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"Il referendum, l'Economist, e perchè il Sì è una vera svolta"

Alcuni giorni fa (il 24 novembre) il noto settimanale britannico della oligarchia finanziaria, "The Economist", dopo profonda divisione prodottasi all'interno della redazione, titolava  " Perché l'Italia dovrebbe votare 'no' al referendum"

Alcuni giorni fa (il 24 novembre) il noto settimanale britannico della oligarchia finanziaria, "The Economist", dopo profonda divisione prodottasi all'interno della redazione, titolava  " Perché l'Italia dovrebbe votare 'no' al referendum", elencando tra le varie ragioni quella di scongiurare "soprattutto il rischio che, cercando di mettere fine alla instabilità che ha dato all'Italia 65 governi dal 1945, si crei un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile in modo preoccupante al populismo".

 A prescindere dal fatto che l'avvento e la durata per circa vent'anni di Berlusconi al governo sono avvenuti con la Costituzione vigente, a dimostrazione che la stessa non ci mette al riparo dalla scalata al potere di personaggi anomali....quali misure si dovrebbero adottare per scongiurare il pericolo di cadere preda dell'ennesimo populismo? Forse, secondo il giornale inglese, un bell'esame di maturità del popolo italiano per scartare dal voto i soggetti vulnerabili al populismo, inserendo in commissione esaminatrice quelli dell' Economist?  No, la realtà è molto più semplice: i populismi allignano e dilagano quando in un paese impera la corruzione e le istituzioni non funzionano, determinandosi, in tali casi,  rischi concreti di "passare dalla padella alla brace", con rimedi peggiori del male, quando si rimane ammaliati dai capipopolo populisti di turno. 

Il successo del Cavaliere, dopo 'Tangentopoli', fu determinato dal fatto che, essendo egli straricco, si era certi che non avrebbe avuto bisogno di rubare, così pensava larga parte del popolo italiano. Invece , è vero che non fu "colto con le mani nel sacco", come quel malcapitato socialista Mario Chiesa, "mariuolo" secondo la definizione di Craxi, mentre gettava nel water le banconote di una mazzetta ( 1992 ), ma durante la sua lunga permanenza al governo, il Cavaliere ha saputo ben proteggere i suoi affari con cifre a molti zeri, difendendosi dai numerosi processi a suo carico, innescando un contenzioso estenuante con la magistratura e gli alti poteri dello Stato, con ostinati tentativi di stravolgere la Costituzione in senso autoritario ed  iperpresidenzialista.       

Dopo la delusione della fuoriuscita della Gran Bretagna dalla Ue con la 'Brexit', quelli dell'Economist  evidentemente si augurano stessa sorte, cioè l'immobilismo permanente,  per il nostro paese con la vittoria del 'no', dimenticando che  l'Italia, socio fondatore della Ue, essendo in larga parte della popolazione a favore di una Ue più equa e democratica che si realizzi al più presto come Federazione di Stati, non può non adeguare la propria legislazione di base, come fa la riforma della Costituzione del governo sottoposta a referendum, a quella in vigore negli altri paesi Ue, dove ad esempio vige il monocameralismo e non il bicameralismo paritario, che si traduce qui da noi in un allungamento all'infinito dei tempi per approvare una legge, a seguito della spola che le proposte di legge fanno da una Camera all'altra, in controtendenza rispetto all'epoca in cui viviamo, segnata da rapide comunicazioni e decisioni.  

Che significato dare all'indicazione di votare 'no' al referendum, come propone l'Economist, se non quella che il nostro è un paese irriformabile e irrecuperabile e che noi italiani siamo considerati  "figli di un Dio minore"? E poi, può ritenersi un fatto normale che nel nostro paese si siano avvicendati 65 governi in poco più di 70 anni oppure è questa un'anomalia che la riforma costituzionale del governo cerca di eliminare, dando più stabilità all'esecutivo?  Raccontava l'ex presidente della Camera, l'on. Luciano  Violante, in una "lectio magistralis", tenuta a Mesagne qualche giorno fa nel corso di una iniziativa a favore del Sì, che l'ex potente segretario di stato degli Usa, Henry Kissinger, nelle fasi della guerra fredda, incontrando per la prima volta l'on Aldo Moro, allora ministro degli esteri, gli augurava ironicamente di rivederlo a breve con lo steso incarico, nutrendo forti dubbi che ciò potesse accadere, stante  la instabilità dei governi dell'epoca, dominati dalla Dc, quando con i ricorrenti 'rimpasti' ministeriali i soliti personaggi ruotavano da un dicastero all'altro.

A distanza di tanti anni è  possibile continuare a fare dell' ironia sul nostro paese per non essersi dotato ancora degli strumenti necessari per rendere più stabili e credibili i governi, resi precari ed inaffidabili dalle maggioranze spurie dalle quali vengono espressi? La verità è che nel marasma  che impera, con il contenzioso ampio e ricorrente tra governo centrale e regioni su molte materie, con le esasperanti lungaggini legislative e burocratiche in atto, vi sono alcune forze politiche che sguazzano a piacimento, sperando di trarre lauti benefici sul piano elettorale dalla mancata riforma della carta costituzionale del 1948, se si perpetua lo stato di immobilismo attuale, dal quale il governo si è impegnato a tirarci fuori con la riforma costituzionale, oggetto del prossimo referendum. 

Tutto il baccano che vanno facendo da tempo quelli del M5S sugli alti costi della politica come si concilia, votando 'no' alla riforma del governo, che prevede forti risparmi in tal senso? Ci ricordano in ogni occasione i parlamentari di quel movimento, vantandosene, che si sono ridotti le retribuzioni per devolvere il ricavato in "opere di bene", mentre come ha precisato il presidente Renzi  "dicono di prendere 2-3 mila euro al mese, ma con i rimborsi arrivano a 12 mila euro", assicurando limitate presenze in parlamento, come l'on. Di Maio ( 37% ), e poi si oppongono alla riduzione del numero dei parlamentari, indicata nella riforma del governo, che si traduce nella corresponsione degli stipendi solo ai 630 deputati e non ai 950 deputati e senatori, come avviene tuttora; dicono 'no' alla riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali e alla eliminazione dei trasferimenti ai gruppi regionali; contrastano la eliminazione del Cnel e la cancellazione delle province dalla Costituzione. 

Il tutto con un risparmio per lo Stato di molte centinaia di milioni di euro, a regime e negli anni a venire, e poi, ripetono, come un mantra, che bisogna ridurre i costi della politica! E, a proposito di nominati, è indifferente per il M5S che, se vince il 'no', l'immunità parlamentare rimarrà per 950 persone, mentre se vince il 'sì' essa sarà  riservata a 730 persone, ben 220 unità in meno? Come si spiegano, allora, tali macroscopiche contraddizioni in un movimento, il M5S, nato all'insegna della moralizzazione della vita pubblica e contro gli sprechi della politica?  Semplicemente, considerando che se vincesse il 'sì' al prossimo referendum, gli appartenenti a quel movimento avrebbero meno argomenti per delegittimare le istituzioni e per "battere la grancassa" con le solite giaculatorie!...Ecco perché si battono ostinatamente per il 'no' al prossimo referendum!

Infine, un esempio per tutti: che pena vedere accoppiati in una trasmissione televisiva su RAI-1 l'on. Fassina e quello scalmanato dell'on. Salvini per perorare la causa del 'no':  non si rendono conto, a sinistra, con il vento che spira in Italia ed in Europa di "lavorare per il re di Prussia" e che le loro posizioni contrarie alla riforma del governo, perpetuando l'immobilismo, finiscono per favorire le forze populiste ed antisistema?   L' insieme delle riflessioni  svolte mi inducono a votare convintamente 'Sì' il prossimo 4 dicembre.

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