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Domenica, 5 Dicembre 2021
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Quando Brindisi era una fucina di campioni. Dalla boxe al calcio, dal remo alla pista

BRINDISI - Leggere le classifiche generali delle discipline che vedono la città di Brindisi impegnata nelle varie attività agonistiche e notarla malinconicamente “fanalino di coda” con le cronache che, sui giornali quotidiani, riportano le non esaltanti intraprese delle principali squadre locali è, per gli sportivi locali, davvero mortificante per una città che annovera una tradizione con trascorsi di tutto rispetto. E’ sufficiente prendere a modello un anno qualsiasi, dopo il secondo dopoguerra, per rendersi conto di come andavano le cose. Così controllando le cronache del lontanissimo 1946, Brindisi con i suoi campioni veniva citata ed esaltata per discipline quali il calcio, il pugilato, l’atletica leggera, il canottaggio e il tiro a volo, mentre il giovane Elio Pentassuglia si faceva notare quale indomito “schiacciatore” nella squadra di pallavolo “Manzoni Brindisi” e volgeva il suo lungimirante sguardo di giocatore-allenatore e, successivamente, talent-scout verso il mondo della pallacanestro.

BRINDISI - Leggere le classifiche generali delle discipline che vedono la città di Brindisi impegnata nelle varie attività agonistiche e notarla malinconicamente "fanalino di coda" con le cronache che, sui giornali quotidiani, riportano le non esaltanti intraprese delle principali squadre locali è, per gli sportivi locali, davvero mortificante per una città che annovera una tradizione con trascorsi di tutto rispetto. E' sufficiente prendere a modello un anno qualsiasi, dopo il secondo dopoguerra, per rendersi conto di come andavano le cose. Così controllando le cronache del lontanissimo 1946, Brindisi con i suoi campioni veniva citata ed esaltata per discipline quali il calcio, il pugilato, l'atletica leggera, il canottaggio e il tiro a volo, mentre il giovane Elio Pentassuglia si faceva notare quale indomito "schiacciatore" nella squadra di pallavolo "Manzoni Brindisi" e volgeva il suo lungimirante sguardo di giocatore-allenatore e, successivamente, talent-scout verso il mondo della pallacanestro.

Nel citato, fatidico anno, le cronache riportavano di giornate costellate da gesta ricche di soddisfazioni. Nel pugilato chi mieteva allori era il peso welter Tarì. Fenomenale risultò la sua vittoria contro il quotato pugile romano Carosi, avversario ostico e forte. Di fronte alla tecnica e alla potenza di Tarì, l'atleta capitolino, un "prima serie" di avvenire, crollò al tappeto alla terza ripresa. Le fasi dell'esaltante vittoria si susseguirono con un uppercut al mento, seguito da un montante allo stomaco che mise definitivamente ko il forte avversario. Nel duro mondo dei guantoni si facevano apprezzare però anche altri valorosi concittadini quali Mauro, Lavina e Zecca. L'organizzazione degli incontri era affidata ad una triade di sicuro affidamento e provata esperienza: Calabrese, Savarese e Anglani.

Proprio in quell'anno, ma anche in quelli successivi, cominciò la tradizione dei giovani atleti brindisini che, vestendo la maglietta del Centro Universitario prima e quella gialla con le rifiniture nere, con la scritta corsiva "Libertas", dopo, diventarono accaniti antagonisti dei baresi. In quelle antiche, clamorose sfide di atletica leggera appassionate e appassionanti, i brindisini non mancarono di farsi valere. Tra gli altri, spiccavano i nomi di Melchiorre centometrista, Morgese salto in alto, Montanile salto in lungo, Ippolito getto del peso, Maggiore lancio del disco e soprattutto degli insuperabili staffettisti (4x100) Melchiorre, Guadalupi, Salvemini e Morgese.

Si primeggiava anche in quegli sport di cui a Brindisi non si parla più, perché caduti nel completo oblio, nonostante la storia di successi e soddisfazioni fatti registrare; il riferimento è al tiro a volo. Ad ottobre del 1946, il brindisino Calamo si laureò, con una brillantissima vittoria, campione pugliese di questa disciplina, battendo a Santo Spirito, una frazione di Bari, tiratori di fama come Gambardella, Mindelli ed Elefante. Lo strapotere del nostro rappresentante fu totale, difatti concluse le cinque serie di piattelli con lo straordinario punteggio di cinquanta su cinquanta.

"Dulcis in fundo", scrivendo di sport, non è possibile tralasciare il calcio, oggi molto chiacchierato e poco giocato. In quel bel periodo, proprio quando ragazzi in gamba nativi di Brindisi si preparavano per la conquista della famosa "Coppa del Basso Adriatico" di canottaggio, l' "undici" di calcio brindisino militante nel Campionato Nazionale di serie "B" coglieva insperati, ma meritati successi. Storico fu il pareggio ottenuto sul campo della capolista Pescara. Quando la squadra partì da Brindisi, gli sportivi locali ebbero la convinzione che difficilmente i biancoazzurri avrebbero potuto contendere un risultato positivo ai forti calciatori pescaresi.

Il morale si abbassò ulteriormente, quando quella mattina di domenica 30 settembre 1946 giunse allarmante la notizia che il pullman del Brindisi era rimasto coinvolto in un incidente automobilistico, dal quale alcuni atleti erano usciti contusi, ma fortunatamente illesi. Alla comprensibile preoccupazione di sportivi e dirigenti seguì la grande soddisfazione del magnifico incontro disputato. Infatti, le cronache dell'epoca riportarono di una scintillante prova del Brindisi che, pur cosciente della forza dell'avversario, nulla aveva lasciato d'intentato nell'ambito agonistico, sudando per davvero pur di dare ai propri sostenitori una immensa gioia.

I giocatori, già da allora con la "V" sul petto, si dannarono l'anima per profondere nella gara le loro migliori doti: da Feliciotti a Mainardi, da Renna ad Ostroman tutti furono dei veri gladiatori. Il punto del pareggio fu siglato dall'ariete Pesenti, quando gli avversari erano in vantaggio. La conferma che Brindisi, in quel campionato 1946-47, realmente vantava una bella squadra fu data da un'altra ottima prestazione sfoggiata, la settimana successiva, sul campo del Catanzaro.

Questo narrato è certamente sport eroico, quasi epico, che nulla ha a che fare con quanto le cronache odierne ci riferiscono. A chi legge parrà anacronistico il fatto che si volga lo sguardo all'indietro verso il passato, ma ciò è anche giusto perché gli atleti di oggi possano prendere esempi e trarre insegnamenti che sanno di sacrifici, abnegazione, attaccamento alla città e ai colori sociali, questa è l'eredità dei campioni di ieri che, mettendo in campo l'orgoglio personale e la voglia di evidenziare il proprio talento, in nessun modo ci stavano a perdere.

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