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Il pentito Penna incastra Pasimeni: “Piccolo Dente? E’ il boss di sempre”

BRINDISI - Di fronte a giudici, pubblico ministero, l’aula gremita di legali, ha pronunciato atto d’abiura nei confronti del proprio passato: “Signor pm, non mi guardi così, non sono mai stato un santo, ma oggi sono un altro uomo”, ma non di pentimento, malgrado l’aria contrita e l’espressione quasi implorante. Per il più fedele dei suoi compagni di ventura, il pentito assai ben informato Ercole Penna le cose stanno altrimenti, il boss Massimo Pasimeni quello che era, resta. Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Giorgio Lino Bruno, ha chiesto e ottenuto l’acquisizione agli atti dell’ultimo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia alla polizia di Stato, in cui racconta con dovizia di particolari chi è il capo dei Mesagnesi, oggi. Penna sarà ascoltato il 17 maggio, nella prossima udienza dibattimentale del processo scaturito dall’operazione Codice da Vinci, messa a segno il 25 febbraio 2010 dal commissariato di polizia di Mesagne, guidato dal vice-questore Sabrina Manzone, e dalla squadra mobile di Brindisi, al comando del dirigente Francesco Barnaba.

BRINDISI - Di fronte a giudici, pubblico ministero, l'aula gremita di legali, ha pronunciato atto d'abiura nei confronti del proprio passato: "Signor pm, non mi guardi così, non sono mai stato un santo, ma oggi sono un altro uomo", ma non di pentimento, malgrado l'aria contrita e l'espressione quasi implorante. Per il più fedele dei suoi compagni di ventura, il pentito assai ben informato Ercole Penna le cose stanno altrimenti, il boss Massimo Pasimeni quello che era, resta. Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Giorgio Lino Bruno, ha chiesto e ottenuto l'acquisizione agli atti dell'ultimo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore di giustizia alla polizia di Stato, in cui racconta con dovizia di particolari chi è il capo dei Mesagnesi, oggi. Penna sarà ascoltato il 17 maggio, nella prossima udienza dibattimentale del processo scaturito dall'operazione Codice da Vinci, messa a segno il 25 febbraio 2010 dal commissariato di polizia di Mesagne, guidato dal vice-questore Sabrina Manzone, e dalla squadra mobile di Brindisi, al comando del dirigente Francesco Barnaba.

Penna ripeterà in aula quello che ha già detto agli inquirenti. Il verbale che potrebbe incastrare senza appello il fondatore della Sacra corona libera è quello del 29 aprile scorso. Lino lu Biondu, fa sul serio. La decisione di collaborare, partorita il 9 novembre scorso, non ha subito nel frattempo il minimo tentennamento. Il giuramento di fedeltà eterna, e di sangue, nei confronti del passato da parte dell'enfant prodige della quarta mafia salentina, è rotto. L'atto di abiura di Penna, che da mesi vive in località protetta insieme alla famiglia, è autentico, indietro non si torna.

E mentre in molti sembrano essersi scordati di lui, lui parla. Stavolta del terreno e del clan che conosce meglio, per averne fatto parte in qualità di parigrado al fianco di Massimo Pasimeni, alias Piccolo dente, in persona. L'esame al quale sarà sottoposto nella prossima udienza, dunque, promette di essere assai più circostanziato di quelli già consumati nei processi a carico del clan Bruno e del clan Brandi, la concorrenza insomma della quale riferiva "per sentito dire".

Nell'ultimo verbale, quello acquisito agli atti del processo in corso oggi noto anche ai legali Marcello Falcone e Rosanna Saracino, Penna sciorina verità ancora occulte e conferma quelle già note agli investigatori. Quand'anche fosse confermato il ritratto assai poco edificante tratteggiato da Pasimeni del nipote Giuseppe Panico, autore delle rivelazioni che hanno portato al blitz del 25 febbraio 2010, quand'anche la corte giudicasse inaffidabile il 25enne in quanto tossicodipendente e persino truffatore, del tutto altrimenti stanno le cose per Penna.

Il compagno di merenda di Piccolo dente sa, come tutto sanno e devono sapere i soci in affari. Sa delle estorsioni ad Apruzzi, per esempio. Il pentito ha confermato con dovizia di particolari il giogo al quale il commerciante di auto di San Michele Salentino era costretto, la morsa del racket, gestito da Pasimeni in prima persona. Piccolo dente, sempre in aula, ha detto che Apruzzi si limitava a fornire la materia prima a Panico, che si era messo in testa di mettersi nella compravendita delle auto. Quando il presidente Gabriele Perna gli aveva chiesto come mai il commerciante sammichelano continuasse a cedere le autovetture, ricevendone in cambio assegni scoperti, Pasimeni ha vistosamente balbettato. "Eravamo amici di vecchia data", ha spiegato. Già, agli amici un favore non si nega. Specialmente se hanno fama di boss senza scrupoli.

Non è tutto, nel verbale acquisito agli atti, nove pagine fitte di dettagli, circostanze, nomi e cognomi, Penna svela anche le nuove ambizioni del clan, il tentativo di emanciparsi dai vecchi commerci - droga, estorsioni -, mettendosi in affari con i colletti bianchi, puntando gli occhi sui business del momento: edilizia e energie rinnovabili. Non solo. Riguardo al capitolo Giancarlo Capobianco, capozona a Francavilla Fontana finito in manette nella retata del 28 dicembre scorso, il pentito mesagnese ha spiegato con dovizia di particolari quello che aveva già detto a dicembre scorso: "Lo stesso Capobianco ha rilevato una società che gestisce alcuni negozi con insegna Io casa in vari paesi della provincia di Brindisi, attività della quale io sono socio occulto così come lo è anche Massimo Pasimeni". Un affare da 25 milioni di euro.

E ancora: "Devo dire che un altro investimento riconducibile a noi è quello della società che gestisce una distribuzione commerciale di oggetti per la casa con una catena di negozi con insegna Io casa. La società di distribuzione, della quale non ricordo il nome, è stata acquistata circa un anno e mezzo o due anni fa da Giancarlo Capobianco di Francavilla Fontana che fa parte del nostro gruppo anche se non è formalmente affiliato". Quale sia la visione post-moderna di Penna sulle affiliazioni, è ormai noto: roba desueta, pericolosa e inutile. Tanto il collante, quello vero, erano e restano gli affari.

I due boss, pragmatici business men dal look rifatto, stavano tentando persino il colpaccio, più audace degli altri. Pasimeni e Penna erano determinati a sfondare il muro rimasto inviolabile e inviolato per decenni, anche nei tempi più bui della Scu: il palazzo municipale di Mesagne. Se ci fossero riusciti oppure no, se avessero già acquisito disponibilità, se avessero aperto il più ambito dei varchi, si scoprirà da qui a breve.

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