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Tumori e malattie respiratorie: "In quegli anni emissioni industriali elevate"

Giovanni Gorgoni, alla guida dell'Agenzia regionale della Sanità (Ares Puglia) e Carla Ancona, del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, che ha coordinato assieme al collega Francesco Forastiere lo studio epidemiologico sulla popolazione di Brindisi e di sei comuni dell'area sottoposta all'impatto ambientale della zona industriale del capoluogo, dicono chiaramente in questa intervista come l'incremento di determinate categorie di tumori e di malattie respiratorie nel periodo di picco delle emissioni dalle centrali e dal petrolchimico, vale a dire gli anni  attorno al 1997, coincida proprio con l'aumento dell'esposizione agli inquinanti dispersi nell'aria, segnatamente polveri sottili, anidride solforosa e idrocarburi. (Nella foto sotto, Giovanni Gorgoni e Riccardo Rossi)

Giovanni Gorgoni e Riccardo Rossi-2

Si tratta di due medici e ricercatori di agenzie pubbliche, e i dati sono quelli inseriti da Ares e Asl di Brindisi nel primo report epidemiologico condotto sugli abitanti di Brindisi, Carovigno, Cellino San Marco, Mesagne, San Pietro Vernotico, San Vito dei Normanni e Torchiarolo. “Uno studio fondamentale per orientare, su basi scientifiche inoppugnabili, le necessarie scelte che il territorio si attende” sostiene Brindisi Bene Comune, che questa sera ha organizzato nella sala dell'Università di Palazzo Nervegna la presentazione del report. Parliamo quindi degli effetti di esposizioni ad emissioni che dopo il 1997 sono andate però calando.

Il punto, come spiega la dottoressa Carla Ancona, è continuare il monitoraggio, seguire costantemente l'andamento dei ricoveri, delle diagnosi di tumori e malattie dell'apparato respiratorio negli anni successivi, e quello delle emissioni industriali, per adottare le necessarie strategie e contromisure. Ma tra i grandi gruppi industriali presenti a Brindisi, Enel contesta i risultati dello studio realizzato dalla sanità pubblica e finanziato dalla Regione Puglia. Lo fa con un contro-studio, un'analisi commissionata al Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione dell’Università di Tor Vergata di Roma coordinato dal professore Leonardo Palombi . (Nella foto sotto, il secondo da sinistra è Francesco Forastiere)

Il secondo da sinistra è il dottor Francesco Forastiere-2

Secondo Palombi e la sua equipe "si tratta, al massimo, di uno studio retrospettivo perché utilizza dati del passato e non più attuali. Infatti, lo scenario emissivo odierno è decisamente inferiore rispetto a quello considerato nello studio che prende come anno di riferimento il 1997 e lo utilizza per tutti gli anni di osservazione, con l’attribuzione, quindi, di una esposizione significativamente superiore a quella reale".

"Nello studio non vi è una reale differenza di esposizione alle emissioni tra gruppi analizzati. Il livello di contrasto tra i due gruppi per esposizione è infatti molto ridotto: meno di un microgrammo per metro cubo di aria (1 μg/m) per il PM10 (a fronte di un limite di legge pari a 40 μg/m medi annuali). Le differenze riportate tra i due gruppi in termini di mortalità sono molto più elevate di quelle riportate dalla letteratura scientifica internazionale per la differenza di esposizione in esame. Questa discrepanza - sostiene Palombi - potrebbe essere spiegata da altri fattori di rischio legati allo stile di vita e non considerati dallo studio, come ad esempio alcol, sedentarietà, fumo e obesità".

Secondo l'analisi commissionata da Enel, "nel suo complesso Brindisi presenta tassi di mortalità inferiori alla media nazionale, almeno per quanto riguarda neoplasie e malattie del sistema circolatorio, fatto questo compatibile con la bassa concentrazione di alcuni importanti inquinanti, come il particolato fine e gli ossidi di azoto. Infine, lo studio di coorte non esprime un nesso di causalità tra livelli di esposizione ed effetti sanitari. Parlare di associazione tra fattori di rischio ed effetti sulla salute è dunque fuorviante", sostiene ancora il professore Palombi.

I dati dello studio epidemiologico su Brindisi e altri sei comuni (3)-2

"Come testimonia lo studio di coorte Epiair2 delle 25 città più industrializzate d’Italia, Brindisi risulta avere le minori concentrazioni di PM10. Rispetto al contesto italiano, la città pugliese, in termini di qualità dell’aria si colloca, insieme a Trieste, in una posizione favorevole nel panorama industriale del Paese. Inoltre, più di recente Brindisi si è piazzata al 4° posto, per la qualità dell’aria, nella classifica Icity rate 2017".

Ma non si possono calcellare le malattie legate ai picchi di inquinamento del passato: la vecchia centrale di Brindisi Nord, gestita all'epoca da Enel, ha funzionato a lungo a gasolio con la produzione di piogge acide. Nel petrolchimico la produzione era più elevata che ai giorni nostri. I processi hanno dimostrato che i terreni attorno al nastro trasportatore e alla centrale di Cerano sono stati contaminati, e per questo interdetti. Nei cordoni ombelicali delle puerpere brindisine sono state trovate concentrazioni di ftalati, sostanza prodotta del decadimento del cloruro di vinile.

Bisogna dimenticare o indagare ancora? La strada giusta è indagare ancora, come sostenuto dalla dottoressa Carla Ancona, pur avendo ottenuto la comunità brindisina in questi anni importanti investimenti in termini di ambientalizzazioni che nessuno disconosce. Non siamo ancora, però, un fiore di campo, a giudicare dalle percentuali di neoplasie attuali e dall'aumento di gravi patologie neurologiche. Ancora effetti delle esposizioni passate? Se così fosse, perchè non si dovrebbe studiare e documentare ciò che è avvenuto?

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