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Martedì, 25 Gennaio 2022
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Decesso del pusher: “L’autopsia? Un bluff”. A giudizio due periti della Procura di Roma

ROMA – Colpo di scena a margine del procedimento penale in corso a seguito della morte (per la Pubblica accusa determinata da una dose letale di sostanza stupefacente) di Gianguarino Cafasso, il presunto pusher delle trans capitoline, trovato privo di vita in una stanza di un albergo a via Salaria, a Roma nella notte tra l'11 e il 12 settembre del 2009. L’esito dell’autopsia sul corpo del pusher sarebbe frutto di un “falso ideologico”. Tanto avrebbe ipotizzato il Gip del Tribunale di Roma, Nicola Di Grazia, che ha disposto il Giudizio immediato a carico di due periti della Procura laziale. E così sotto accusa sono finiti i medici legali Stefano Moriani (54 anni, milanese) e Marco Iacoppini (49 anni, romano).

ROMA - Colpo di scena a margine del procedimento penale in corso a seguito della morte (per la Pubblica accusa determinata da una dose letale di sostanza stupefacente) di Gianguarino Cafasso, il presunto pusher delle trans capitoline, trovato privo di vita in una stanza di un albergo a via Salaria, a Roma nella notte tra l'11 e il 12 settembre del 2009. L'esito dell'autopsia sul corpo del pusher sarebbe frutto di un "falso ideologico". Tanto avrebbe ipotizzato il gip del Tribunale di Roma, Nicola Di Grazia, che ha disposto il giudizio immediato a carico di due periti della procura laziale. E così sotto accusa sono finiti i medici legali Stefano Moriani (54 anni, milanese) e Marco Iacoppini (49 anni, romano).

Decisiva, ai fini della vicenda, sarebbe risultata una superperizia, depositata in sede di incidente probatorio. La prima udienza del processo a carico dei due medici è fissata per lunedì prossimo, dinanzi al giudice monocratico del medesimo Tribunale di Roma, Valerio De Gioia. Per il decesso del pusher sono indagati tre dei quattro carabinieri finiti in manette nel novembre del 2009 perché accusati di aver orchestrato ed eseguito, per fini estorsivi, l'anomala irruzione avvenuta il 3 luglio del 2009 nell'appartamento di via Gradoli, mentre il giornalista Piero Marrazzo (all'epoca Governatore della Regione Lazio) era in compagnia di una trans, di nome Natalie.

Tra i commilitoni figura anche il militare ostunese Carlo Tagliente (33 anni, pronto a costituirsi parte civile nel procedimento a carico dei due periti), accusato di concorso morale in omicidio insieme al collega Luciano Simeone (31 anni, di Napoli). Su un terzo militare, (Nicola Testini, 37 anni, di Andria), pende invece l'accusa di omicidio volontario. Sarebbe stato lui, secondo l'accusa, a cedere a Cafasso la droga letale.

Nuovi scenari, però, si profilano all'orizzonte, sottolinea la difesa dei militari. I due periti della Procura romana sono stati trascinati in Giudizio, perché, in concorso tra di loro, nella qualità di consulenti tecnici del pubblico ministero nel procedimento penale sulla morte di Cafasso, avrebbero redatto e firmato congiuntamente una relazione medico legale e tossicologica, depositata presso la Procura di Roma il 26 novembre 2009, ideologicamente falsa, in quanto contenente false attestazioni di attività autoptiche, medico legali e tossicologiche mai realmente svolte. Inoltre avrebbero attestato di aver effettuato accertamenti tossicologici di laboratorio su aliquote di visceri mai eseguite in quanto i relativi prelievi non erano mai stati compiuti.

Ma c'è di più. Sempre in riferimento al decesso di Cafasso, i due professionisti, al fine di occultare le ipotesi di reato contestate a loro carico, si sarebbero opposti alla riesumazione della salma, redigendo e firmando congiuntamente una specifica relazione medico legale, depositata presso la Procura di Roma il 9 luglio 2010, nella quale avrebbero attestato falsamente che gli organi interni erano stati manipolati e successivamente ricomposti con pulitura delle cavità interne.

La difesa di Tagliente - su impulso dei periti di parte, Costantino Ciallella e Annunziata Lopez - ha sempre sostenuto che Cafasso non sarebbe morto a seguito di una overdose, bensì per un improvviso collasso cardiocircolatorio. E tanto sarebbe in effetti emerso, a conclusione dell'incidente probatorio svoltosi nel novembre scorso davanti al gip Renato Laviola e resosi necessario per esaminare i risultati ai quali era giunto il perito Giovanni Arcudi incaricato dal giudice di svolgere una super perizia.

Per la contestata estorsione ai danni di Marrazzo, i tre carabinieri (insieme ad Antonio Tamburrino, 29 anni, di Parete, in provincia di Caserta, anche lui militare) sono invece tuttora indagati, a vario titolo, di estorsione, ricettazione, violazione della privacy e violazione del domicilio.

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