Intervento/ Bonifiche, ci vogliono condizionare

Ricorrentemente si sente parlare dell’ “Area Sin di Brindisi”, quella, per intenderci, ricompresa nell’ “Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale”. Un grosso affare economico che i Ministeri, così come accade con certe “Autorità”, tendono sempre a gestire direttamente.

Pierpaolo Petrosillo

Ricorrentemente si sente parlare dell’ “Area Sin di Brindisi”, quella, per intenderci, ricompresa nell’ “Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale”. Il “Sito di Interesse Nazionale” è una vasta porzione di territorio nel quale dover eseguire analisi di terreni e falde (cosiddette caratterizzazioni), prima ancora di accennare la parola bonifica. Un grosso affare economico che i Ministeri, così come accade con certe “Autorità”, tendono sempre a gestire direttamente.

Il Sin di Brindisi fu perimetrato nel lontano 2000. Un’estensione pazzesca rilevabile dalla seguente planimetria (zona pallinata). Nello specifico è accaduto che, dopo una serie di caratterizzazioni eseguite, è stato rilevato un inquinamento diffuso di terreno e falde, specie in certe zone come “Micorosa”, in cui sarebbe bastata una passeggiata.

Un’altra mappa chiarificatrice del pasticcio, una specie di gioco assurdo che nel mio libro ho definito “Brindisopoli”, svela una drammatica realtà di cui i maggiori responsabili, lo dicono i verbali ministeriali, sono 4 grandi multinazionali con nomi facilmente intuibili. Quelle, sostanzialmente, a causa delle quali stanno pagando anche tutti gli altri.

Con l’introduzione del famoso “Accordo di Programma” (2007) è successo che tutte le grandi aziende, fatta eccezione per l’Eni (che credo stia ancora cercando una soluzione allargata ai vari Petrolchimici disseminati per lo stivale), vi hanno aderito versando somme milionarie nelle casse del Ministero.Fondi di cui Brindisi non ha visto nemmeno una lira.

Per intendere, l’Accordo di Programma esime le aziende che vi aderiscono dal bonificare le falde, la cui opera di bonifica passa alle spettanze del Ministero, organo che sino ad oggi si è soltanto occupato di far studiare il cadavere con costosissime autopsie. Per i terreni invece, qualora a seguito delle indagini di caratterizzazione risultassero inquinati, ogni ditta, dopo “Analisi di Rischio Sito Specifico”, deve ripulire da sè.

Ne consegue il derivante blocco, a Brindisi, per la piccola e media impresa che non può sostenere i costi per caratterizzare nè tanto meno per bonificare. Giusta, quindi, la richiesta di sbloccare i lotti non inquinati per incentivare lo sviluppo e l’insediamento di attività non impattanti. Il problema è che per farlo, così come per ridurre il perimetro dell’area Sin, occorre non solo aver accuratamente caratterizzato, ma anche non aver trovato inquinamenti oltre la soglia consentita.

Una paradossale situazione che ha imbrigliato un’intera città, rendendola ancora più succube dell’industria pesante, quella stessa che ha procurato il danno e che spartisce, come nel caso Enel ed Eni, quote di proprietà con lo Stato e con i Ministeri stessi a cui versare i  baiocchi delle “transazioni”.

Viene il dubbio che tutto questo non sia un caso. Che non vi siano “ritardi del Ministero dell’Ambiente nella definizione delle problematiche relative al Sin”, ma precise strategie nazionali e regionali. Che non vi siano “ingiustificabili rinvii nella definizione di un problema da cui dipende il futuro ambientale, economico ed occupazionale del territorio brindisino”, ma celate volontà di condizionare subdolamente il futuro di una piccola comunità.

Come il Sindaco ha detto: “La città di Brindisi non può più permettersi queste assurde perdite di tempo. Ci si perde da anni dietro pastoie burocratiche che nulla hanno a che fare con la concreta esigenza di tutelare l’ambiente.”

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