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Domenica, 28 Novembre 2021
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A cura di Blog Collettivo

Ospitiamo in questo Blog opinioni di alcuni cittadini Brindisini

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La lenta rinascita delle vitivinicoltura dopo la grande crisi

Ormai si vanno affievolendo i ricordi delle vendemmie del passato, quelle degli anni 70-80 del secolo scorso, quando si registrava a Brindisi la massima espansione del vigneto, che estendendosi su oltre diecimila ettari occupava più di un terzo dell'intero territorio

Ormai si vanno affievolendo i ricordi delle vendemmie del passato, quelle degli anni 70-80 del secolo scorso, quando si registrava a Brindisi la massima espansione del vigneto, che estendendosi su oltre diecimila ettari occupava più di un terzo dell'intero territorio comunale, impiegando nella coltivazione migliaia e migliaia di braccianti, coloni, coltivatori diretti ed altre figure legate alla coltura, che rappresentava la maggiore fonte di reddito agricolo per Brindisi.

Il ricordo del passato 

Il periodo della vendemmia, che segnava la conclusione di un ciclo produttivo, caratterizzato da impegno lavorativo nei campi durato quattro stagioni, si trasformava in una grande festa collettiva, che coinvolgeva gran parte della popolazione: intere famiglie si recavano di buon'ora in campagna per contribuire alla raccolta delle uve e mentre la componente femminile, la più numerosa, era adibita al taglio dei grappoli dai ceppi per deporli nei contenitori, quella maschile svolgeva i lavori più pesanti, quali lo svuotamento dei recipienti nei mastelli da parte di alcuni per caricarli sulle spalle del "cofanatore", figura d'uomo forte e resistente, che per tutta la giornata faceva la spola tra i filari di vite e il mezzo di trasporto per il trasferimento del prodotto allo stabilimento vinicolo. 

In quella atmosfera di fervore ed eccitazione nell'aria spesso riecheggiavano i suoni delle melodie e dei canti popolari, nuove relazioni si intrecciavano tra i partecipanti e sbocciavano nuovi amori. L'animazione a Piazza Cairoli, il luogo cittadino di incontro e contrattazione agricola, diventava frenetica ed un  gran numero di braccianti riempiva allora la piazza, alla ricerca dell'impiego per i giorni successivi della propria attività lavorativa alle migliori condizioni salariali possibili, dato che in quella fase si verificava il più alto assorbimento di manodopera nelle campagne.

Vigneti

Il continuo via vai di mezzi di trasporto dai luoghi della raccolta delle uve agli stabilimenti vinicoli , ubicati in gran parte nell'area urbana, impregnava l'aria del caratteristico odore di mosto ed era tradizione che l'ultimo giorno della vendemmia si concludesse con la festa del "capocanale", durante la quale si mangiava e beveva, inneggiando al buon esito del lavoro svolto e formulando favorevoli auspici per il futuro. Lo scenario appena abbozzato ormai non si ripete più nelle dimensioni accennate, da quando sul finire del secolo scorso si è proceduto alla estirpazione di tanti vigneti, a seguito della crisi di mercato delle produzioni vitivinicole del mezzogiorno e degli incentivi della Cee allo svellimento.

La vendemmia delle donne

Si è allora esaurito un modello produttivo perpetuato per secoli, che pur assicurando a generazioni e moltitudini di coltivatori occupazione e reddito sufficienti,  aveva assegnato alle produzioni del Sud il ruolo subalterno di fornitrici di materia prima anonima a basso costo, utilizzata per "tagliare" e migliorare le qualità dei vini di altre regioni italiane ed europee. La percezione visiva di come siano  cambiati i protagonisti, le tecniche di coltivazione e le finalità produttive dei vigneti nel territorio brindisino l'ho avuta netta, accogliendo l'invito dell’imprenditore Luigi Rubino a partecipare in una delle quattro tenute di avanguardia, quella di Jaddico, del complesso delle Tenute Rubino, ad una simpatica e meritoria iniziativa, preparata anche a fini promozionali,   che si replica in crescendo da otto anni: "La vendemmia delle donne" impiegate nella raccolta a mano del pregiato Susumaniello.

Tale appuntamento, in linea con le tradizioni brindisine del passato, viene organizzato annualmente  per avvicinare al rito antico della vendemmia ed al fascino che ancora conserva, un gran numero di famiglie con bambini, appassionati e cultori  del vino, oltre a delegazioni di giornalisti, anche esteri, tutti riuniti in una grande festa all'aperto all'insegna del buon cibo, annaffiato dai grandi vini della Casa,  e  allietata tale partecipazione collettiva da giochi, suoni delle canzoni popolari salentine e balli ai ritmi e passi della 'pizzica'. Tutto ciò, dopo aver visto all'opera, con la possibilità di parteciparvi direttamente, le squadre di donne in servizio presso l'azienda, mentre procedevano con grande abilità e perizia lungo i filari alla raccolta manuale delle preziose uve, a dimostrazione che dietro i vini di alta qualità, oltre al suolo,  al clima ed al vitigno, v'è il lavoro, la cura e l'esperienza delle persone, l'impegno delle donne nell'esercizio delle delicate operazioni richieste dal vigneto durante l'anno.

Il nuovo modello produttivo

Confesso di essere rimasto stupito di fronte al cambiamento radicale, segno di un passaggio d'epoca, che ha subito l'ordinamento colturale da quando la famiglia Rubino ha rilevato, circa trent'anni fa, l'azienda di Jaddico dai precedenti proprietari, che la conducevano in prevalenza a colonia parziaria, concedendola a decine e decine di coloni che la coltivavano a vigneto ad alberello pugliese nelle quote di loro spettanza di un tomolo brindisino, meno di un ettaro per ciascuno.  Ora l'azienda è  condotta per intero in economia diretta dal titolare delle Tenute Rubino, che si avvale per lo svolgimento delle operazioni colturali di manodopera maschile specializzata fissa ed avventizia, oltre che di quella femminile precedentemente citata.

lo staff delle Tenute Rubino-2

I sesti di impianto della vite, allevata  a cordone speronato in filari diritti e regolari, si sono allargati per consentire il transito agevole delle macchine, quando necessario, mentre la piattaforma varietale in tutte le tenute è notevolmente mutata con una riduzione sensibile delle rese quantitative per ettaro dell'uva prodotta ( da un minimo di 40 quintali per ettaro per l'Aleatico ad un massimo di 90 quintali per ettaro per il Bianco di Alessano),  allo scopo di conseguire l'optimum qualitativo nella fase enologica per la produzione di vini di gran pregio. In luogo della classica disposizione delle tre principali varietà realizzata nell'alberello, con l'alternanza di quattro filari di 'negroamaro',   preferito per incrementare le rese, due filari di 'malvasia nera', idonea ad assicurare finezza e morbidezza al vino, ed un filare al 'susumaniello', contraddistinto dall'intensa colorazione dei suoi mosti,  si è passati alla coltivazione in purezza delle suddette varietà in appezzamenti di ampia estensione,  ai quali si sono aggiunti altri fondi, nelle quattro Tenute Rubino, destinati ad 'ospitare' e valorizzare i vitigni autoctoni  e storici del Salento (Primitivo, Malvasia bianca, Ottavianello). 

Domando a Luigi Rubino perché la festa della vendemmia nelle sue tenute è incentrata sulla raccolta delle uve di varietà Susumaniello e non su quella di altre varietà: "Semplicemente", mi risponde, "perché tale vitigno è stato da noi riscoperto e rivalutato: dopo aver svolto in passato un ruolo secondario e marginale nel vigneto, noi lo abbiamo promosso protagonista principale, destinandolo a diventare fiore all'occhiello per l' affermazione dei nostri vini sui mercati nazionali ed esteri, dove abbiamo conseguito importanti riconoscimenti, grazie alle sue eccelse qualità".

Rinasce la vitivinicoltura

Una caratteristica che distingue l'attuale vitivinicoltura brindisina e la differenzia nettamente da quella del passato è la concentrazione, nella maggioranza dei casi, nelle mani di un unico imprenditore, persona fisica o società, dei compiti di controllo e coordinamento delle diverse fasi della filiera, da quella della coltivazione dei vigneti, a quelle successive di trasformazione delle uve in vino, della conservazione ed invecchiamento del prodotto in cantina fino alla commercializzazione in bottiglie dello stesso, mentre prima di solito cambiavano i soggetti da un passaggio all'altro della filiera. Inoltre, poiché si produce per il mercato e si risponde in prima persona della qualità della merce prodotta, attenzione e cura particolare viene riservata alla fase enologica, all'affinamento del vino da commercializzare, avvalendosi del contributo determinate apprestato in azienda da enologi di particolare esperienza e bravura.

uve negroamaro-2

Dopo aver toccato il fondo con una contrazione delle superfici vitate nel territorio brindisino, ridottesi a qualche migliaio di ettari nel primo decennio del secolo in corso, si sta assistendo da qualche anno ad una inversione di tendenza, ad un'espansione delle superfici a vigneto, grazie al buon nome acquisito dalle etichette brindisine sui mercati: ciò fa  ben sperare per il futuro, specie per l'interesse manifestato da giovani imprenditori verso la vitivinicoltura.  Oltre alle Tenute Rubino, la più grossa realtà vitivinicola brindisina, che già immette sui mercati oltre un milione e mezzo di bottiglie di vino di qualità, ottenute dalla trasformazione delle  uve provenienti da circa 200 ettari e che per soddisfare le crescenti richieste di prodotto ha programmato la costruzione a Jaddico di un grande, moderno e ben attrezzato stabilimento vinicolo, in aggiunta a quello esistente nella zona industriale, due nomi,  tra gli altri, spiccano e  segnalano questa nuova tendenza allo sviluppo,  la Vinicola Botrugno, importante azienda già presente da alcuni anni con successo sui mercati ed una recente realtà, la azienda vitivinicola della famiglia Zullo, in contrada Masciullo, dotatosi ultimamente di un moderno stabilimento vinicolo aziendale per la trasformazione in parte delle uve di pregio delle rinomate varietà del Salento, ottenute da circa 60 ettari di vigneti.

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