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Se continua così, Brindisi sarà buttata fuori anche dalla Zes

Mentre tra pizzette, inaugurazioni, liste di tecnici da candidare e rogiti notarili si consumano i riti della politica brindisina, altrove si assumono decisioni che potrebbero segnare il futuro del lavoro e dello sviluppo della città

Mentre tra pizzette, inaugurazioni, liste di tecnici da candidare e rogiti notarili si consumano i riti della politica brindisina, altrove si assumono decisioni che potrebbero segnare il futuro del lavoro e dello sviluppo della città. Non ci si trova solo di fronte ad un problema di scarsa attenzione per le partite che contano davvero: piuttosto, è il timore, si è in presenza di un autentico, ennesimo, caso di incomprensione di ciò che accade, che potrebbe risultare fatale.

Cosa sono le Zes

La questione sul tappeto è quella delle Zone economiche speciali che, in poche parole, sono opportunità offerte dall’Unione Europea ad aree portuali particolarmente vocate ad attirare gli investimenti  di imprese nazionali ed estere grazie ai loro collegamenti con la rete dei trasporti transeuropea, la disponibilità di spazi negli stessi porti e di aree retroportuali e industriali da destinare alla logistica delle merci.

Le imprese che investiranno nelle Zes otterranno importanti agevolazioni fiscali e autorizzative, e crediti di imposta proporzionali all’entità degli investimenti. Ciò vale anche per le imprese già insediate. E’ importante sottolineare che gli investitori sono obbligati ad operare nella Zes per almeno cinque anni.

Tavolo tecnico Zes Brindisi 4-2

In Italia l’operazione Zes è concentrata sulle regioni meridionali e le isole. Tra queste c’è la Puglia. Considerando che gli investimenti del governo avverranno nell’arco temporale 2018-2020, il porto che sembra presentare immediatamente le caratteristiche richieste dai regolamenti europei per l’istituzione di una Zona economica speciale è quello di Brindisi.

Porto che dispone di una vasta area destinata alle merci da poco ultimata (Costa Morena Est), di un già esistente collegamento con la rete ferroviaria nazionale e di una nuova bretella in fase di realizzazione, di un collegamento rapido con la rete stradale (attraverso le statali 379 e 7), di un aeroporto ben attrezzato attiguo alla stessa area portuale, di terreni industriali già liberati dal vincolo delle bonifiche. Senza dimenticare che è compreso nel Corridoio 8 e che si lavora in sede di Parlamento europeo per l’estensione del Corridoio Baltico-Adriatico sino a Brindisi.

Logiche politiche e logiche economiche

Ma cosa è accaduto invece. L’orientamento iniziale stabilito dal governo e dalla Regione è quello di istituire in Puglia due Zone economiche speciali, una a Taranto e una a Bari, porti dove i progetti di realizzazione di nuove aree per la logistica portuale non sono ancora stati realizzati. Brindisi, per evitare clamorose e incomprensibili esclusioni preliminari, è stata aggregata come estensione alla Zes di Bari, che è un porto con volumi di passeggeri superiori di molto a quello di Brindisi, ma non certo per movimentazione delle merci.

Una portacontainer a Costa Morena Ovest-2

Il paradosso economico – all’autolesionismo dei maneggi della politica giungeremo tra breve – di tale scelta è venuto a galla pochi giorni fa, esattamente il 6 dicembre, in sede di Conferenza Stato-Regioni, quando è stata presentata la bozza del decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri in cui si stabilisce che per le Zes della Puglia il totale degli ettari utilizzabili e destinabili è 30.

E’ insorto, almeno sulla stampa, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, il tarantino Michele Mazzarano, che ritiene insufficiente e inappropriato tale limite, che imporrebbe una estensione di 15 chilometri quadrati per la Zes ionica (Taranto), e altrettanti per quella adriatica (Bari-Brindisi). Su una cosa ha ragione: anche il governo sbaglia legando l’estensione delle Zes alla densità demografica regionale e all’estensione territoriale.

Ciò vuol dire che a Roma ancora non sanno quale strategia adottare per i traffici marittimi, e che la burocrazia (proprio quella che si vorrebbe abbattere per favorire gli investimenti) prevale ancora sulle logiche economiche.

Chi rischia di riemetterci la pelle in questo gioco

Se la partita si deve giocare, tuttavia, con queste regole, cosa farebbe un governo regionale che guarda all’interesse reale della Puglia, e che considera pochi 30 chilometriper due Zes? Dovrebbe rendersi conto che tutto va concentrato su un solo porto: la Zes per definizione è appunto una zona, non una regione economica speciale. E l’unico porto pronto è quello di Brindisi.

Costa Morena Ovest-4-5

Ma sappiamo che politicamente Brindisi è debolissima (volevano sbattere fuori dal tavolo per la Zes adriatica anche la sua Camera di Commercio). Alla fine ci rimetterà le penne, vaso di coccio tra vasi di ferro, e addio sogni di gloria e chiacchiere sulla carta, ai convegni e ai microfoni delle tv locali, se non si uniranno tutte le energie, dal centrodestra al centrosinistra, lasciando perdere pizzette e tagli del nastro e pensando al rischio di imboccare un futuro che promette tempesta.

Non si tratta di fare una battaglia campanilistica (queste accuse potrebbero arrivare da chi in realtà pensa davvero solo al proprio territorio, come ha fatto sino ad ora), ma di difendere la strada più giusta per la Puglia dal punto di vista strategico. Il timore però è che la rappresentanza politica locale, molto impegnata attualmente a cercarsi un posto sicuro per il rinnovo del Parlamento come del resto quella delle altre province pugliesi, sia appunto distratta dai rischi insiti nei nuovi meccanismi elettorali.

Zes, Tap e crisi possibili

L’esatto contrario, per ciò che riguarda Brindisi, di ciò che si dovrebbe fare al cospetto del molto probabile, non lontano ridimensionamento del polo energetico, dei fatturati del porto (crollo del traffico del carbone), di possibili disimpegni futuri anche da parte di Eni. Quali alternative costruire per il lavoro e le imprese? Su questo si dovrebbero confrontare gli aspiranti ad un incarico parlamentare, con idee concrete.

Il percorso del gasdotto Tap-2

Invece sta passando come sempre sottotraccia l’eliminazione dal campo di gioco del porto e della città di Brindisi. Per Michele Emiliano, Brindisi serve solo a costruire una assai improbabile rappresentazione elettoralistica dell’alternativa all’approdo del gasdotto nel Salento. Per chi non lo avesse ancora capito, questa città e il suo destino, e la stessa sorte del Pd locale, sono considerati scarificabili al cospetto della partita elettorale nel Salento.

La stessa cosa vale però anche per le altre forze politiche: il centrodestra barese e tarantino, e persino alcuni consiglieri regionali della nuova formazione Liberi e Uguali sono impegnati di fatto su posizioni simili a quella di Emiliano e della sua giunta, come nel caso della partita propagandistica per l’Aeroporto di Grottaglie e il gasdotto Tap.

Si continua a vendere fumo

A ciò, questione strettamente collegata a quella della Zes, si aggiungano gli orientamenti dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico Meridionale. Si vorrebbe avere la certezza che sia entrato bene in mente a tutti che se fino a pochi mesi fa l’authority portuale era considerata un “bancomat clientelare” anche per la politica locale, che in 20 anni ha avallato scelte a dir poco disastrose in cambio del solito piatto di lenticchie, oggi si rischia l’oblio.

Senza un nuovo Piano regolatore portuale non si può piantare neppure un chiodo, sulle banchine di Brindisi, e che i tempi di una variante sono paragonabili a quelli dell’iter di un Prp. Di quale sviluppo parliamo allora, se Brindisi sarà fatta fuori dalle Zes e non avrà in tempi rapidi il nuovo strumento urbanistico che le consenta di stare comunque sui mercati?

L'Eurocargo Catania

Ma nessuno si chiede come mai l’assessore Giuseppe Mazzarano, reduce dalla Conferenza Stato-Regioni dove gli hanno detto che per le Zes Puglia ci sono solo 30 ettari, convoca ugualmente per il 16 dicembre a Lecce le forze sociali per discutere del presunto piano strategico delle Zes pugliesi? Cosa c’entra la provincia di Lecce con la Zes. A Roma hanno detto 30 ettari, non trentamila o trecentomila.

Si continua a recitare e a perdere tempo su tutto, e la conclusione di questi tour privi di reale senso strategico (economicamente parlando), è immaginabile. Ma i politici brindisini lo hanno capito? Segnali non se ne vedono. Solo pizza al taglio, rogiti notarili, elenchi di stimati professionisti da candidare assieme ai soliti noti e i sindacati che continuano a lanciare segnali di allarme, ma senza passare ai fatti. 

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