che viaggia sulle navi a -160 gradi per conservare lo stato liquido).

L’azienda, che ha più volte recentemente dichiarato di essere certa dell’esito favorevole dell’iter autorizzativo, ormai in dirittura d’arrivo, dopo i sì dei ministeri dell’Ambiente e dei Beni culturali (manca solo l’ultima conferenza dei servizi prima che dal ministero dello Sviluppo esca o meno il decreto definitivo, e il dicastero è retto ad interim da Silvio Berlusconi dopo le dimissioni di Scajola), ha affidato infatti all’Università del Salento lo studio di fattibilità dell’operazione freddo, che dovrà consentire lo sviluppo di un indotto legato alla lavorazione e alla conservazione soprattutto dei prodotti agroalimentari ed ittici.

Hanno aderito al protocollo Api, Claai, Cna, Confartigianato, Confcooperative, Confesercenti, Confindustria, Copagri, Cisl, Uil e Ugl, mentre Cgil e Coldiretti sono sul fronte opposto. L’operazione distretto del freddo è stata presentata dall’amministratore delegato di Brindisi Lng, Damiano Ratti, e dal direttore generale Enrico Monteleone. E’ toccata al rettore Domenico Laforgia il compito di illustrare i percorsi per giungere ad uno studio di fattibilità. L’Università del Salento impiegherà dieci unità in questo lavoro, che non potrà essere completato prima di 6-9 mesi.

Problemi fondamentali, ha detto Laforgia, quelli della quantificazione dell’investimento necessario e del numero di addetti, per stabilire se il progetto dovrà avere obiettivi di mercato, o solo puramente sociali (in cui ovviamente nessuna impresa, oltre a Brindisi Lng, sarebbe disposta a coinvestire). Sul piano tecnico, ci sono i problemi per evitare dispersione di energia lungo il percorso rigassificatore depositi frigo, e molto probabilmente si dovrà pensare – per preservare ogni scala di freddo, da 160 a zero – a fluidi vettori. Non bisogna dimenticare che ci saranno problemi urbanistici, infine da risolvere.

Tuttavia la stessa Brindisi Lng indica in quattro anni il tempo necessario per costruire il rigassificatore di Capo Bianco dal giorno di inizio, dei lavori, ai quali poi aggiungere quelli per le strutture dell’industria del freddo. E quello non secondario del dissequestro dell’area di cantiere, sotto sigilli dal febbraio del 2007. L’operazione freddo potrebbe diventare realtà alla fine del secondo decennio del millennio in corso, se tutto va bene.

Ma il fronte ambientalista al pressing territoriale risponde marcando stretto, e questa volta le critiche piovono sull’Università del Salento per avere accettato l’incarico dello studio di fattibilità da Brindisi Lng, circostanza che obiettivamente non implica una scelta di campo l’ateneo leccese. Tuttavia, ecco la posizione del fronte del no.

“Chiunque voglia fornire supporti scientifici ad ipotesi di attività industriali e di altre forme di sviluppo non può non analizzarne contenuti, sostenibilità, fattibilità di tali ipotesi. E sarebbe bene che ciò avvenisse in sintonia con quanto il territorio, nelle sue espressioni democratiche, si prefigge di perseguire”, dicono gli ambientalisti.

“Tali considerazioni non possono che portarci a parlare della catena del freddo - su cui le scriventi associazioni motiveranno in seguito in modo puntuale ed articolato la propria posizione - che fisicamente si contestualizza con l’impianto di rigassificazione progettato nel porto. Chiunque (e, quindi anche l’Università del Salento) operi in questo territorio, non può non sapere che le Istituzioni locali, compresa l’Autorità Portuale, e la Regione Puglia considerano incompatibile il rigassificatore con le attività, in primo luogo portuali, presenti e programmate”.

A ciò gli ambientalisti aggiungono:“Senza considerare che, a tutt’oggi non esiste una valutazione di impatto ambientale che risponda a quanto disposto dalla Direttiva 85/337/CEE e che comunque il parere positivo espresso dall’apposita commissione ministeriale ha sollevato tali e tante perplessità da giustificare la presentazione di un esposto alla Procura di Brindisi”.

“Sappiamo bene quali siano le difficoltà in cui si dibatte l’Università del Salento che, comunque, si regge prevalentemente con fondi pubblici – prosegue la nota - e pertanto la sua attività deve essere orientata verso l'interesse pubblico come del resto avviene in molti paesi. Tali difficoltà possono essere affrontate e superate soltanto con le istituzioni e, la comunità salentina e, in questo senso prioritariamente, brindisina, collaborando con esse in nome di quello sviluppo sostenibile di cui il rigassificatore è la negazione”.

“Sembra, quindi, conseguente che le eventuali commesse dall'industria privata devono rientrare nel quadro di riferimento generale di un ente pubblico a servizio della collettività, - secondo il fronte ambientalista brindisino”, altrimenti quest’ultima sosterrebbe con le proprie risorse un ente che svolge un'attività contro i suoi interessi”.

“Vorremmo anche far notare – conclude il comunicato - che l’altra omonima catena, non futuribile ma a reale portata di mano, quella del caldo, pur prevista dalle tante e inapplicate convenzioni firmate con il polo elettrico non è mai stata realizzata facendo dissolvere nel nulla enormi quantità di energia che avrebbero potuto essere utili alla produzione agricola e alla collettività in genere”.

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