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Giovani, calcio, sport avvelenati dalle ambizioni di allenatori e genitori

Il calcio italiano sta vivendo uno dei periodi più tristi e nebulosi della sua lunga e gloriosa storia. La nostra nazionale viene da due cocenti delusioni ai mondiali 2010 e 2014, seguite da inevitabili polemiche e promesse si come rilanciare i settori giovanili. Abbiamo le squadre più vecchie d’Europa

Il calcio italiano sta vivendo uno dei periodi più tristi e nebulosi della sua lunga e gloriosa storia. La nostra nazionale viene da due cocenti delusioni ai mondiali 2010 e 2014, seguite da inevitabili polemiche e promesse si come rilanciare i settori giovanili. Abbiamo le squadre più vecchie d’Europa. In Serie A ci sono società con rose con più calciatori stranieri (anche mediocri) che italiani. Ma quello che addolora e preoccupa di più è che non utilizziamo i giovani del nostro vivaio, se non in sporadiche occasioni. E questo dalla Serie A ai Dilettanti.

L’obbligo di utilizzo degli under nelle categorie dilettantistiche, ho sempre avuto la sensazione spiacevole che sia stato inteso dalla maggior parte delle società come un’imposizione della Federazione e non come uno stimolo a dare fiducia ai giovani e pianificare quindi un progetto pluriennale sul proprio settore giovanile.

Mi sembra inoltre che il nostro paese quanto a talenti calcistici sia ai titoli di coda, ovvero alle ultime giocate di classe, quelle poche rimaste da giocare sono sui piedi del solo Totti. Questi ha dichiarato recentemente che una volta appese le scarpe al chiodo gli piacerebbe allenare ed educare i bambini.

Quello sarà il momento in cui Totti si renderà conto personalmente del perché non ci sono più suoi eredi e purtroppo neanche nel futuro prossimo. Vedrà con i propri occhi come gli istruttori delle scuole calcio e gli allenatori dell’attività agonistica, insieme ai genitori dei ragazzi sgambettanti, non pensano affatto al talento, alla tecnica, al fair play, al rispetto delle regole, ma soltanto a vincere il prima e il più a lungo possibile. Insomma, desiderano fortemente passare all’incasso.

Società assetate di risultati, ma che in realtà hanno l’unico obiettivo di fare più tesserati e quindi più rette mensili. Allenatori attivati, i quali “usano” ignari ragazzi, per poter fare curriculum e carriera. I genitori, grazie ai successi dei loro figli, credono di incassare la gioia familiare e la promozione sociale rispetto a chi perde o vince poco.

Tutte menti alterate. Un’icona del calcio giovanile è Mino Favarin, oggi ha 78 anni ed è il responsabile del settore giovanile dell’Atalanta da 20 anni, una delle poche realtà italiane che hanno puntato molto alla promozione dei giovani. Egli recentemente ha rilasciato un’intervista ad una rivista specializzata. Credo che sia straordinariamente interessante.

Dichiara Mino Favarin. “Troppe volte si è dato peso al risultato, anzi, qualche volta l’ho fatto pure io. E’ umano. Vincere piace e fa gola, però talvolta non si va da nessuna parte. Una squadra che conquista lo scudetto o la Champions porta prestigio e soldi alla propria società. Un tricolore Allievi o Primavera regala una settimana di titoli sui giornali. Ma in concreto, se non hai costruito giovani per la prima squadra oppure da cedere a società più blasonate, non hai fatto nulla”.

Ma cosa deve fare il nostro calcio? Mettere al centro il “progetto”, il “giovane” (inteso come gioco propositivo) e il “gioco”. Potrebbero ad esempio le società destinare una parte importante del proprio bilancio nei settori giovanili come investimento, non come spesa. E per formare i giovani servono società che investono e che pensino più alla valorizzazione che al risultato. Servirebbe un cambio di cultura e di mentalità. Una rivoluzione copernicana insomma. In Italia pubblico e mass media non chiedono metodo e gioco propositivo come accade in quasi tutto il mondo, dove il calcio viene considerato spettacolo sportivo.

Ecco perché anche in Italia si utilizzano poco i giovani. Finché non sarà il gioco al comando, il nostro calcio sarà sempre in mano ai vecchi e in difficoltà con i giovani che hanno “fame” di un gioco chiaro e offensivo che li sorregga. Nel calcio come nella vita si può avere una visione ottimista o pessimista, ma quanto incide il sapere e la convinzione in questo? Spero che una vittoria senza meriti e “gioco”, non venga più considerata vittoria.

Ma cosa possiamo fare ancora? Qualificare sempre di più i corsi per allenatori. Ma serve soprattutto una ripresa, che prenda in considerazione un arco di vita basilare (0-18 anni), in cui si dovrebbero rivedere completamente contenuti, tempi e metodi della materia “Sport”. Tanto nella scuola quanto nella società, rispettando scrupolosamente la peculiarità di ogni fase.

Le ore di educazione fisica nelle scuole sono poche e superficiali, rimaste come tanti anni fa a tempo di ricreazione.  Se questi pensieri ad “alta voce” avranno fatto riflettere qualcuno e magari saranno oggetto di confronto fra gli addetti ai lavori, avrà raggiunto comunque un obiettivo. “Le idee migliori sono proprietà di tutti” (Seneca).

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