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Martedì, 18 Gennaio 2022
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A cura di Blog Collettivo

Ospitiamo in questo Blog opinioni di alcuni cittadini Brindisini

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Consiglio esautorato, partiti svuotati: la finanza prevale sulle idee

La realtà e il motivo primo della crisi di Brindisi stanno nel fatto che il consiglio comunale non solo non è più al centro del processo politico reale ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle decisioni, essendo divenuto, ormai, per quel che appare, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.

"Patria est ubicumque est bene" (La patria è dove si sta bene - Marco Pacuvio)[1]

La realtà e il motivo primo della crisi di Brindisi stanno nel fatto che il consiglio comunale non solo non è più al centro del processo politico reale ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle decisioni, essendo divenuto, ormai, per quel che appare, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.

In città il declino del consiglio avrebbe dovuto essere accompagnato da un aumento del potere di fatto dei partiti; in realtà vi è stato aumento delle prerogative del sindaco e della giunta, organi alla completa mercé di maggioranze estremamente fragili perché non rappresentative di reali blocchi sociali.

Si è creato un grande vuoto: con un consiglio espropriato da sempre, con i partiti ridotti allo stato evanescente, con un sindaco e una giunta privi di poteri propri significativi risultando nei fatti corpi estranei all'azione amministrativa i controllori di porto, area di sviluppo industriale, poli energetici e quant'altro in un elenco che, per essere ben noto, è superfluo qui ripetere.

Ma mettendo così i partiti, ridotti ormai allo stato larvale, di fronte al fatto compiuto, nell'impossibilità politica di rifiutare il proprio sostegno al candidato divenuto sindaco ricorrono, e hanno fatto palese ricorso in questi anni, a trattative che sono parse fondate su scambi più che su percezione dell'utile collettivo..

Prima di diventare come un hedge fund, la politica ha avuto diverse finalità; oggi, dopo aver attraversato la stagione delle idealità, sta implodendo nell'epoca della sua riproducibilità finanziaria. Politica e denaro sono spesso stati amici; la politica nell'epoca della sua finanziarizzazione, oltre a essere chiave d'accesso all'élite postmoderna è diventata come un derivato finanziario.

La politica dovrebbe essere promessa di valori; è un processo che in Brindisi appare visibilmente parallelo a quello che accompagna le opere d'arte. come spiega Mark C. Taylor della Columbia University in Financialization of Art, «mentre nelle precedenti forme di capitalismo (agricoltura, beni industriali e di consumo) la gente scambiava soldi con beni materiali o lavoro, nel capitalismo finanziario si crea ricchezza attraverso la circolazione di segni".

"E così anche l'arte - dice Taylor - è diventata un gioco di segni senza referenza, un astratto strumento finanziario all'interno di un circolo il cui fine è la proliferazione di segni finanziari. Quando l'arte della finanza diventa la finanza d'arte, l'arte non è più solo una merce, ma è moneta di scambio per hedge fund e fondi di private equity; viene scambiata come qualsiasi altro strumento finanziario» .

«La recessione post guerra del Vietnam e la crisi petrolifera del 1973 crearono le condizioni perché l'America creasse un mercato globale di finanziarizzazione fondato su valori simbolici dove - spiega ancora Taylor - la ricchezza viene generata dalla circolazione di segni in un gioco apparentemente infinito. L'arte si è inserita pienamente in questa narrazione».

Espressione tipica di questa era in ambito locale appare l'affermazione di politici che si potrebbero definire apolidi, che sono apparsi più globali e quindi rispondenti al grande gioco della smaterializzazione. Sono diventati talvolta flatus vocis propagandati e sostenuti da creatori di consenso operanti in deroga a qualsiasi metodo critico. Si è così passati, parafrasando Oscar Wilde, dal Critico come politico al «finanziere come politico». Il finanziere, infatti, è diventato il creatore del creatore: il politico. In Brindisi troppo spesso ogni singolo esponente è apparso una pedina inserita nel gioco dello scambio finanziario. Si è così posto in gioco il territorio scambiato e cambiato come hedge fund o altri «giocattoli».

Questa finanziarizzazione della politica, ora fuori controllo, si è caratterizzata per due aspetti. Il primo è stato il suo uso come griffe per una produzione sovraquotata di consenso, il secondo l'esplosione della crisi, che determina la necessità di scelte e l'impossibilità di promettere paradisi ossia il tutto a tutti. Per quanto ciò possa apparire spregiudicato, non è lontano dal fine che Schopenhauer affida all'estetica: la liberazione dalle contingenze quotidiane. Si sublima questa prospettiva finalizzando la pratica politica alla creazione di un asset commerciale indistinguibile da quello di una normale azienda di media o di gadget.

L'aspetto più rilevante è l'esplodere della bolla politica come promessa di paradisi futuri. Gli scricchiolii non sono recenti. Ciò determina, nei partiti a livello locale, uno spostamento delle preferenze verso "elementi" sicuri e una divaricazione delle quotazioni a sfavore dei più giovani. Inoltre, il progressivo spostamento verso l'Europa renana del motore di sviluppo economico e dell'accumulazione di ricchezza ha già di fatto reso marginali gli approdi pugliesi in generale e Brindisi in particolare.

L'esito della politica nell'età della finanziarizzazione è, dunque, oltre alla perdita di valore ideale, anche quello di una perdita di creatività. La chiave per una dinamica e sostenibile futura scena amministrativa in Brindisi è basata sul bilanciamento di istituzioni pubbliche, scuole, privati. Senza queste diversità ed equilibrio non avremo altro che un susseguirsi di effimere stagioni e vocazioni; come rilevò Antonio Gramsci "l'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari". Se "la politica è l'arte del possibile", come scrisse Cesare Pavese, deve essere in grado non di vendere illusioni ma di progettare scegliendo fra le possibilità e non dichiarando d'inseguirle tutte.

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