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Lunedì, 6 Dicembre 2021
Ambiente

Esposto di un avvocato:"Sul fotovoltaico ora si facciano i controlli sin qui omessi"

BRINDISI - L’unica certezza sulle rinnovabili, al momento, non è made in Italy. La quota del 17 per cento da raggiungere entro il 2010 è limite imposto dall’Unione europea, pena sanzioni che le finanze del Belpaese certamente non possono permettersi di rischiare. Il resto è caos. Il decreto sulle rinnovabili licenziato recentemente dal governo, dopo un serrato corpo a corpo fra il ministero della Sviluppo economico e il ministero dell’Ambiente, è stato ribattezzato decreto “ammazza green economy” dall’ampio fronte del no composto da ambientalisti, aziende del settore e sindacati che paventano da una parte una rapida conversione al nucleare a danno delle rinnovabili, dall’altra la perdita di circa 150mila posti di lavoro.

BRINDISI - L'unica certezza sulle rinnovabili, al momento, non è made in Italy. La quota del 17 per cento da raggiungere entro il 2010 è limite imposto dall'Unione europea, pena sanzioni che le finanze del Belpaese certamente non possono permettersi di rischiare. Il resto è caos. Il decreto sulle rinnovabili licenziato recentemente dal governo, dopo un serrato corpo a corpo fra il ministero della Sviluppo economico e il ministero dell'Ambiente, è stato ribattezzato decreto "ammazza green economy" dall'ampio fronte del no composto da ambientalisti, aziende del settore e sindacati che paventano da una parte una rapida conversione al nucleare a danno delle rinnovabili, dall'altra la perdita di circa 150mila posti di lavoro.

Sul decreto grava anche un sospetto di incostituzionalità, per il quale si chiede al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di non firmare. L'energica reazione degli oppositori è stata tutt'altro che stemperata dalla vittoria di Stefania Prestigiacomo. Il ministro dell'Ambiente ha bloccato il tentativo di imporre un tetto al fotovoltaico al 2020 equivalente alla potenza che sarà installata nel giro di un anno (8 mila megawatt), ma non basta. Il decreto che passa adesso al vaglio del Quirinale, mentre finalmente incentiva il fotovoltaico sui tetti, impone un doppio vincolo per il fotovoltaico in agricoltura: non più di un megawatt e al massimo sul 10 per cento del terreno disponibile. In sostanza per produrre un Mw occorrono dieci ettari.

Il comma 5 dello stesso decreto invece, salva gli impianti solari fotovoltaici che hanno conseguito il titolo abilitativo (la Dichiarazione di inizio lavori, ndr) entro la data di entrata in vigore del decreto stesso, ma solo a patto che entrino in funzione entro un anno. Gli impianti in fase di autorizzazione dunque, potrebbero rimanere fuori dagli incentivi pubblici, con ricadute negative in termini economici per le imprese che hanno avviato l'iter autorizzativo prima dell'emanazione di questo provvedimento. Tutta salute per il ministro delle Politiche agricole Giancarlo Galan, che ha plaudito alla decisione del governo dichiarando "i grandi campi fotovoltaici sono una bestemmia dal punto di vista paesaggistico e un insulto all' agricoltura".

Se il commento del ministro sia genuino o nasconda invece una segreta (nemmeno troppo) passione del governo per il nucleare, non è dato sapere. Certo è che il decreto che voleva mettere ordine genera certamente altro caos, intervenendo tardivamente nel bloccare uno scempio ambientale nei campi agricoli già abbondantemente consumato, ed esponendo gli enti locali a rischi di contenziosi con le aziende che hanno già investito nell'acquisto dei terreni e che oggi si vedono bloccare l'iter autorizzativo dalle novità introdotte dal decreto. Specchio della miopia delle politiche sulle rinnovabili, e la mancanza assoluta di vigilanza per il rispetto delle normative in vigore fino a questo momento, è l'esposto firmato dall'avvocato Antonello Bruno di S.Vito dei Normanni, comproprietario della masseria Incantalupi, dal nome della contrada stessa, indirizzato nei giorni scorsi al Comune di Brindisi, ma anche alla Provincia e alla Regione.

"Mi vedo costretto - scrive il legale - a denunciare le scempio che da due anni si va perpetrando nelle aree agricole che costituivano elemento di pregio di un territorio beneficiato dalla natura e oltraggiato dall'uomo. Oliveti secolari o ultradecennali, distese di ortaggi, campi di frumento, mandorleti, frutteti, vigneti sono stati soppiantati da distese di pannelli solari, che nel produrre energia ad altissimo costo per la comunità, inquinano e deturpano irreversibilmente le aree in cui sono installati. Per realizzare più agevolmente siffatto scempio eludendo i vincoli posti a tutela del paesaggio, gli autori hanno spesso costituito diverse società le quali, a loro volta, hanno presentato all'autorità municipale denuncia di inizio attività per la realizzazione di impianti fotovoltaici di potenza non superiore ad un megavatt".

Per realizzare gli impianti in questione infatti, fino a questo momento è stato sufficiente la cosiddetta Dia, procedura assai semplificata che ha generato pesanti anomalie, come quella denunciata dall'avvocato Antonello Bruno: "La distrazione di chi, a vario titolo, avrebbe dovuto vigilare a salvaguardia dell'ambiente ha così consentito la costruzione di innumerevoli impianti formalmente distinti ma in realtà costituenti un unicum, senza soluzione di continuità o comunque a brevissima distanza l'uno dall'altro e con livellamenti del suolo operati con materiali rocciosi o di risulta che hanno dato luogo ad una irreversibile trasformazione dei fondi i quali, rimossi i pannelli, non potranno tornare alla loro naturale destinazione agricola".

E' quello che sembra essere accaduto, lo denuncia l'avvocato Bruno nella stessa missiva, proprio nei pressi di masseria Incantalupi, dove gli impianti fotovoltaici a terra portano le griffe della Solare Srl e Dada Project Srl. Mutazione genetica del paesaggio rurale ma anche delle strade provinciali e comunali "devastate dai lavori di costruzione dei cavidotti necessari alla connessione alla rete elettrica", dice Bruno, affermazioni confortate dalle cronache più recenti. Risale al 15 febbraio scorso l'improvviso rigonfiamento dell'asfalto sulla Statale 613 che collega Brindisi a Lecce, causato dall'interramento dei cavi per la realizzazione di un campo fotovoltaico, per l'appunto. Lo sanno gli automobilisti rimasti in coda o costretti a deviazioni del percorso per circa 15 ore consecutive. Sul caso, la procura brindisina indaga per disastro colposo.

"Se nei casi innanzi descritti - incalza Bruno - il danno sembra ormai irreversibile, in altri un tempestivo intervento delle autorità all'uopo preposte potrà impedire la violazione delle disposizioni di legge che disciplinano la materia. In particolare per i terreni acquistati dalla Gamma Service Srl e dalla Solare Srl. Nonostante le denunce di inizio attività presentate nel corso del 2009, su nessuno di tali terreni è stata realizzata alcuna opera, come dai rilievi fotografici contenuti nell'allegata perizia giurata". Insomma, non tutto è perduto secondo l'avvocato Antonello Bruno, che dopo l'esposto al Comune, si accinge ad inoltrare gli atti al Tribunale amministrativo regionale dato che - decreto o non decreto - le normative vigenti sembrerebbero essere sufficienti di per sé a bloccare il proliferare degli impianti su terreno agricolo.

"Incantalupi, Belloluogo, Paradiso: coloro che secoli orsono diedero tali nomi a queste masserie trassero evidentemente ispirazione dalla bellezza e dal fascino di quelle terre", conclude il legale, "Oggi, sopravvissute agli oltraggi del tempo, alle dissennate riforme agrarie, alle crisi economica del comparto agricolo, rappresentano l'ultimo baluardo della storia e della civiltà di un popolo che fu capace di edificarle. Tutelare quelle masserie è un dovere di tutti. Ma la loro tutela non può prescindere dalla salvaguardia della naturale bellezza del territorio in cui sono insediate".

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