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A cura di Blog Collettivo

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La fine del bipolarismo,un nuovo centrosinistra e il dialogo Pd-Vendola

Non deve stupire se proprio mentre più vicina si fa la conclusione della lunga egemonia berlusconiana sulla politica italiana, nel Pd emergano dubbi strategici profondi. Gran parte dei progetti di questi ultimi quindici anni partivano dall’assunto che con l’ingresso in campo di Berlusconi l’Italia stesse diventando compiutamente bipolare e perfino tendenzialmente bipartitica. Il passaggio dall’Ulivo al Pd sembrava la conclusione naturale di una lunga collaborazione che consegnava ormai ai cittadini italiani un soggetto politico in cui le culture si erano profondamente contaminate. Molti ora mettono in dubbio che questa sia la via maestra.

Non deve stupire se proprio mentre più vicina si fa la conclusione della lunga egemonia berlusconiana sulla politica italiana, nel Pd emergano dubbi strategici profondi. Gran parte dei progetti di questi ultimi quindici anni partivano dall'assunto che con l'ingresso in campo di Berlusconi l'Italia stesse diventando compiutamente bipolare e perfino tendenzialmente bipartitica. Il passaggio dall'Ulivo al Pd sembrava la conclusione naturale di una lunga collaborazione che consegnava ormai ai cittadini italiani un soggetto politico in cui le culture si erano profondamente contaminate. Molti ora mettono in dubbio che questa sia la via maestra.

Berlusconi in questa lunga agonia politica, che sarà anche drammatica, lascia dietro di sé un quadro politico frantumato. Diciamolo senza ipocrisie, la sua crisi comincia quando dall'interno del PdL Fini mette in discussione il bipartitismo e forse anche il bipolarismo. Quando i blocchi erano coriacei la situazione politica era bloccata, quando si aprono inizia un nuovo gioco. Questo accade per colpa del personalismo berlusconiano ma anche perchè non tutta la destra è contenibile in un solo partito. Questo processo apre un'analoga riflessione nell'altro campo. Se il sistema politico non prevede solo due soggetti ma ne vede in campo cinque o sei, o forse più, anche le ragioni della spinta a fare il Pd cominciano a venir meno. La fine del berlusconismo indebolisce inoltre il collante dell'antiberlusconismo. Poi vi sono le ragioni profonde della crisi attuale del Pd. Cominciamo a dire le cose come stanno.

Il "progetto Pd" ha mancato i suoi obiettivi. L'illusione veltroniana, peraltro l'unica a dare una visione accettabile della nuova forza politica, si è spenta anche per gli errori del suo creatore. Dopo la breve e confusa stagione di Franceschini con Bersani il Pd ha tentato la carta del suo radicamento sociale e delle alleanze. Ma Bersani ha dovuto fare i conti con due nuove insidie. A sinistra cresceva l'appeal della nuova sinistra vendoliana, alla sua destra iniziava a fare i primi passi il cosiddetto terzo Polo. Per farcela il Pd avrebbe dovuto mettere in campo una "forza" politica davvero imponente in grado di vincere la battaglia per l'egemonia culturale a sinistra e di contenere la voglia dei moderati di fare una casa comune. Non è andata così. Oggi siamo in una fase, nella vita delle forze politiche europee, in cui la sinistra non basta più ma il modello "americano" del partito di tutti i progressisti non ha sfondato. E' la conseguenza della fine ingloriosa della terza via.

La situazione attuale, lo ha detto Massimo D'Alema ai socialisti europei, invece richiede una nuova sinistra in grado di riproporre i suoi temi classici in un nuovo patto di produttori che sia anche in grado di creare alleanze stabili con forze moderate e liberali. La fine del partito a vocazione maggioritaria non ripropone cioè la centralità del partito socialdemocratico ma quello della coalizione di centro-sinistra. Bisogna tornare a essere pronti per una soluzione del genere anche per evitare che quando Berlusconi lascerà il campo non si affermi una nuovo centro-destra che respinga la sinistra a una nuova e più bruciante marginalità.

E' per questo che bisogna aprire, come ha detto Nicola Latorre, un nuovo dialogo con Nichi Vendola. Lui sta vivendo una stagione d'oro ma il suo progetto non va oltre la sua leadership. Non è più una riedizione di Rifondazione, forse non è più neppure sinistra radicale, ma non è ancora il futuro. Oggi Nichi sta assediando il Pd per espugnarlo dall'esterno. Se lo si fa entrare la battaglia per la supremazia diventa una grande sfida culturale perché anche lui dovrà precisare meglio il suo progetto. D'altra parte non si era detto, qualche anno fa, che il Pd doveva superare la contrapposizione fra moderati e radicali? Il Pd deve farlo subito prima di scoprire di essere costretto a farlo perché alcune sue componenti interne si sono fatte attrarre, legittimamente, dal Terzo Polo. La politica si è messa in movimento. Niente è come prima.

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