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Martedì, 18 Gennaio 2022
Ambiente

Termodistruttore Asi, tutto in regola, tranne la provenienza di una parte dei rifiuti

BRINDISI - Nessun rifiuto non autorizzato, nessuna manomissione ai dati della centralina per il rilevamento di carbonio e dei fumi emessi dall’impianto di termodistruzione di rifiuti ospedalieri e industriali in via Pandi, zona Sisri, leggi impianto Veolia, ex Termomeccanica. Solo una l’incognita, che potrebbe fare la differenza nelle decisioni del pm Giuseppe De Nozza: la provenienza assolutamente anonima dei fusti e del loro contenuto, almeno fino a un attimo prima della perizia disposta dalla procura.

BRINDISI - Nessun rifiuto non autorizzato, nessuna manomissione ai dati della centralina per il rilevamento di carbonio e dei fumi emessi dall'impianto di termodistruzione di rifiuti ospedalieri e industriali in via Pandi, zona Sisri, leggi impianto Veolia, ex Termomeccanica. Solo una l'incognita, che potrebbe fare la differenza nelle decisioni del pm Giuseppe De Nozza: la provenienza assolutamente anonima dei fusti e del loro contenuto, almeno fino a un attimo prima della perizia disposta dalla procura.

E' il dettaglio, se è tale, che deciderà il futuro degli indagati dopo l'apposizione dei sigilli, il 4 marzo 2009, ossia Lorenzo Ferraro, 58 anni; Francesco Taveri, 51 anni; Francesco Mollica, 53 anni; Andrea Campi, 46 anni; Maurizio Casentino, 35 anni, e Franco Zanon, 53 anni, assistiti dai legali Cosimo Pagliara, Roberto Cavalera, Orazio Vesco e Francesco Arigliano. Sarà De Nozza, dopo le conclusioni della monumentale perizia depositata nei giorni scorsi dagli ingegneri Giovanni Moschioni, Guido Pavan e Angelo Rizza, a decidere se sia il caso di chiedere l'archiviazione o rinviare a giudizio.

L'impianto in questione è un il termodistruttore della piattaforma polifunzionale di proprietà dell'Asi (ex Sisri), per il trattamento dei rifiuti industriali, e fu messo sotto sequestro dopo un sopralluogo durato tredici ore da parte della procura brindisina, al fianco degli uomini del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri. Nel piazzale antistante l'impianto infatti, si trovavano mille fusti "di troppo". Nessuno sapeva dire cosa contenessero, né da dove provenissero. Forse sono reagenti chimici.

La domanda, per inciso, era stata posta proprio da Veolia in una denuncia-querela indirizzata alla procura, decisione dei vertici della multinazionale francese subentrata a Termomeccanica, salvo poi ritrovarsi iscritti nel registro degli indagati.

Il termodistruttore entra in funzione nel 2001, le attività dell'impianto si scandiscono in tre fasi: pretrattamento, ossia stoccaggio e movimentazione dei rifiuti; impianto di termodistruzione; ciclo termico e produzione di energia elettrica. E' il 22 gennaio 2003 che la Provincia autorizza il trattamento dei rifiuti industriali, disponendo una procedura assai meticolosa per la identificazione, lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti.

Questa la storia in pillole ricostruita nella perizia, che nelle 52 pagine conclusive, parte da una constatazione di questo tenore: "Il consulente tecnico d'ufficio, sulla base delle operazioni peritali eseguite e sulla base dei documenti esaminati non ha mai potuto rintracciare per i rifiuti contenuti nei serbatoi, nonché per la quasi totalità dei fusti presenti nel sito in prossimità dell'impianto di termodistruzione le schede identificative di ogni singolo rifiuto così come previsto dal metodo di trattamento rifiuti a firma dell'ingegnere Taveri".

Per arrivare a definire la tipologia dei rifiuti contenuti nei fusti, i tecnici utilizzano dunque una "corposa documentazione fotografica del singolo rifiuto", ma su "campioni di cui non è stato possibile rintracciare né l'origine, né l'eventuale ciclo produttivo che li ha prodotti". Malgrado la falla nella procedura stabilita dell'ente provinciale, tutte le sostanze contenute nei fusti, analizzate singolarmente dai periti della procura, vengono giudicate "compatibili" con le autorizzazioni rilasciate dalla Provincia stessa.

Nel dettaglio: "641 sono i fusti contenenti reagenti chimici con probabile provenienza da laboratori pubblici e privati derivanti da attività di ricerca ed analisi chimica, biochimica e chimica-clinica; 22 i fusti contenenti pesticidi con probabile provenienza da consorzi agrari o attività agricole; 124 i fusti contenenti rifiuti liquidi di origine e contenuto sconosciuto sottosti ad analisi chimica di laboratorio per procedere ad una possibile identificazione; 187 i fusti contenenti rifiuti di origine e contenuto sconosciuto sottoposti ad analisi chimica di laboratorio per procedere ad una possibile identificazione".

Positiva anche la risposta al secondo quesito, quello relativo al sistema di monitoraggio, software e hardware, delle emissioni in atmosfera, dato che l'impianto misurava sia la presenza del carbonio organico che la pressione e la temperatura dei fumi. La procura chiedeva ai tecnici di accertare le "eventuali abusive manomissioni e manipolazioni poste in essere sul medesimo, nonché sui tempi e sulle modalità di realizzazione delle stesse, valutando la corrispondenza tra i dati registrati dai sensori del sistema e quelli comunicati all'autorità di controllo".

La risposta dei tre periti, dopo accertamenti a tutto campo, anche su questo fronte, chiude la perizia con queste parole, lapidarie: "Stante la rilevante quantità di dati memorizzati e presentati alle autorità, si è proceduto a campione, senza che siano emerse incongruenze fra i dati", dunque "non si evidenzia la presenza di manipolazioni sporadiche o sistematiche".

Impianto accusatorio demolito? Almeno così parrebbe. Tranne un dettaglio affatto tascurabile. In base alle autorizzazioni, i periti concludono che tutte le tipologie di rifiuti trovate nei fusti potevano essere trattate, aggiungendo però che: "Non altrettanto si può dire delle modalità con cui tali rifiuti venivano avviati al trattamento". E ancora: "Sia il contenuto dei serbatoi, sia il contenuto dei fusti è risultato, fatte salve alcune rare eccezioni, completamente anonimo sia contenuto sia come provenienza". Si tratta dell'unica incognita, che potrebbe fare la differenza.

Nota del direttore - Dalla perizia depositata dai consulenti tecnici del pm esce rafforzato un sospetto che da anni aleggia sull'attività della piattaforma polifunzionale dell'Asi di Brindisi: che assieme a partite di cui era disponibile la tracciabilità, secondo la normativa vigente, al termodistruttore (e forse anche alla vicina discarica oggi in fase di messa in sicurezza dopo la chiusura) siano giunti stock di rifiuti pericolosi del tutto anonimi. Proprio su queste spedizioni in nero avvengono le speculazioni, i maggiori guadagni da parte di qualcuno, le intermediazioni lucrose. L'augurio è che la procura di Brindisi riesca ad andare sino in fondo per scoprire se, quando e per responsabilità di chi ciò è avvenuto. (marcello orlandini)

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