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Sport e benessere: giocata o in tv, la partita non è poi così male

Se apriamo un atlante geografico e osserviamo la rappresentazione del nostro pianeta, vedremo grandi distese di oceani, catene montuose che si allungano per migliaia di chilometri e continenti con cui abbiamo familiarizzato (si spera) sin dalle elementari

Se apriamo un atlante geografico e osserviamo la rappresentazione del nostro pianeta, vedremo grandi distese di oceani, catene montuose che si allungano per migliaia di chilometri e continenti con cui abbiamo familiarizzato (si spera) sin dalle elementari. Un legame che unisce tutti gli abitanti delle terre raffigurate è sicuramente il bisogno di credere in qualcosa ultraterreno o la stessa negazione della credenza, il che si traduce nell’espressione religiosa che tanto è stata utilizzata nei secoli come arma per conquistare Stati o innescare conflitti per ottenere vantaggi economici.

Eppure, oltre alla trascendete presenza delle religioni, vi è un altro fenomeno, più squisitamente “terreno” capace di monopolizzare l’attenzione di miliardi di persone, che unisce simbolicamente il cittadino dello Yukon canadese all’australiano residente nella capitale Canberra. Parliamo dello sport più praticato al mondo: il calcio. L’attuale Campionato europeo, concomitante con la Copa América sono lo spunto per approfondire gli elementi che hanno portato questo sport ad esser seguito ed apprezzato a livello planetario.

L’antenato del moderno calcio è presente ab antiquo: il “cuju” ha fatto capolino nell’antica Cina circa 2500 anni fa e consisteva nel calciare una sfera in uno spazio ben definito. Forse gli antichi cinesi non avevano ancora pensato al Maracanà o al “Parco dei Principi” di Parigi, ma l’idea di base era già ben chiara. Nel corso della storia questo sport ha assunto varie forme e nomi, passando dal Episkyros  greco al calcio fiorentino rinascimentale, sino ad esser modernizzato a Londra verso la metà del XIX secolo.

Il motivo per cui miliardi di persone, prevalentemente maschi, sono attirati da questo sport è dovuto alla semplicità delle regole, agli spazi aperti ed alla sua primaria natura ludica. Il gioco infatti, è la pratica con il bambino esplora il mondo e acquisisce conoscenze e significati disinteressandosi del raggiungimento di un obiettivo materiale. Il gioco crea lo spazio cognitivo in cui inserire valori personali accettati, nucleari ed a prova di ogni ragione.

L’attività ludica, inoltre, ha un chiaro valore sociale per cui è possibile venire a contatto con spazi psicologici di altri individui abbattendo le barriere della diffidenza verso lo sconosciuto e adoperandosi per emettere azioni coordinate con quelle di altri individui. Il gioco è tipico dell’età infantile ma il bisogno dell’uomo di mettersi alla prova, di proiettarsi ed immedesimarsi in modelli vincenti, rimane insito nella propria natura.

Se a questi elementi si aggiunge il modello culturale che espone tutti i bambini al genitore tifoso ed alla domenica col pallone, si instaurano processi introiettivi per cui il tifoso in fasce si considererà adulto anche grazie alle “prove” che un buon tifo richiede. Se la cultura orienta al calcio, la chimica incoraggia lo sport, sia praticato che osservato. Durante l’attività sportiva vengono secreti ormoni tiroidei, l’ormone GH, il testosterone e l’adrenalina, provocando un’attivazione muscolare e neuronale che entro certi limiti innesca un forte senso di benessere.

L’assistere a un gol della propria squadra aumenta la produzione di dopamina ed esser spettatori di un evento competitivo fa salire alle stelle i livelli del testosterone, motivo per cui il genere maschile è più attratto e dipendente dagli sport rispetto al genere femminile.

Quindi, con buona pace di tutti l’attività sportiva è una condizione imprescindibile per il benessere della nostra razza e se la cultura attribuisce significati vincolanti al calcio non dobbiamo farcene un cruccio, l’importante è mettere ogni aspetto della nostra vita nel posto che razionalmente merita almeno 330 giorni l’anno.

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