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Carmine Dipietrangelo. presidente Left

Carmine Dipietrangelo. presidente Left

Riordino province, ora recuperare il tempo perduto dietro obiettivi inutili

Dopo il decreto approvato, l'altro giorno, dal Consiglio dei Ministri in materia di riordino delle province, con ritardo si sta prendendo atto che si stava e si sta facendo sul serio. E come sempre, in mancanza di una visione e di una organizzazione della discussione, rischiano di prendere il sopravvento l'approssimazione e la confusione. La nostra provincia, soppressa e accorpata, è stata privata di un luogo unitario e democratico di discussione e di una indispensabile regia oltreché di un orientamento uniforme che ha dato la possibilità di frantumare un territorio che ad amore del vero fu accorpato in provincia 86 anni fa dal fascismo e che non ha mai avuto una vera omogeneità e identità provinciali.

Dopo il decreto approvato, l'altro giorno, dal Consiglio dei Ministri in materia di riordino delle province, con ritardo si sta prendendo atto che si stava e si sta facendo sul serio. E come sempre, in mancanza di una visione e di una organizzazione della discussione, rischiano di prendere il sopravvento l'approssimazione e la confusione. La nostra provincia, soppressa e accorpata, è stata privata di un luogo unitario e democratico di discussione e di una indispensabile regia oltreché di un orientamento uniforme che ha dato la possibilità di frantumare un territorio che ad amore del vero fu accorpato in provincia 86 anni fa dal fascismo e che non ha mai avuto una vera omogeneità e identità provinciali.

Le responsabilità sono certamente di un governo che a causa dell'ignavia e della doppiezza delle forze politiche e delle resistenze burocratiche centrali e periferiche ha scelto una strada che invece di sopprimere tutte le province ha preferito avventurarsi in quella di ridurle e accorparle fornendo cosi' alibi al trasformismo, al campanilismo, oltreché alla strumentale demagogia di chi vuole ricavarsi qualche rendita politica ed elettorale. Ragioni valide e sufficienti erano e sono alla base della soppressione del livello istituzionale provinciale e non solo per motivi di costi o di spesa. Quattro livelli istituzionali e tutti elettivi sono di fatto un intralcio alla efficacia e alla efficienza dei servizi erogati ai cittadini, al territorio, allo sviluppo.

Uno Stato così articolato è troppo pesante, soprattuto in una epoca di globalizzazione, di accesso veloce e telematico alla informazione, ai servizi. Non esiste in Europa nessuno Stato articolato su quattro livelli istituzionali e per altro elettivi come in Italia. Eliminare quello intermedio come le province era e rimane una esigenza per semplificare e per ridurre passaggi di intermediazione politica e burocratica inutili e costosi. Le province furono istituite dopo l'Unita' d'italia e furono disegnate sulla base delle percorrenze a cavallo tra una citta' e un'altra.

Uno stato moderno può fare a meno delle Province per puntare su livelli istituzionali quali le Regioni che devono diventare sempre piu' soggetti di programmazione e di alta amministrazione e non centri di erogazione di spesa, interlocutori dell'Europa e dello Stato, e i Comuni che sono gli enti piu' vicini ai cittadini e che sono chiamati sulla base delle ristrettezze finanziarie e del ridimensionamento irreversibile della spesa pubblica a ripensarsi e a progettare strumenti e forme di collaborazione intercomunali e di area vasta. Non a caso tutti i partiti, tranne la Lega, avevano nei loro obiettivi programmatici il superamento delle Province. Bisognava allora prepararsi a questa evenienza in tempo e con maggiori convinzione e consapevolezza, diffuse nei territori e tra le classi dirigenti di periferia.

Oggi pero' la frittata e' stata fatta anche se da quasi un anno tutti sapevano dove si stava andando a parare e più precisamente dal decreto salva Italia del dicembre scorso. Ci voleva coraggio e forza per avviare una riforma di sistema, per disegnare uno Stato diverso, meno appesantito, più snello e più vicino ai cittadini. La mezza riforma delle province non aiuta questo necessario processo riformatore anzi ha creato un dibattito viziato da confini geografici e da convenienze terrritoriali-elettorali che e' riuscito a negare ciò che di buono c'è in questa mezza riforma.

Innanzitutto se il 6 di novembre la Corte Costituzionale confermerà che le Province, quelle rimaste, sono enti di secondo livello e non elettivi con suffragio popolare, non ci saranno più elezioni per i consigli provinciali. Saranno i Comuni a comporre i consigli provinciali. Le Province per le quali c'è tanto accanimento non avranno più le funzioni attuali. Le funzioni delle nuove Province quali enti di area vasta sono le seguenti: pianificazione territoriale provinciale di coordinamento nonché tutela e valorizzazione dell'ambiente, per gli aspetti di competenza; pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché costruzione, classificazione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente; programmazione provinciale della rete scolastica e gestione della edilizia scolastica relativa alle scuole secondarie di secondo grado.

Ai sensi sempre del decreto "salva-Italia" restano ferme le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle Province sulle attività dei rispettivi comuni ai quali sono trasferite ( con risorse e beni necessari ) le funzioni già attribuite dallo Stato alle province e che vertono nelle materie di legislazione esclusiva statale. La decorrenza dell'esercizio delle funzioni trasferite ai Comuni e' inderogabilmente subordinata ed è contestuale all'effetto trasferimento dei beni e delle risorse. Tutto questo poteva essere non solo argomento di riflessione a tempo debito ma anche un indirizzo da utilizzare nella nostra provincia e nei nostri comuni per poter decidere accorpamenti territoriali e ruoli di aree omogenee nelle nuove articolazioni provinciali e nelle nuove funzioni.

Fermo restando che la decisione di accorpare la provincia di Brindisi a quella di Taranto e' stata assunta perché neanche Taranto, da sola, rientrava nei requisiti stabiliti dalla legge, si poteva pero' discutere in maniera diversa senza fughe in avanti, senza velleitarismi e con maggiore serietà. Ed e' altrettanto chiaro che a partire dalla città di Brindisi e una parte del suo territorio e' più attratta verso la provincia di Lecce così come Lecce verso Brindisi e non solo per ragioni storiche, per fattori culturali, ma anche per ragioni di infrastrutture, di servizi, di omogeneità produttive agricole e non solo, per potenzialità di sviluppo.

Allora se le Province, pur rimanendo, non saranno elettive di primo livello e le loro funzioni saranno soprattutto di pianificazione di area vasta, non sarebbe più logico ragionare per omogeneità e bisogni infrastrutturali, produttivi, di servizi come base di un accorpamento che oltre che ridurre costi sia anche il risultato anche di rendere piu facile la vita ai cittadini, di esaltare e valorizzare le potenzialità di sviluppo integrato e diffuso? In questo percorso virtuoso si poteva e si può trovare ancora lo spazio per governare in maniera razionale e costruttiva il passaggio dei territori e dei comuni della ex provincia di Brindisi verso la provincia di Taranto e verso la provincia di Lecce.

La città di Brindisi ha troppo tergiversato, ha rivendicato giustamente ruoli che però sin dall'inizio apparivano impraticabili, motivi questi che rendono altrettanto impraticabili la proposta di una provincia che unisca Taranto, Lecce e Brindisi. Oggi ci troviamo con un decreto che ha preso atto di un autospappolamento della provincia di Brindisi confermato dalla tabella allegata con le decisioni di ben 9 comuni che avvalendosi dell'articolo 133 della costituzione hanno scelto di far parte di altre province (Lecce e Bari) legittimamente in difformità di quanto previsto dalla legge di accorpamento delle province di Brindisi e di Taranto.

Non esistono emendamenti parlamentari a questo decreto in grado di modificare la scelta dei Comuni in tabella prevista da una procedura costituzionale. Si tratta solo di prendere atto di queste scelte tranne se gli stessi comuni non decidono di cambiarle. C'e' la possibilità che altri comuni seguendo la procedura dell' art 133 della Costituzione scelgano, prima della conversione in legge del decreto, di accorparsi a province confinanti. Allora per evitare di commettere altri errori, che pagherebbero i cittadini, sarebbe opportuno mettere ordine nella discussione, aprirsi ai sentimenti e alle sensibilità dei territori e dei rispettivi cittadini senza perdere altro tempo e senza ritornare su richieste che appaiono impraticabili.

Ci sono le condizioni per permettere a Taranto di rientrare nei requisiti di abitanti e di estensione e di consentire alla città di Brindisi e ai comuni che hanno già scelto la provincia di Lecce di far parte di un territorio provinciale dove le vocazioni, le potenzialità produttive, di sviluppo e infrastrutturali possono meglio integrarsi ed essere valorizzate. Il grande Salento sono la provincia di Lecce e quella parte della provincia di Brindisi che è e si sente di farne parte. Se non ci fosse stata l'isteria, la personalizzazione di chi aveva il dovere di organizzare una discussione pacata e coraggiosa nel solo interesse dei nostri territori, oggi avremmo avuto forse un decreto diverso, non avremmo agito a tempo scaduto e non avremmo privato la provincia di Brindisi di una adeguata rappresentanza democratica e responsabile in un passaggio difficile, doloroso e abbondantemente previsto.

E forse avremmo avuto anche qualche idea per accompagnare questo passaggio dando cosi piu argomenti e informazioni oltreche' maggiori certezze ai territori, ai comuni, ai cittadini e ai lavoratori coinvolti. C'è pero' ancora del tempo a disposizione se non ci si avventura ancora in percorsi che non portano da nessuna parte. E poi bisogna passare agli assetti delle varie governance, delle partecipate, degli strumenti di sviluppo, alle risorse finanziarie, all'utilizzo delle risorse umane, all'associazionismo dei comuni, al trasferimento di competenze e funzioni, del patrimonio: il 2013 e' alle porte. Ha fatto bene BrindisiReport.it a pubblicare integralmente il testo del decreto. Lo consiglio per una lettura puntuale per evitare di correre dietro aancora a sparate propagandistiche e per capire cio' che si può e si deve fare.

A metà novembre l'associazione Left organizzerà un seminario di studio e di approfondimento per valutare l'impatto sul nostro territorio a seguito delle scelte fatte in materia di accorpamento e avanzerà delle proposte per fare di questa occasione un momento di avanzamento e di futuro e non di sola protesta, di rivendicazioni o di vittimismo, ma di valorizzazione dei nostri comuni e territori, di utilizzazione razionale delle risorse umane coinvolte in questo processo di semiriforma.

*presidente Left Brindisi

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