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Il sequestro: "Usavano le torce come termovalorizzatori". Venti giorni per rimediare, o sarà blocco

BRINDISI – Potrebbe diventare una battaglia campale per la chimica italiana, combattuta sul filo delle opposizioni in giudizio e dei ricorsi. Potrebbe essere anche una storia a lieto fine, con le due società coinvolte che accettano i rilievi della procura e del gip, apportano alcune modifiche agli impianti colpiti da sequestro preventivo e mutano i sistemi di smaltimento dei rifiuti della lavorazione, ma evitano il blocco dello stabilimento. Che piega prenderà la vicenda dopo le notifiche dei decreti ad orologeria del gip Paola Liaci a Polimeri Europa e Basell lo si saprà presto. Ma una cosa è certa: le aziende hanno 20 giorni di tempo per prospettare soluzioni “tecnicamente e scientificamente praticabili”. Oppure i sequestri preventivi diverranno efficaci e sarà fermo degli impianti come “causa non voluta dalla procura di Brindisi”.

BRINDISI - Potrebbe diventare una battaglia campale per la chimica italiana, combattuta sul filo delle opposizioni in giudizio e dei ricorsi. Potrebbe essere anche una storia a lieto fine, con le due società coinvolte che accettano i rilievi della procura e del gip, apportano alcune modifiche agli impianti colpiti da sequestro preventivo e mutano i sistemi di smaltimento dei rifiuti della lavorazione, ma evitano il blocco dello stabilimento. Che piega prenderà la vicenda dopo le notifiche dei decreti ad orologeria del gip Paola Liaci a Polimeri Europa e Basell lo si saprà presto. Ma una cosa è certa: le aziende hanno 20 giorni di tempo per prospettare soluzioni "tecnicamente e scientificamente praticabili". Oppure i sequestri preventivi diverranno efficaci e sarà fermo degli impianti come "causa non voluta dalla procura di Brindisi".

E' questo il margine accordato dagli inquirenti alla società del gruppo Eni e alla multinazionale americana, ma solo "in ragione della particolare natura dei processi industriali coinvolti" e certamente anche per evitare contraccolpi sui circa 560 lavoratori di Polimeri Europa e sui 150 (dato aggiornato) di Basell, senza contare l'indotto. Tuttavia, ha spiegato questa mattina il procuratore capo Marco Di Napoli, la misura richiesta al giudice delle indagini preliminari dal pm Antonio Negro ci sta tutta: il sistema di sicurezza, basato su cinque torce di emergenza per Polimeri e 2 per Basell, non funzionava solo in caso di blocco della produzione provocato da black-out o avarie, cioè da eventi realmente occasionali, ma veniva utilizzato sistematicamente dalle due società come un gigantesco apparato di termodistruzione non autorizzato per i rifiuti speciali residui dei processi produttivi.

In sostanza, in caso di fermata, negli impianti si immette ossido di carbonio che blocca le reazioni ed elimina le situazioni di pericolo. Poi il residuo invece di essere immesso nel circuito delle torce potrebbe essere smaltito (sempre con le dovute autorizzazioni) anche in altri modi, ma con modalità e costi certamente più onerosi. Nel Petrolchimico di Brindisi era più comodo ed economico sino a ieri inviare tutto in torcia e bruciare, e poi immettere in atmosfera i residui della combustione. Che non sono prevalentemente composti da vapore acqueo come facevano sapere le aziende ma hanno - secondo i rilievi dell'Arpa - una ben diversa struttura. Gli inquirenti, oltre agli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) ritengono che le emissioni del Petrolchimico consortile possano anche essere la causa delle impennate di polveri sottili PM10 che caratterizzano la qualità dell'aria a Torchiarolo. Una capitolo da riscrivere, probabilmente.

Gli indagati al momento sono quattro: Paolo Zuccarini, 47 anni, direttore dello stabilimento di Polimeri Europa, Paolo Salvatore Brigante, 38 anni, responsabile salute, sicurezza e ambiente sempre di Polimeri Europa; Giancarlo Di Natale, 63 anni, direttore dello stabilimento Basell, e Franco Casadio, 64 anni, responsabile sicurezza per l'impianto brindisino della società Usa. I reati ipotizzati sono tre: smaltimento non autorizzato di rifiuti gassosi (articolo 256 del Testo Unico sull'ambiente del 2006), emissioni in atmosfera senza autorizzazioni (articolo 279 della medesima legge) ed emissioni pericolose (articolo 674 del Codice penale).

La novità, "con cui credo non si siano ancora misurate altre procure", ha detto Di Napoli, è che nel caso delle indagini brindisine i gas di scarico degli impianti sono stati considerati come rifiuti, in base ad una modifica apportata nel 2008 al Testo Unico sull'ambiente, e in tal senso, ha sottolineato il procuratore capo, "invochiamo anche la giurisprudenza europea che ci offre riferimenti precisi". Invece sino al 2008 la norma non qualificava i gas come rifiuti, e probabilmente è questa ancora la teoria cui si ispirano la maggior parte delle aziende chimiche. Su questo terreno si potrebbe sviluppare la battaglia campale di cui si parlava in principio, perché sono in discussione interi assetti industriali e costi elevati che potrebbero abbattersi sui cicli produttivi. Molto più semplicemente, per l'Unione europea è rifiuto tutto ciò di cui l'industria si disfa.

Diventa dunque importante, il processo che potrebbe nascere attorno all'indagine della procura brindisina, e al lavoro compiuto dal consulente tecnico del pm e dalla Digos. Gli uomini del vicequestore Vincenzo Zingaro hanno lavorato molti mesi per mettere in chiaro una "materia molto complessa". Il gruppo coordinato dall'ispettore Alessandro Cucurachi però alla fine ha portato al pm risultanze probatorie adeguate alla delicatezza di una vicenda "dai risvolti economici molto importanti", in cui - ha detto chiaramente il procuratore - "non potevamo e non possiamo rischiare di sbagliare". Per questo ci sono anche sei-sette mesi di videoriprese 24 ore su 24 effettuate nel 2009 dalla polizia che documentano, ha spiegato il dirigente della Digos, innumerevoli episodi di ricorsi alle torce di emergenza, quasi tutti in regime di funzionamento normale degli impianti e non di avaria o di pericolo.

Perché il sequestro? "Perché il pericolo è attuale - ha detto ancora Di Napoli - e perché le due società non hanno assunto contromisure, probabilmente perché non considerano quelle emissioni rifiuti. E questo dimostra che avrebbero continuato sulla stessa strada". Poi perché non esiste un sistema interno di monitoraggio della natura e della quantità dei flussi di sostanze immesse nelle torce, malgrado il problema fosse stato rilevato e sottolineato dall'Arpa in una relazione di fine 2008.

L'indagine è cominciata, aveva spiegato all'inizio della conferenza stampa il procuratore capo, valutando le segnalazioni fatte da alcuni articoli di stampa ("che noi teniamo ben presente"), poi i due esposti inoltrati dal presidente pro tempore della Provincia, Michele Errico, ed infine l'ondata di irritazione alle vie respiratorie accusata da numerosi militari di una compagnia della Guardia di Finanza che l'11 settembre 2008 si trovavano al poligono di Torre Cavallo, proprio a ridosso della torcia RV101C, quella più utilizzata, durante un'accensione della stessa. C'è quindi anche un ramo di indagine ancora in fase iniziale che riguarda gli impatti sulla salute, ha detto il procuratore capo. Intanto era urgente bloccare un meccanismo palesemente fuorilegge.

Con il decreto del gip, gli impianti oggetto del decreto di sequestro preventivo sono stati affidati in custodia giudiziale agli amministratori delegati delle due società: Alberto Maria Alberti, 55 anni, per Polimeri Europa/Eni, e Marcello Sciota, 55 anni, per Basell. I sindacati di categoria si riuniranno con la Rsu del Petrolchimico alle 17 odierne, per valutare la situazione.

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