Sconfitta PD: ecco i veri colpevoli

«È colpa di Tomaselli, gli puzzano i piedi», disse Giovanni Brigante. «Se abbiamo perso è merito di Brigante, che la notte russa e non fa dormire i cittadini», rispose Tomaselli. Enzo Albano fu netto: «Vi dovete dimettere tutti, dal segretario nazionale a quello cittadino. E già che ci siamo si dovrebbe dimettere anche il portinaio del mio palazzo». Elisa Mariano, arrivata al momento giusto nel posto sbagliato, gettò acqua sul fuoco: «Abbiamo sbagliato tutto. Forse anche a non ascoltare Renzi». Qualcuno la guardò in maniera strana, come a dire: «Ma questa qui cosa si è fumata? Va bene che abbiamo perso, ma riconoscere i nostri errori ci sembra un po' troppo!».

Salvatore Tomaselli

«È colpa di Tomaselli, gli puzzano i piedi», disse Giovanni Brigante. «Se abbiamo perso è merito di Brigante, che la notte russa e non fa dormire i cittadini», rispose Tomaselli. Enzo Albano fu netto: «Vi dovete dimettere tutti, dal segretario nazionale a quello cittadino. E già che ci siamo si dovrebbe dimettere anche il portinaio del mio palazzo». Elisa Mariano, arrivata al momento giusto nel posto sbagliato, gettò acqua sul fuoco: «Abbiamo sbagliato tutto. Forse anche a non ascoltare Renzi». Qualcuno la guardò in maniera strana, come a dire: «Ma questa qui cosa si è fumata? Va bene che abbiamo perso, ma riconoscere i nostri errori ci sembra un po' troppo!».

Al primo Comitato centrale provinciale del PD ci fu un'affluenza record, come non accadeva da tempo: erano in 18, compresi i reduci della seconda guerra mondiale e i comandanti della Resistenza. La voglia di rivalsa si respirava in ogni intervento. «Dovremmo tornare nelle piazze, tra la gente», disse un compagno, scatenando l'applauso commosso della moglie, cooptata per fare numero. «Io in piazza non ci vado da almeno 20 anni, per raggiungerla avrei bisogno del navigatore satellitare», rispose il senatore Latorre. «Se andate in piazza vi tirano le uova addosso», ammonì Lino Luperti, che avendo preso mille voti alle ultime amministrative era riverito e ascoltato manco fosse Padre Pio.

«Diamo un primo grande segnale di cambiamento», sentenziò Antonio Elefante: «Trasformiamo la sede cittadina di vico Conserva in sala giochi. Così almeno qualcuno ci entra». Immediata la replica dei vendoliani: «Pensate sempre e solo agli affari!». Carmine Dipietrangelo, compreso che ormai si andava verso il suicidio di massa, preferì gettarsi dalla finestra per primo. Cadde su Massimo Ferrarese, che insieme a Rollo e Argese stava raccogliendo firme per lanciare la sua autocandidatura ad interim a: presidente del consiglio, Papa, segretario generale dell'Onu e usciere del Comune di Francavilla Fontana. La raccolta firme andava alla grande: in sette ore avevano già firmato Antonio Corlianò, Enzo Ecclesie e due tifosi dell'Enel Basket. «La strada è ormai spianata», titolò il giorno dopo un quotidiano locale, ma nessuno capì se si riferisse al tonfo di Dipietrangelo sull'asfalto o al suicidio politico di Ferrarese.

Intanto nel Comitato centrale, superato il profondo dolore per la perdita del glorioso compagno Carmine, dopo sette secondi il dibattito riprese: «Propongo di tornare a far vedere la Corazzata Potemkin nelle scuole», gridò Enzo Casone, e subito si udì il suono di un'ambulanza in avvicinamento. «E se ritornassimo alle care e belle feste dell'Unità?», propose Mimmo Tardio. «Tornare in mezzo alla gente mi sembra un tantino esagerato e anche pericoloso al gionro d'oggi», spiegò Massimo D'Alema: «In fondo la situazione è grave, ma non del tutto compromessa. Almeno non ancora». Rincuorati dal quel non ancora, i vertici del Partito Rimasto Solo Con i Suoi Vertici, tornarono a casa sereni e rinfrancati. C'era ancora qualche giorno di vita. Prima della fine.

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