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Martedì, 18 Gennaio 2022
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Messapi contro Taranto, una guerra annegata nel vino

“Piuttosto che con Taranto, meglio la regione Salento”, disse l’ultimo re dei Messapi. La decisione del Senato romano era appena giunta a Orra (nome messapico di Oria), quando il Massimo, come era denominato il re, inviò a Kailia (Ceglie Messapica) il suo fidato Pomarikas in sella ad un veloce destriero con ordini urgenti per i capi di quella città, Arges e Mitas: ricostruire il Paretone per separare la Messapia dai territori dei Tarantini.

"Piuttosto che con Taranto, meglio la regione Salento", disse l'ultimo re dei Messapi. La decisione del Senato romano era appena giunta a Orra (nome messapico di Oria), quando il Massimo, come era denominato il re, inviò a Kailia (Ceglie Messapica) il suo fidato Pomarikas in sella ad un veloce destriero con ordini urgenti per i capi di quella città, Arges e Mitas: ricostruire il Paretone per separare la Messapia dai territori dei Tarantini.

La cosa suscitò un vespaio. I Tarantini infatti erano coloni greci, e a Natale, Pasqua e Ferragosto tornavano solitamente a Corfù per le feste, prendendo il traghetto a Brunda (Brindisi). Andare sino a Barium a piedi con bambini, suocere e bagagli non era cosa. Il porto della Japigia era troppo lontano. Brunda o morte. E scoppiò nuovamente la guerra tra Taranto e i Messapi. I Tarantini chiamarono in aiuto gli Spartani, questi però respinsero la richiesta spiegando che in Grecia avevano pure loro qualche gatta da pelare con i tributi richiesti da una popolazione barbarica del Nord, guidata da una tale Merkel che era peggio dei Persiani.

Gli astuti consiglieri del Massimo, però, videro proprio in questa abitudine dei Tarantini di andare in ferie in Ellas l'occasione per sbarazzarsene. A Brunda c'era un tizio della stessa nazionalità pronto a passare dalla parte giusta, tale Iraklis, che in cambio del controllo del porto era pronto a sequestrare le navi prima della partenza, così gli abitanti di Taranto sarebbero rimasti prigionieri sulla banchina assieme ad un altro popolo sgradito, gli Albanesi.

Il piano sarebbe riuscito, se non fossero intervenuti gli Agentes, emissari dei greci proprietari delle navi, che riuscirono a fare giungere da Roma il proconsole Lollus appena in tempo. Per giustificarsi, mentre Iraklis veniva esiliato da Lollus, il Massimo dichiarò al proconsole: "Mai pensato di ribellarci al Senato di Roma: ci chiamiamo pure Filia Solis, vero Albanus?". "Come no", rispose il musico più importante della Messapia (Negramessus e Mess Maria a parte, ndr), che aveva appena incassato ventimila talenti per una festa chiamata Elegie Carrisiche.

Il Massimo non sapeva più come evitare il passaggio sotto il controllo di Taranto. I suoi amici nel Senato, Casinus e Sansas, si erano dimostrati indifferenti. Decise di interrogare il suo oracolo di fiducia, Baldassara. "E sempre io, a Satyricon?", protestò la sibilla di via Tarantini. "Te tocca", le spiegò il Massimo. "Trovami una soluzione per sbarazzarmi di Taranto". "Non preoccuparti, i Tarantini presto saranno tutti sistemati". "E chi è così potente?", disse il Massimo, sinceramente scosso. "Si chiama Ilva", disse con un sorriso terribile la sibilla de noantri. "Ma se l'hanno chiusa!", urlò disperato il re messapico. "Ah sì? Non lo sapevo", disse Baldassara, e per squagliarsela prima che fosse troppo tardi si smaterializzò in una nuvola alla fragranza di Rosa di Gerico. Ma per errore si rimaterializzò nel pieno di un convegno della jihad islamica di Mogadiscio.

I Tarantini non si rivelarono poi così cattivi. Alla fine di un banchetto di riconciliazione, i capi dei nuovi alleati, Ippatius e Floridus, pronunciarono la famosa frase ripresa poi da Erodoto: "Primitivo e malvasia insieme, e chi ci ammazza?". "E le cozze dove le metti?" (ripresa da Senzacolonne), aggiunse il Massimo, stracciando con indifferenza, sotto il tavolo, una richiesta di riscatto da due milioni di talenti giunta dalla Somalia.

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