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A cura di Blog Collettivo

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Giornalisti, l'etica non ha deroghe

Ringrazio tutti coloro che hanno ritenuto di dover dire la loro sul mio “brontolo” sul modo in cui certe volte si interpreta il mestiere del giornalista. E chiedo scusa a chi si è sentito toccato. Non volevo urtare la suscettibilità di nessuno, tanto meno provocare vittime da “fuoco amico” (lasciamole ai pettegoli di regime certe provocazioni). Più semplicemente volevo richiamare l’attenzione dei colleghi giornalisti, tutti giovani e anziani, sul rigore che ci si deve mettere quando si fa questo mestiere.

Ringrazio tutti coloro che hanno ritenuto di dover dire la loro sul mio ?brontolo? sul modo in cui certe volte si interpreta il mestiere del giornalista. E chiedo scusa a chi si è sentito toccato. Non volevo urtare la suscettibilità di nessuno, tanto meno provocare vittime da ?fuoco amico? (lasciamole ai pettegoli di regime certe provocazioni). Più semplicemente volevo richiamare l?attenzione dei colleghi giornalisti, tutti giovani e anziani, sul rigore che ci si deve mettere quando si fa questo mestiere.

Non a caso la mia irritazione è partita dalla lettura del corsivo di Fabrizio Versienti (che ?giornalista per caso? non è) sulle pagine culturali del ?Corriere del Mezzogiorno? in difesa di Mennitti e della discutibile gestione del teatro Verdi. Il resto c?entra relativamente. Anzi non c?entra per niente. Nessun condizionamento di carattere politico, economico o sindacale può giustificare aggiustamenti sul terreno dell?etica professionale. Chi lo fa, commette un grave errore. E? come se si legittimasse il furto per il solo fatto che chi lo commette è un disoccupato! Lo ha fatto qualcuno, ma la storia può ampiamente documentare come è andata poi a finire.

Se la scelta di andarsene per conto proprio è dettata dalla voglia di essere imprenditori di sé stessi, di misurarsi con il mercato, di non essere legati ai vincoli delle gerarchie e del lavoro dipendente, mi sta anche bene, anzi benissimo, ma che ciò rappresenti l?antidoto valido per essere il ?giornalista perfetto?, no, proprio no. Sono su un altro pianeta. E sono felice di esserlo. Non è facendo in proprio gli ?accomodamenti? che solitamente toccano agli editori che si diventa indipendenti. Anzi, può accadere l?esatto contrario.

Appartengo all?epoca delle ideologie. Non intese come acritici steccati, o come appartenenza a branchi, ma come valori e principi a cui improntare la nostra vita. Anche quella professionale. Forse qualcuno di noi è stato aiutato nella sua carriera dall?appartenenza, con il passare degli anni ha dovuto tirare fuori però le sue vere capacità (gli attributi) e dimostrare che lì ci era arrivato perché era bravo.

A quei principi e a quei valori ho cercato sempre di attenermi, anche quando ho sbagliato, o quando mi hanno costretto ad essere bersaglio. E quando penso alla quarantina di colleghi che si sono formati alla mia ?bottega? e ora sono sparsi nelle varie testate in Italia e all?estero, qualcuno anche con incarichi direzionali, non posso che tracciare un bilancio positivo del mio quasi mezzo secolo di mestiere. Non sarò un profeta in patria, ma almeno a Natale ricevo auguri da mezzo mondo!

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