menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

La favola di Bebe Vio cambi il nostro approccio al mondo della disabilità

Abbiamo imparato a conoscerla verso la fine di questa calda estate 2016, Beatrice Vivo, piccola schermitrice italiana alle paralimpiadi e fresco oro azzurro

Abbiamo imparato a conoscerla verso la fine di questa calda estate 2016, Beatrice Vivo, piccola schermitrice italiana alle paralimpiadi e fresco oro azzurro. Le immagini del suo viso dolce, quello di una ragazzina che ha affrontato sfide più grandi di lei, è entrato nelle nostre case nel momento in cui ha posato davanti alle telecamere per mordere quella medaglia d’oro, sovvertendo l’idea classica dell’atleta fisicamente perfetto.

Sì, perché i trofei vinti dagli atleti più forti e rapidi del mondo, dagli storici Bolt e Phelps, solo per fare qualche esempio, impallidiscono davanti alla storia di Beatrice, adolescente che ha portato davanti a miliardi di telespettatori in tutto il mondo, i segni della sua disabilità: un corpo esile tanto segnato dalla meningite quanto capace di far vibrare le corde della nostra sensibilità.

La diciannovenne atleta italiana all’età di 11 anni è stata colpita da una meningite fulminante, un’infezione che non perdona e capace di portare via sogni e speranze, se non anche la vita in un caso su dieci. Ma lei, dopo 3 mesi e mezzo di degenza, e l’amputazione di gambe e avambracci, andati in necrosi per la malattia, non si è data per vinta e ha ricominciato a vivere, partendo dallo stesso punto in cui si era fermata.

Il suo spirito competitivo l’ha portata a non negare quanto le è accaduto ed è intervenuta nel sociale: il rimorso per non essersi protetta dall’infezione l’ha portata, negli scorsi mesi, a posare per una campagna educativa a favore delle vaccinazioni, pratica svalutata con troppa leggerezza.

Oltre a impedire che altri bambini e ragazzi possano andare incontro al suo stesso destino, Beatrice ha voluto ribaltare l’idea dell’impossibilità insita nel disabile: ciò che ti caratterizza può essere la tua forza anziché il tuo handicap. La logica conseguenza è che nei contesti in cui lei vive e cresce, la parola “handicappato” non è un tabù ma un termine come tutti gli altri, utilizzato anche per scherzare con i propri compagni senza alcuna remora.

In effetti, ciò che intuiamo dalla sua storia, è che il compatimento è davvero peggio dell’indifferenza, come lei sostiene. Esser disabili non è una colpa né uno stato d’inferiorità. Passino le oggettive limitazioni fisiche, ma quelle più potenti e davvero disabilitanti sono quelle psicologiche. La mente, l’organo che porta tante persone a non accettarsi per quello che si è ed a fabbricare mille problemi, fonte di quotidiana infelicità, nel caso di Beatrice non ha paura di esprimere la verità: dalle cicatrici sul viso alle sue dita particolari per massaggiare con i propri amici.

Tutto, anche le difficoltà, fa parte della vita ed averne sensazione è già una fortuna. La storia dell’atleta italiana è simile, nei suoi insegnamenti, a ciò che ha trasmesso un altro atleta italiano ex pilota di Formula1: Alex Zanardi. Ascoltando il pensiero di questi “disabili” non si può non lodare la serenità con cui parlano di sé stessi e degli altri. Qualità che alcune volte mettiamo da parte nei rapporti con chi ci circonda, segnati da latenti ostilità e dalle pretese che abbiamo verso noi stessi: una perfezione all’insegna del Photoshop estetico e formale. Ma la vita, per fortuna, non è un algoritmo binario ma un puro insieme di variabili, all’insegna di una magnifica diversità degna di essere accettata, modificata se necessario, ma mai rinnegata.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Attualità

Lutto per l'arcivescovo Satriano, è deceduta la mamma Giovanna

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

BrindisiReport è in caricamento