Sgozzò la madre: confermata pena 14 anni

LATIANO - Prima la sgozzò con un coltello, poi infierì con un paio di forbici. Al gip, spiegò le sue ragioni: “Mia madre non mi voleva bene”. E’ stata oggi confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Lecce la condanna a 14 anni di reclusione per Marcello Recchia.

Marcello Recchia

LATIANO - Prima la sgozzò con un coltello, poi infierì con un paio di forbici. Al gip, spiegò le sue ragioni: "Mia madre non mi voleva bene". E' stata oggi confermata dalla Corte d'Assise d'Appello di Lecce la condanna a 14 anni di reclusione per Marcello Recchia, 39 anni, difeso dall'avvocato Giancarlo Camassa. All'uomo era stato riconosciuta la parziale incapacità di intendere e volere dalla Corte d'Assise di Brindisi dinanzi alla quale si era celebrato il processo di primo grado, con rito abbreviato. Il pm che sosteneva l'accusa era Raffaele Casto.

Erano le 17 del 16 febbraio dello scorso anno quando giunse una chiamata al 118. Dall'altro capo del filo c'era Recchia che dapprima disse: "Hanno ucciso mia madre", poi, subito dopo, confessò tutto ai carabinieri. Le indagini, una volta acquisita la piena confessione dell'uomo, sono procedute speditamente. La ricostruzione dei fatti è risultata chiarissima: in un momento di lucida follia Recchia aveva impugnato un coltello e lo aveva utilizzato per sgozzare la donna che era seduta in cucina e guardava la tv. Le forbici erano poi servite per infierire.

La scena che si presentò ai militari dell'Arma della compagnia di San Vito e della stazione di Latiano che raggiunsero il posto in pochi minuti era agghiacciante. La donna era riversa in un lago di sangue: non ci fu nulla da fare, vani i tentativi di rianimarla dei soccorritori. Quando i giornalisti raggiunsero il luogo del delitto, nei pressi dello stadio comunale di Latiano, all'interno dell'appartamentino al piano terra, due stanze una delle quali (la cucina) fu il teatro del raptus del 39enne, c'era ancora la tv accesa. Recchia era all'interno, uscì con le manette ai polsi e fu condotto in caserma.

 

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