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Falesia killer, le indagini: non era un'esercitazione improvvisata

BRINDISI - Sono almeno due gli interrogativi ai quali le indagini sulla tragedia di Apani dovranno rispondere: la morte del giovane ricercatore travolto dal crollo della falesia, si poteva evitare? Se sì, chi doveva scongiurarla? Il giorno dopo ogni tragedia è giornata di lavoro frenetico, così è stato per i carabinieri della stazione Casale e del Nucleo operativo ecologico, per gli ispettori dello Spesal e per il pubblico ministero Antonio Costantini. Lavoro febbrile da una parte, sul luogo della tragedia, nella oasi protetta del Wwf dove gli inquirenti si sono assiepati per i rilievi del caso. Silenzio surreale dall’altra, nella camera mortuaria dell’ospedale Perrino dove si sono raccolti i parenti del 29enne Paolo Rinaldi, ancora increduli.

BRINDISI - Sono almeno due gli interrogativi ai quali le indagini sulla tragedia di Apani dovranno rispondere: la morte del giovane ricercatore travolto dal crollo della falesia, si poteva evitare? Se sì, chi doveva scongiurarla?  Il giorno dopo ogni tragedia è giornata di lavoro frenetico, così è stato per i carabinieri della stazione Casale e del Nucleo operativo ecologico, per gli ispettori dello Spesal e per il pubblico ministero Antonio Costantini. Lavoro febbrile da una parte, sul luogo della tragedia, nella oasi protetta del Wwf dove gli inquirenti si sono assiepati per i rilievi del caso. Silenzio surreale dall’altra, nella camera mortuaria dell’ospedale Perrino dove si sono raccolti i parenti del 29enne Paolo Rinaldi, ancora increduli.

La mamma, il papà, dirigente scolastico di un istituto superiore del capoluogo jonico, a piangere l’incredibile morte del figliolo perduto. L’ultimogenito, terzo dopo due sorelle, l’unico maschio. Studente modello, pare retorica ma non lo è. Paolo Rinaldi si era laureato poco meno di tre anni fa, naturalmente a pieni voti, nella sede tarantina dell’Università degli studi di Bari con una tesi sui rischi da impatto tsunami lungo le coste della Puglia e lo sviluppo di modelli di predizione delle inondazioni. Studi complicati, portati avanti a costo di sperimentazione e fatica quotidiane, che non erano servite a guadagnargli il futuro nel quale sperava, un futuro da ricercatore all’Università.

Dopo la laurea aveva frequentato il laboratorio La Gatta a Taranto fino a un anno e mezzo fa, per spirito di liberalità, come fanno i precari, ma aveva capito che doveva cercarsi un’altra strada. Che l’abnegazione non basta a costruirsi il futuro. E’ per questo che, un anno a mezzo fa, quando si è profilata la prospettiva del corso di formazione professionale, non ha esitato, convinto che fosse quella la cosa giusta da fare. Sperava che lo stage presso l’Universus Csei, l’ente per conto del quale il giovane tirocinante stava mettendo a punto i rilievi sulla costa brindisina, rappresentasse la svolta. “Per quello stage che gli avrebbe guadagnato la qualifica di “Tecnico Gis per la gestione delle coste e delle aree rurali”, Paolo aveva lasciato tutto”, dicono i colleghi. Sperava che gli desse l’attrezzatura pratica utile a inserirsi nel mondo del lavoro. E’ andata altrimenti.

Le ricerche degli inquirenti sono rivolte in due direzioni su tutte, partendo dall’assunto stabilito da una legge dello scorso anno in materia di sicurezza sul lavoro che equipara i tirocinanti ai dipendenti, con tutto quello che comporta in fatto di oneri sulla sicurezza. Resta da individuare se il “datore di lavoro”, nel caso di specie, debba essere individuato nell’Universus-Csei, l’ente di formazione per conto del quale la vittima stava eseguendo i rilievi, insieme alla collega di Matino di Lecce, la 30enne Anna Scarlino, sopravvissuta al crollo, oppure nel Ministero dell’Ambiente, dicastero che aveva erogato i fondi utili per la ricerca, nonché dominus dell’area protetta nella quale i due giovani ricercatori stavano effettuando gli studi per mezzo del Gps.

Ozioso sembra invece l’interrogativo ulteriore se i due tirocinanti potevano e dovevano trovarsi nel tratto di costa travolto dal crollo, o se non sia stato un azzardo avventurarsi fin lì: era quella, e non altra, la porzione di terra specifico oggetto dei loro studi, quella la mission. Al più, secondo gli inquirenti, ci sarà da capire se e con quali cautele avrebbero dovuto essere effettuati quei rilievi, dato che “i datori di lavoro” devono formare e informare i tirocinanti sui rischi e la maniera di prevenirli. E ancora se, come dicono in molti, questa è cronaca di una tragedia annunciata, dato che gli allarmi più e più volte lanciati dai geologi sono caduti nel vuoto.

Pochi i dubbi invece, sulle cause del decesso di Paolo Rinaldi, morto per lo schiacciamento del torace mentre veniva trasportato al Perrino. L’autopsia disposta dalla procura, e affidata al medico legale Antonio Costantini, appare come un atto dovuto che sarà eseguito nei prossimi giorni, che poco potrà rivelare sulle incognite sospese su questa vicenda. Per più di qualcuno, “una tragedia annunciata”.

Così per l’Adoc, l’associazione per la tutela dei diritti dei consumatori: “Quanto accaduto, così come ha procurato la morte di una giovane vita poteva anche procurare una strage se pensiamo alle decine di bagnati frequentanti la zona nella stagione estiva. Un pericolo costante lungo un po’ tutto il litorale minacciato dall’erosione del mare che ha letteralmente scavato la roccia e le pareti di terra creando vuoti pericolosissimi sia per chi stazione sugli arenili sia per chi sosta con i propri mezzi nelle parti superiori. Non basta un divieto per risolvere il problema c’è bisogno di interventi urgenti di messa in sicurezza e di tutela”.

Non meno duro l’intervento del Forum ambiente, salute e sviluppo: “I nostri sentimenti di dolorosa partecipazione  e di sentita solidarietà per le vittime  si saldano  con l’auspicio che  tempestivamente venga fatta  piena chiarezza in tutte le direzioni sulle responsabilità di quanto accaduto. Dobbiamo però dire con amarezza che non ci piacciono  certi commenti rivolti a risolvere tutto con pretesi comportamenti imprudenti  delle vittime così come ci sembrano inspiegabili taluni silenzi. Il fatto è che quando  il  pericolo è arcinoto e nessuno si muove per rimuoverlo, quanto meno con  l’adozione  di misure temporanee di salvaguardia per scongiurare incidenti e disastri, le responsabilità ci possono essere  e vanno nelle competenti sedi accertate e   chiarite”. Le parole d’ordine, a questo punto, sono due: adozione immediata del piano della costa e messa in sicurezza dell’intera area.

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