Venerdì, 24 Settembre 2021
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A cura di Blog Collettivo

Quando Brindisi accolse con affetto “li Giuliani” nel Collegio Niccolò Tommaseo

I profughi subirono le pressioni del subentrante governo jugoslavo che, di fatto, li costrinse ad abbandonare le terre d’origine ed a cercare rifugio nel nostro Paese

BRINDISI - “Ricordemo l’aventura de Brindisi, l’aria de quel toco de tera tuto nostro, dove gavemo podu’ cantar e parlar de novo quel che volevimo in ‘sto nostro franco dialetto, studiar latin, filosofia, navigazion e ragioneria, zogar ancora un par de ani, alzarse dopo el ribalton e andar per el mondo, magari in zavate e capel de paja”. Con queste parole gli ex allievi, profughi giuliani e dalmati, autonominatisi “Muli del Tommaseo”, ricordano l’esperienza trascorsa nel Collegio navale della nostra città. 

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Era il 1946 quando, partita l’Accademia di Livorno che si era insediata tre anni prima nel Collegio brindisino, le autorità militari riconsegnarono la proprietà alla Gioventù Italiana, e per essa di fatto alla municipalità, perché la struttura riassumesse l’originaria destinazione di centro d’istruzione marinara. In quel periodo la guerra era ancora un ricordo nitido, che manteneva in vita gli strascichi e gli odi creati in quei tristi frangenti. Tra i tanti problemi da affrontare c’era pure quello costituito dall’esodo delle popolazioni di lingua italiana delle zone del Friuli Venezia Giulia e della Dalmazia, in procinto d’essere cedute alla Jugoslavia, e della loro accoglienza in Italia. Accoglienza che avvenne in un clima di sospetto che contrappose solidarietà a posizioni di acceso rifiuto di spiccata matrice politica. Senza entrare nel merito della questione, essendo le dinamiche e le cause troppo vicine a noi per essere valutate in maniera del tutto oggettiva, serve ricordare che i profughi subirono le pressioni del subentrante governo jugoslavo che, di fatto, li costrinse ad abbandonare le terre d’origine ed a cercare rifugio nel nostro Paese. Qui subirono l’ostilità di chi, facendo di tutta un’erba un fascio, propagandava che gli esuli erano tutti fascisti, perché scappati dal paradiso sociale che era in via di realizzazione in quelle contrade.

La prima grossa ondata di profughi si ebbe appunto nel 1946 e Brindisi dimostrò subito di voler prendere le distanze da una visione generalizzata che dipingeva a fosche tinte persone che, invece, avrebbero meritato maggiore solidarietà. Nel settembre di quell’anno, infatti, per merito di padre Tamburini, già direttore del seminario di Fiume, del professor Troili e del comandante Doldo, anch’essi esuli, il Collegio accolse i primi trenta allievi in prevalenza d’origine fiumana. Il mese successivo il numero di giovani profughi ospitati era quasi decuplicato, grazie al contributo del Ministero per l’assistenza postbellica, che si faceva carico delle relative rette. Per interessamento di padre Flaminio Rocchi, esule da Neresine, s’era difatti deciso che le strutture del Collegio fossero destinate per alloggiare giovani studenti giuliani e dalmati; di qui la denominazione di “Collegio per profughi giuliani”, poi intitolato a Niccolò Tommaseo, letterato dalmata. Nacque in questo modo il nome di “Collegio navale Niccolò Tommaseo”. Ed anche in questa occasione fu molto utile l’apporto del comandante Giuseppe Doldo — un nostro concittadino, volontario della Grande Guerra, accasatosi a Fiume e successivamente per l’esodo ritornato a Brindisi — che curò per anni i contatti con le autorità locali, prodigandosi in ogni modo per alleviare le condizioni di vita dei profughi.

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L’inizio fu particolarmente difficile, e non solo per questioni logistiche, visto che la struttura dovette essere adattata alle nuove finalità. Il ministero competente copriva  le spese per un massimo di 250 rette mentre gli allievi ospitati in quel primo anno furono ben 330: la direzione, che avrebbe dovuto accettare solo chi era assegnato dal comitato per l’assistenza dei profughi, in pratica accoglieva anche chi si presentava di sua iniziativa. Il che creò scompensi di natura finanziaria con ripercussioni persino sul vitto, certamente più che accettabile per quei tempi pieni di ristrettezze, ma in parte scarso per un appetito giovanile. 

«Li giuliani», come li chiamavano con affetto i Brindisini del tempo, andavano dagli undici anni di chi frequentava le scuole medie ai diciannove di chi era prossimo alla maturità. Le scuole frequentate erano tutte quelle allora istituite a Brindisi, vale a dire Classico, Magistrali, Ragioneria e Geometri, cui si aggiungevano il Nautico, lo Scientifico, e le Medie che avevano sezioni interne al Collegio. V’erano così allievi che andavano a Brindisi per frequentare i corsi del Liceo Classico (tra questi il famoso cantautore Sergio Endrigo), delle Magistrali, della Ragioneria e dei Geometri, ed altri che frequentavano nel Collegio il Nautico, lo Scientifico e cinque sezioni di scuole medie. Proprio per consentire questa frequenza “interna”, erano state costituite nel Collegio una sezione di Nautico ed una di Scientifico, quali sedi staccate rispettivamente dell’Istituto Nautico F. Caracciolo e del Liceo Scientifico A. Scacchi di Bari. Queste sedi divennero di lì a poco autonome ed arricchirono così la nostra città dell’Istituto Nautico “Carnaro” e del Liceo Scientifico “Monticelli”. 

Ma Brindisi non ospitò solo giovani studenti giuliani e dalmati. Per quanto non si possa contare su cifre certificate, ci dovevano essere non meno di 600-700 altri esuli dislocati in varie parti della città: in una votazione per l’elezione del Comitato provinciale di assistenza risultano presenti 300 profughi d’età superiore ai venti anni. Il che presuppone la cifra fornita, considerati gli adulti assenti al voto e la restante componente familiare d’età inferiore. Di informazioni specifiche a riguardo, ce ne sono poche. Si ha conoscenza certa di 26 nuclei familiari, esuli da Pola, alloggiati in quelli che erano stati gli uffici della dismessa Batteria Benedetto Brin e di un altro consistente gruppo, non quantificato, residente nel rione Commenda, nelle immediate vicinanze del carcere giudiziario. Si deve a quest’ultima presenza la dedica della chiesa parrocchiale della Commenda a San Vito Martire, santo protettore della città di Fiume, e l’intitolazione di varie vie del rione (Piazza Dalmazia, viale Carnaro, via Pola, via Parenzo, via Fiume, via Cherso, etc.). Un ulteriore significativo riscontro è costituito dalla tumulazione nella chiesa del cimitero di Brindisi di don Munzani, ultimo arcivescovo italiano di Zara. 

Tali circostanze attestano un’inclusione del tutto fattiva dei nuovi arrivati nel tessuto cittadino; nonostante ciò le situazioni di disagio non trovarono per lo più adeguata soluzione. Brindisi era una società prevalentemente contadina, non fornita di grandi risorse e quindi neppure in grado di alleviare i disagi delle larghe sacche di povertà già presenti al proprio interno. Pur tuttavia fece del proprio meglio e la cittadinanza garantì quell’apporto di solidarietà e di simpatia comunque utili a rendere più sostenibili occasioni così tragiche. Sintomatico il caso delle famiglie confinate in trenta stanze degli uffici della Batteria Brin, le quali cercarono in tutti i modi di rendere vivibile un ambiente costruito per ben altri scopi e in aggiunta allora collocato in una zona lontana che rendeva un’impresa anche il solo incamminarsi alla volta di Brindisi. Proprio per questo, al mattino, un rimorchiatore si rendeva volontariamente disponibile a fare la spola dalla cala, dov’è ora la spiaggia della Polizia, sino al porto interno per accompagnare gli operai istriani, che lavoravano per lo più alla Difesa, e gli studenti che frequentavano le scuole del centro cittadino.  

Oltre a questi gesti di fratellanza, non mancarono neppure progetti di carattere industriale. Sempre su iniziativa del comandante Doldo, e d’intesa con gli industriali brindisini, si ideò l’ipotesi d’una zona industriale che, nelle speranze, sarebbe dovuta andare dalla sponda interna Sant’Apollinare sino al Petrolchimico, per ricreare le attività un tempo impiantate nella penisola istriana, utilizzando le indennità per i beni espropriati ai profughi dal governo jugoslavo. Con questo intento nacque l’ente “Fiume-Brindisi”, poi divenuto consorzio, che, pur godendo dell’appoggio di alte cariche governative, non decollò per motivi tutti da scoprire.

Nel luglio del 1951, il Collegio Tommaseo chiuse i battenti come sede di accoglimento dei profughi e fu così restituito all’uso prevalente di istruzione marinara. Malgrado ciò, continuò ad ospitare ancora per un paio d’anni esuli che seguivano i corsi del Nautico, sicché si può in definitiva quantificare in più di 600 la consistenza de «li giuliani» che frequentarono nel primo dopoguerra le strutture collegiali brindisine.

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