Giovedì, 21 Ottobre 2021
BrindisiReport

Opinioni

BrindisiReport

Redazione BrindisiReport

Approfondimenti su vitivinicoltura e doc nel Salento

Prima ancora di essere economia, l’Agricoltura è cultura, socialità piena, politica e scelte, spinta e applicazione del sapere scientifico, tecnologia e progresso, e tant’altro

L’articolo sulla vitivinicoltura redatto dal Dott. Michele Miraglia, riportato da Brindisi report il 20/11/2020, è un invito anche questa seconda volta (il suo primo articolo risale agli inizi del mese di settembre 2020) a partecipare al lavoro certosino fatto dallo stesso autore, magari apportando ulteriori aggiunte e notizie utili a comprendere la complessità, la portata, l’importanza e – certamente non ultime- la bellezza e le emozioni racchiuse in tutto quanto è contenuto e avviene nel mondo dell’Agricoltura, con riferimento ai diversi aspetti che da sempre l’hanno caratterizzata. Una attività, questa in esame, che accompagna l’uomo da circa 10.000 anni e ne rappresenta la storia, la stessa evoluzione non solo dal punto di vista biologico ma in tutte le sue possibili manifestazioni di vita. Prima ancora di essere economia, l’Agricoltura è cultura, socialità piena, politica e scelte, spinta e applicazione del sapere scientifico, tecnologia e progresso, e tant’altro. Questi ultimi, componenti tutti che insieme hanno permesso all’uomo il soddisfacimento dei propri bisogni e la convinzione di poter migliorare la qualità della vita nel corso della propria esistenza, a partire da quando ha deciso di scendere dagli alberi ed iniziare a camminare sulla terra per conoscere il pianeta che lo ospita e la sua connotazione nello spazio.

Volendo poi interessarci di Viticoltura, il tema appunto trattato nei due articoli all’inizio citati, ne va sottolineata l’importanza dal momento che la stessa rappresenta sicuramente la parte eletta e nobile dell’agricoltura proprio per le implicazioni da sempre avute in tale attività e per la sua grande valenza, fino a mostrare il parallelismo nelle manifestazioni di vita tra la pianta (la vite, appunto) e l’uomo e, ancora, la perfetta analogia in alcuni loro comportamenti nel corso dei propri cicli biologici. Nel passato, proferita da gente che a vario titolo si interessava di viticoltura, di vini e poi in tale ambito ne sottolineava l’importanza/il valore sociale oltre a quello economico, non era raro ascoltare l’affermazione che proprio la viticoltura e le ferrovie dello Stato avevano avuto un certo ruolo ed anche contribuito nel considerare l’ITALIA unita come popolo e non solo geograficamente. Tutto questo, soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Nell’esercizio dell’attività agricola e malgrado la diversità dei due protagonisti interessati, gli stessi hanno in comune finalità analoghe ed esistenziali dettate dalla biologia/dalla vita e necessariamente da raggiungere. Infatti la prima/la pianta, al momento della chiusura del proprio ciclo biologico e con il ricorso alla sua fioritura e successiva fruttificazione, rispetta l’imperativo di dare continuità alla vita attraverso il processo riproduttivo messo in moto proprio dalla fioritura, mentre il secondo/l’uomo, interessato al raggiungimento delle produzioni, alla loro difesa e raccolta, rispetta il soddisfacimento dei propri bisogni per il completamento della propria vita e la continuità della specie di appartenenza. 

Ne consegue che il rapporto pianta-uomo è contraddistinto da una vicinanza/una comunione continua, pressoché assidua e da una intesa totale e attenta. Infatti le piante, dotate di una sensibilità immensa e indirizzata a gestire con rigore tutte le loro possibili attività vitali , forti della loro presenza sul pianeta da milioni di anni ed espressione di una capacità di adattamento a condizioni esterne pure variabili ed anche estreme, hanno dettato/insegnato all’uomo le regole necessarie sul piano dei comportamenti posti a base della propria esistenza e delle relazioni connesse con l’ambiente in cui vive nel suo insieme e con tutti gli organismi che nello stesso ambiente trovano ospitalità. Tra queste: la riflessione e l’uso della ragione, la necessità e l’attitudine a guardarsi intorno a 360° e ad osservare con assoluto rispetto tutto ciò che succede, a prevenire/a programmare in anticipo le cose a farsi (atteggiamento questo necessariamente dovuto nella conduzione delle colture e nei processi agricoli, nella natura e nella variabilità proprie dell’agricoltura e nel divenire stesso della vita); e poi non solo regole dettate, lo hanno pure educato a non arrendersi mai e a tirare avanti comunque e sempre perché la vita continua/non si ferma (e non solo quella vegetale!) e, ancora, gli hanno trasmesso la convinzione/la certezza che il verificarsi puntualmente e con continuità di un certo fenomeno e/o di un certo evento è regolato da una legge, che ne contempla anche la causa che lo ha determinato. Il riferimento è indirizzato a tutto ciò che si verifica ed è sotto gli occhi dell’agricoltore che vive la natura in maniera totale: l’alternarsi del giorno e della notte, il susseguirsi delle stagioni, i cicli biologici delle colture agrarie e le loro manifestazioni di vita unitamente a quelle delle piante selvatiche, la funzione e l’importanza dell’acqua necessaria per la vita nei diversi ambienti, le condizioni climatiche ottimali e pure diverse per le attività fisiologiche di tutti gli individui vegetali e più in generale degli organismi viventi, il verificarsi di fenomeni meteorologici improvvisi e dannosi quali la grandine, le gelate, ecc. con le gravi perdite di beni che determinano e con tutto ciò che ne consegue negli anni a seguire. Di tutto questo l’agricoltore ignora le ragioni, non possiede nozioni di astronomia, di fisico-chimica e/o di biologia, non conosce le attività fisiologiche alla base dei processi vitali delle piante né come né cosa gli stessi producono mentre ne apprezza però il risultato finale, non sa come avviene il ciclo dell’acqua nell’atmosfera e soprattutto nel terreno ma ne comprende gli effetti, l’importanza, ecc.. La sua osservazione attenta -accompagnata anche da una certa sana curiosità- gli permette di valutare ogni cosa, lo rassicura sul verificarsi con puntualità delle manifestazioni e dei fenomeni a cui ha sempre assistito e gli fa capire che il succedere di tali eventi sta alla base di tutto ciò che lo circonda e permette la sua stessa vita, unitamente a quella di tutti gli organismi presenti sull’intero pianeta. Non solo, ma la constatazione continua del manifestarsi di un effetto e dell’esistenza della causa che lo ha determinato, lo convince che le due cose vanno sempre insieme, di pari passo e così deve essere. Con lo scorrere del tempo e degli anni aumenta il bagaglio delle sue osservazioni, la sua esperienza di vita e proprio quest’ultima, nello stare in stretta compagnia con il suo dover operare per vivere, lo spinge a riflettere e a ragionare, permettendogli di raccogliere in poche parole il rapporto di causa ed effetto di tutto ciò che avviene e gli capita di dover assistere, ne tira fuori l’insegnamento assoluto/universale (il proverbio!) quale contenitore del suo vissuto e proiettato anche a futura memoria a disposizione di tutti, al quale fare poi ricorso nel momento delle scelte e delle decisioni.

Nel suo articolo il Dott. Miraglia ci ricorda le vicende che hanno interessato la viticoltura salentina a partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso (‘900) con l’istituzione delle DOC (Denominazione Origine Controllata) a livello nazionale, finalizzate a mettere ordine nel mercato dei vini iniziando dal vigneto/dall’uva e poi, attraverso il vino, dare identità ai diversi territori del Salento con il risalire alla loro storia, al legame esistente tra le varie zone di produzione e i relativi vitigni e ancora, in ultimo, al rapporto tra questi ultimi e le popolazioni locali che li hanno sempre curati. Il riconoscimento delle DOC ha comportato l’applicazione e il rispetto di regole (i Disciplinari di Produzione) che hanno riguardato le aree di produzione e non solo le varietà di uva da utilizzare e di antica origine, ma anche il sistema di allevamento (per il Salento, l’alberello pugliese) con il riferimento alle pratiche agronomiche ammesse nella conduzione del vigneto e l’esclusione di alcune (per esempio la pratica irrigua, ammessa solo in casi eccezionali e nel rispetto della vita dei vigneti prima ancora delle produzioni di uva), la resa/la quantità massima di uva prodotta sull’unità di superfice (ettaro) e di vino, il grado/il titolo alcolometrico, ecc.. Poi, nel sottolineare ancora una volta la bontà e la struttura dei nostri vini sempre più utilizzati nel nord Italia per migliorare le produzioni locali, l’autore ci ricorda anche quanto avvenuto nel passato con l’arrivo nel Salento di grandi Società agricole settentrionali, interessate all’acquisto di intere aziende già vitate o da indirizzare appunto alla coltivazione dei nostri vitigni autoctoni. Continuando, nello stesso articolo non mancano le citazioni di aziende agricole salentine che proprio nel settore vitivinicolo si sono distinte sempre e meritano il plauso per i risultati ottenuti con il migliorare e rimarcare l’eccellenza dei nostri vini destinati al consumo diretto facendo affidamento sulle nostre varietà storiche (soprattutto Negro-amaro e Primitivo) e come, nella nostra Regione e soprattutto nella sua parte meridionale, la viticoltura si rinnovava anche con il procedere alla riscoperta e messa in campo di vecchi vitigni non più utilizzati da decenni e ormai abbandonati. Interessandosi delle DOC presenti nel territorio salentino, con particolare riferimento alla zona di confluenza delle tre provincie BR-LE-TA dove maggiore è la concentrazione della viticoltura con l’utilizzo pressoché esclusivo delle varietà Negro-amaro e Primitivo per i vini rossi (tanto in purezza quanto con una maggiore presenza negli uvaggi) e, ancora, dove c’è uniformità nel sistema di allevamento (l’alberello pugliese, appunto) unitamente alle condizioni pedoclimatiche del territorio e una qualità elevata delle produzioni, il Dott. Miraglia dapprima lamenta l’eccessivo numero delle Doc allora richieste ed attualmente valide unitamente al fatto che ciascuna di esse rappresenta con il proprio Disciplinare una sola microzona, ossia una porzione di territorio piuttosto ridotta e facente capo ad ogni singolo paese dello stesso (Doc Brindisi, Doc Squinzano, Doc Salice, ecc.) e poi, nelle sue valutazioni in merito a tutto questo, si duole per la mancanza della Doc Negro-amaro unica per l’intero Salento. Quest’ultima infatti, se fosse stata allora richiesta con l’indicazione Doc Negro-amaro del Salento e con un unico Disciplinare di Produzione, sarebbe stata nelle condizioni di rappresentarle tutte, di evidenziarne la storia e i loro legami con l’intero territorio salentino. Non solo, ma la stessa Doc unica avrebbe avuto anche il ruolo di garanzia e difesa del nostro vitigno più importante e, come pure sottolinea l’autore, “per preservarlo da possibili contaminazioni da parte di produttori di altre regioni” nel formulare la struttura di possibili loro vini di nuova concezione, facendo magari ricorso (questi ultimi, i produttori) ai disciplinari Igt (Indicazione Geografica Tipica), sicuramente meno rigidi e più aperti all’uso di uve rivenienti da vitigni diversi e da altre zone viticole. In proposito va pure precisato che attualmente nel Salento solo la Doc Primitivo di Manduria con il suo Disciplinare di Produzione specifico può vantare in maniera diretta la perfetta identità tra il vitigno, il territorio di coltivazione e la popolazione residente, avuta tale identità da sempre, saputa conservare negli anni trascorsi ed ancora oggi espressa in maniera eccellente. Lo scrivente è sulle stesse posizioni del Dott. Miraglia ed all’interrogativo di quest’ultimo come riportato nel suo articolo, perché, malgrado la presenza e l’uniformità delle condizioni pedoclimatiche e dello stesso vitigno/del vino posseduta dall’intero Salento, tante Doc per il Negro-amaro sono state assegnate ciascuna su porzioni del territorio salentino e non invece una sola Doc a rappresentare quest’ultimo per intero. 

A tale proposito ed entrando nel merito, propone una sua personale convinzione insita nella nostra memoria ancestrale, fortemente vissuta dalle generazioni che ci hanno preceduto a partire da circa tremila anni, ma presumibilmente anche prima ed ancora oggi presente in una forma allentata, più addolcita e sicuramente più diffusa. La storia passata relativa all’Italia meridionale e in modo particolare alla Puglia/al Salento e alla Sicilia, non a caso le regioni da sempre a maggiore vocazione e consistenza viticola e da sempre considerate territori vocati all’agricoltura, racconta che a partire dall’ottavo-settimo secolo a.C. ci sono stati flussi migratori di popolazioni elleniche verso i nostri territori con una certa continuità, rivenienti dalla Grecia peninsulare (l’Attica, il cuore della penisola greca) e dalle isole, in primo luogo Creta. Le cause erano varie e dovute alla mancanza di terre non più sufficienti per una popolazione in forte crescita, alla relativa distanza tra i territori citati transitabile su due mari (lo Ionio e l’Adriatico), alla voglia indirizzata verso la scoperta di nuove terre possibilmente tranquille e fertili, alle continue guerre tra le cittàstato che cercavano di espandersi con l’acquisizione di nuovi territori (tra queste e sicuramente la più famosa, lunghissima, quella tra Atene e Sparta) nel tentativo di stabilire la propria egemonia -politica culturale economica- tanto sull’intera Grecia quanto sulle numerose e ricche colonie distribuite nel Mediterraneo e, infine, dovuta anche alle condizioni di insicurezza e di danni quasi sempre presenti/continue nelle zone di provenienza. In proposito va pure ricordato che all’epoca la loro agricoltura e soprattutto la viticoltura godevano di buona salute ed erano fiorenti, tant’è che proprio in occasione di tali venute/migrazioni sono arrivate nel nostro territorio i vitigni Malvasia: la Malvasia Bianca di Candia dall’isola di Creta, mentre la Malvasia Nera dalla penisola e da aree diverse, essendoci attualmente nelle nostre zone vari cloni di quest’ultimo vitigno e mostrando ciascun clone una qualche leggera differenza nei caratteri che accompagnano le proprie manifestazioni di vita. Una volta arrivate e insediatesi nei nuovi territori, dopo aver dato origine alle loro nuove città e migliorate le loro condizioni di vita praticando l’agricoltura, le stesse popolazioni hanno continuato a mantenere vivo il rapporto con la madrepatria sia dal punto di vista economico con il commercio/gli scambi delle produzioni e delle tecniche agricole e sia anche sotto l’aspetto culturale, politico, religioso e sociale, sentendosi sempre parte integrante della propria città di origine e legate da vincoli stretti alla sua sorte, alle sue fortune e alla sua storia. 

Nel considerare quanto allora avvenuto e nel voler dare una risposta alla domanda che l’autore si pone nel proprio articolo (si ripete: il perché della mancanza di una Doc unica denominata Negro-amaro Doc Salento), va pure evidenziato che gli stessi migranti hanno subito in misura marginale l’influenza delle tradizioni e della cultura delle popolazioni locali e, di contro, non hanno mai rinunziato alle proprie, hanno voluto conservarle nella loro interezza e poi trasferirle alle stesse popolazioni coinvolgendole in tutto, come infatti si evince da quanto realizzato, dai resti della loro civiltà arrivati ai nostri giorni sui territori occupati e non ultimo dal loro passato. In proposito, va inoltre aggiunto che nel mondo antico e nei processi di colonizzazione, proprio nella cultura del popolo ellenico è stata decisamente forte la presenza/l’idea della città stato -della polis, della patria- e il rapporto che si stabiliva tra i nuovi arrivati e i territori acquisiti (non sempre pacificamente, ma a volte anche con le armi) era rappresentato da una connotazione identitaria caratterizzata da un vincolo forte e dall’esercizio di un possesso che difficilmente sarebbe poi venuto meno. Infatti i coloni, portandosi sempre appresso il dolore per il distacco dalla madrepatria, le sofferenze, le fatiche, i sacrifici e tutto quanto subito per la conquista delle nuove terre, proprio su queste ultime si sentivano liberi e anche convinti, vivendo condizioni nuove di indipendenza e di vita, di voler dare continuità alla loro cultura, alle loro tradizioni e alla storia della loro città di provenienza. Va pure ricordato che nella maggioranza dei casi erano interi gruppi famigliari a spostarsi restando poi uniti e questo rendeva ancora più stretti i vincoli tra di loro e più forti i legami con il territorio che li aveva accolti/ospitati, dal momento che la nuova patria rappresentava e risultava essere il contenitore nuovo di quanto avevano lasciato alle loro spalle.

Lo scrivente, nell’accettare e fare propri i fatti storici accaduti e nel voler dare validità/certezza, sempre riferendosi all’esperienza di vita dei coloni, all’idea di possesso totale del territorio come prima evidenziata, unitamente alla loro (dei migranti) consapevolezza (o ancora meglio orgoglio, come si dirà più avanti) di averlo vissuto in maniera piena praticando l’agricoltura nella sua espressione maggiore (la viticoltura) e raggiungendo buone condizioni di vita sotto tutti gli aspetti, è convinto che le due cose insieme (possesso totale e orgoglio) fanno parte di quella memoria ancestrale prima ricordata, arrivataci attraverso le generazioni pregresse e ancora oggi presente nei nostri atteggiamenti, nelle decisioni, nei modi di vivere. Continuando ad interessarci di agricoltura e di vini, inoltre, va pure considerato che l’attribuzione delle Doc, non solo nel Salento ma su tutto il territorio nazionale, ha rappresentato il riconoscimento all’impegno ed al lavoro di chi ha sempre operato nella viticoltura. Quest’ultima infatti, nel rimarcare la grandezza del passato e proprio a partire dagli anni ‘60/’70 del secolo scorso con l’attuazione della Riforma Fondiaria iniziata negli anni ’50 e a seguire con i “Piani Verde” degli anni ‘60, mostrava allora avere tutti i requisiti per un profondo rinnovamento sociale e tecnico-economico. Tra i due, mentre il primo è avvenuto in maniera piuttosto lenta a causa della sua complessità e delle differenze –anche profonde- tra le varie regioni, è stato proprio il rinnovamento tecnico a manifestarsi prima e in maniera più marcata, essendo allora già in opera negli stabilimenti vinicoli con nuovi processi di lavorazione delle uve, nuove tecnologie, nuovi materiali di supporto e, ancora, in considerazione di quanto poi avveniva parallelamente nelle campagne con il ricorso alla meccanizzazione e ad un maggiore uso dei mezzi tecnici di produzione (i fertilizzanti, i presidi sanitari, i materiali di nuova concezione per le strutture degli impianti, l’irrigazione, un vivaismo più avveduto nella preparazione delle piante da mettere a dimora, ecc.). 

Allora le Doc, dove il protagonista è il vino in una simbiosi perfetta con la storia del territorio in cui si produce e delle popolazioni che lo abitano, con la loro istituzione hanno avuto come conseguenza un duplice effetto: sul piano economico, il riconoscimento accertato e provato di una qualità certamente superiore con la possibilità di maggiori ricavi per i produttori, mentre per i consumatori ed in loro difesa la tranquillità di un prodotto certificato e garantito da una serie di controlli e di analisi complete sulla natura e qualità dello stesso; sul piano umano, di certo verificatosi nel settore agricolo sull’intero territorio nazionale, l’orgoglio forte e la consapevolezza dei destinatari delle Doc, dei produttori, di essere riusciti con il proprio lavoro a fare qualcosa di importante ancora prima e meglio degli altri operatori dello stesso settore tanto nella produzione delle uve e del vino quanto nel miglioramento della propria terra e delle condizioni di vita. Questi ultimi, risultati tutti già in essere e ottenuti a partire da epoche lontane e in condizioni ambientali, socio-economiche e di mercato diverse e pure in assenza della Comunità Europea e delle Regioni, che invece hanno avuto origine successivamente ed in coincidenza del periodo di attribuzione delle Doc.

Anche se giunti ormai alla fine di un’epoca e in presenza di segnali forti di cambiamento, in tale periodo ed anche prima nell’immediato dopoguerra il mercato del settore vitivinicolo e delle produzioni agricole in generale aveva ancora confini ristretti – perlopiù in ambito nazionale- e seguiva vecchie logiche e impostazioni, quelle delle piazze e dei mercati settimanali. Un maggiore generale interesse era allora indirizzato verso le produzioni meridionali, con particolare riferimento alle uve e ai vini del Salento (come in proposito evidenziava il Dott. Miraglia), caratterizzato dal riconoscimento di una qualità superiore, certa, dovuta ad una cultura vitivinicola storica con radici antiche ma ormai in continua corsa e sempre in fase di miglioramento. Tale riferimento è giustificato ed è dovuto anche per l’esistenza dei palmenti nelle nostre campagne, a testimoniare come i primi processi di trasformazione delle uve hanno avuto inizio sui luoghi di produzione e gli stessi hanno rappresentato per secoli, prima dell’avvento dei moderni stabilimenti vinicoli, gli opifici di lavorazione delle uve per la produzione di vini di buona qualità e in condizioni non proprio eccellenti. Non solo, ma la qualità mostrata dai nostri vini già da allora poteva godere ed avvantaggiarsi per una situazione geografica diversa e di certo più favorevole al ciclo biologico della vite rappresentata da vitigni autoctoni importanti (Negro-amaro e Primitivo, soprattutto), unitamente a vari secoli di lavoro e di vita avvenuta in comunione tra una popolazione ed una pianta in un territorio di particolare vocazione, dove tutti e tre insieme hanno partecipato a scriverne la storia. Sono state realtà come questa, in definitiva tutte le Doc citate dall’autore nel suo articolo, a trovarsi nelle condizioni di chiederne il riconoscimento, in primo luogo a difesa del proprio reddito e poi anche nel voler conservare la propria identità in una sorta di sfida allargata tra produttori, trovando entrambi (reddito e identità) giustificazione nell’idea di possesso pieno e di attaccamento totale esercitato sul territorio e sui vigneti, in aggiunta all’orgoglio provato per i risultati ottenuti con il proprio lavoro da parte di ciascuna comunità. La risposta all’interrogativo iniziale è appunto questa e si ricava da tutto quanto prima esposto, il cui contenuto ha lasciato una traccia forte nella storia del Salento e nella cultura delle popolazioni che ancora oggi lo vivono come qualcosa che in silenzio le accompagna e del quale non è stato possibile liberarsi, essendo radicato nei comportamenti e nella stessa natura di coloro che vivono la propria terra in maniera completa perché impegnati a difenderla e a migliorarla sempre, con continuità, come appunto succede alle popolazioni che hanno vissuto e vivono di agricoltura e, ancora più, con una particolare predilezione per la viticoltura. Continuando ad interessarci di vitivinicoltura, vanno condivise le affermazioni del Dott. Sergio Botrugno, pure coinvolto nello stesso articolo prima citato e nella duplice veste di produttore di uva e di vini riveniente da una vecchia tradizione di famiglia. Quest’ultimo, infatti, trasferisce sul piano economico-commerciale “l’esigenza di accomunare vitigno e territorio di coltivazione, nel caso indicato Negro-amaro del Salento Doc”, al fine di dare maggiore forza e sviluppo in maniera corretta e totale ad un marketing enogastronomico poggiato sulla storia della coltivazione di tale vitigno e su una possibile interazione culturale del territorio, “coinvolgendo non solo i produttori, ma l’intero tessuto economico del Salento”. E ancora, dando seguito a quanto prima riportato e nel considerare le attenzioni e gli attestati di merito per il settore vitivinicolo e per l’intero comparto dell’agroalimentare italiano rivenienti da ogni parte del mondo, lo scrivente è convinto che la richiesta della Doc Negro-amaro Salento Unica andava fatta al momento della istituzione o anche, in sua mancanza e magari dopo un breve periodo di assestamento ma sempre negli stessi anni o nella stessa epoca, andava poi fatto il tentativo dell’unificazione delle varie Doc esistenti. 

Tale richiesta, pure rivolta ad una pluralità di Doc e in virtù della loro validità già presente nella normativa dello Stato Italiano che le aveva promosse per regolamentare il settore vitivinicolo all’epoca in piena espansione, sarebbe stata ancora oggi rappresentata da quell’unica Doc Negro-amaro Salento. A quest’ultima, considerando oggi tutto quanto poi avvenuto in ambito comunitario per il riordino dell’intero settore agroalimentare (compreso il vino), avrebbero poi fatto riferimento la Dop e la Igp Salento Unica (rispettivamente Denominazione di Origine Protetta e Indicazione Geografica Protetta) istituite in seguito e regolamentate dall’Ocm (Organizzazione Comune Di Mercato) n.1234/07 Ce, a differenza invece delle scelte poi fatte in tempi più recenti con il continuare ad insistere sulle diverse Doc già possedute e quando, forse, è prevalso un certo campanilismo prima assente o quantomeno contenuto. A tale proposito, ossia nel dover fare la richiesta della Doc Negro-Amaro Salento unica al momento della sua istituzione, la convinzione di chi scrive poggia sulla convenienza, sulla più estesa utilità e sugli sviluppi economici che avrebbero potuto manifestarsi in aree molto più grandi, sia nelle singole Province del Salento che nell’intera Regione Puglia, e non invece restare nelle sole zone Doc iniziali, considerando: - la uniformità, l’importanza ed il primato delle colture praticate da sempre (il vigneto con le varietà di uva da vino e da tavola, l’oliveto, l’orticoltura, la cerealicoltura e in misura minore altre colture ugualmente importanti) sulle zone interessate e sull’intero territorio regionale, dove insiste anche un ricco patrimonio edilizio rappresentato dalle masserie per lo svolgimento dell’attività zootecnica. Tutti insieme (colture, masserie e allevamenti) poi indirizzati a formare un paesaggio unico e difficilmente ripetibile, capace anche di testimoniare in tempi più recenti la continuità di una storia illustre iniziata a partire da un passato lontano nei millenni; - nel continuare a trattare la propria convinzione circa la richiesta di unificazione delle diverse Doc esistenti nel Salento, la stessa è giustificata dal Marchio dei Prodotti di Qualità di grande prestigio della Regione Puglia, nel quale certamente tutte le eccellenze delle tre provincie salentine (BR - LE -TA) hanno pieno titolo ad entrare, sono di casa, lo completano e nello stesso Marchio poi si integrano e si compensano; - e ancora interessandoci del vino, tale convinzione trova analogia e certezza nella qualità delle produzioni vinicole dal momento che le stesse già possiedono tutte il riconoscimento della Doc, risultano essere su un livello qualitativo decisamente alto, ne esprimono i miglioramenti conseguiti e ne conservano le tradizioni. Poi, verificandosi il fatto che tutte le DOC in esame certificano la qualità del loro vino con riferimento al vitigno ed al sistema di conduzione seguito unitamente alle caratteristiche proprie del territorio di provenienza, non sono certamente in discussione la storia e la bellezza dell’intero Salento, la gastronomia/la cucina, la continua stagionalità e ricchezza delle produzioni agricole dovute ad una biodiversità ancora integra, il mangiare sano e il suo valore salutare, i quali tutti hanno origine antica ed apprezzamento totale. 

Quanto appena citato trova riscontro universale e dimostrazione riconosciuta a livello scientifico nel nostro regime alimentare, che da sempre poggia e va a braccetto con le produzioni agricole del territorio, noto ai più come “Dieta Mediterranea” e dichiarata nell’anno 2010 patrimonio culturale immateriale dall’Unesco el dare completezza alla risposta indirizzata all’interrogativo iniziale relativo ai vini del Salento e tornando ad interessarci delle Dop (Denominazione di Origine Protetta) e delle Igp (Indicazione Geografica Protetta), queste ultime sono figlie della Comunità Europea e dalla Stessa istituite a partire dai primi anni ’90 con Regolamento Ce n.2081 del 14 luglio 1992, a protezione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche dei prodotti agricoli ed alimentari destinati all’alimentazione umana e che già comparivano nelle normative degli Stati membri. Sono accompagnate e poggiano la loro applicazione su nuovi Disciplinari di Produzione, sicuramente meno rigidi e comunque accomodanti rispetto ai Disciplinari Doc, e che, nel garantire la qualità e la sicurezza di un prodotto agricolo e alimentare, ne valutano la tipicità dovuta all’insieme delle caratteristiche della zona di origine dove il prodotto iniziale può arrivare alla fine del suo ciclo ed esaurirlo interamente (ossia al prodotto finito da presentare poi sul mercato come appunto avviene per le Dop) ed anche –sempre il prodotto- quando pure presenta una parte o una sola fase dell’intero suo possibile ciclo di produzione/lavorazione, come invece avviene per le IGP. Il Regolamento prima citato ed il successivo Regolamento CE n. 2082/92, che lo ha poi sostituito e ne ha completato la riforma nell’intero settore delle produzioni agroalimentari, non avevano inizialmente alcuna applicazione nel settore vitivinicolo.

Infatti, la trattazione di quest’ultimo per una sua completa definizione ha avuto inizio ancora prima e a partire dalla seconda metà degli anni ’80 con un suo percorso differenziato, piuttosto elaborato e lento. Solo dopo l’approvazione di una lunga serie di Regolamenti della Comunità ottenuti con grande ed attiva partecipazione degli Stati membri, è poi avvenuto il suo inserimento nell’O.C.M. generale (Organizzazione Comune di Mercato) con il Regolamento n.1234 dell’anno 2007 già citato (nella parte in grassetto della risposta al Dott. Miraglia). Completata in tal modo l’intera normativa per la difesa e la circolazione nell’ambito del mercato dell’area comunitaria delle produzioni agricole ed alimentari (vino compreso) degli Stati membri e di quelli esterni che hanno interesse ad operare in tale area, nell’assegnare la DOP ad un vino che ne abbia titolo, la Comunità Europea lo identifica con “il nome di una regione, di un luogo determinato o di un paese che serve a designare un prodotto le cui qualità e caratteristiche siano dovute essenzialmente ad un particolare ambiente geografico ed ai suoi fattori naturali ed umani, le cui uve provengano esclusivamente da tale zona geografica e la cui produzione avvenga in detta zona geografica e ottenuta da varietà di viti appartenenti alla specie Vitis vinifera” .

Quanto prima scritto evidenzia come la tipicità, la particolarità e di conseguenza il valore dei prodotti Dop sono dovuti solamente alle caratteristiche della zona di provenienza che li rappresenta e li definisce senza alcun riferimento al vitigno che invece, comparendo nella Doc quando questa è presente, ne completa la identità. Va pure considerato che, con i Regolamenti prima citati, la Comunità Europea ha poi continuato a riconoscere la validità delle Doc già esistenti e come istituite in precedenza nei singoli stati membri. Inoltre, dal momento che le Doc godono delle caratteristiche relative al vitigno e al sistema di allevamento, alle condizioni pedoclimatiche del territorio, all’intera loro storia che ha sempre mostrato continuità dal punto di vista agricolo, sociale ed umano, le stesse conferiscono un valore aggiunto alle Dop con cui si accompagnano. Tutto quanto prima esposto, relativo ai fatti accaduti a partire dagli anni ’70 del secolo scorso con l’istituzione delle Doc nel settore vitivinicolo da parte dei singoli Stati e fino al loro inserimento da parte della Comunità Europea nell’Ocm (Organizzazione Comune Di Mercato) del settore Agroalimentare con il Regolamento n.1234 dell’anno 2007 prima e a seguire soprattutto con i Regolamenti n.479/2008 e n.607/09 che hanno determinato l’istituzione e le modalità di applicazione delle Dop e delle Igp relative, tutto quanto ha rappresentato il lungo iter necessario al riconoscimento ed alla circolazione dei vini nel mercato comunitario.

Bisognerà poi aspettare ancora qualche anno (ottobre-dicembre 2011) per il riconoscimento della Terra D’Otranto Doc, alla quale segue la relativa Terra D’Otranto Dop, entrambe chiamate a rappresentare e garantire i vini del Salento nel mercato europeo e globale.  A queste ultime si è poi aggiunto il riconoscimento della Doc e della Dop relative al vitigno Negro-amaro con la denominazione Negroamaro di Terra d’Otranto. In proposito va precisato che la denominazione Terra d’Otranto ha voluto indicare l’insieme dei territori delle tre province -Br, Le e Ta- così conosciute a partire dal medioevo e considerate unite da sempre per la storia che in uguale maniera le ha interessate, per la uniformità strutturale dei terreni dal punto di vista geologico e per la presenza di condizioni climatiche favorevoli all’attività agricola e alla vite in misura più specifica. E ancora, per quel che riguarda le denominazioni prima citate, va pure evidenziato che la Doc e la Dop relative al Negroamaro (con tipologia di Vino Rosso- Vino Rosato e Spumante Rosè) si appartengono a vini per la cui produzione lo stesso vitigno è protagonista principale non solo quando usato in purezza ma anche con aggiunta (in percentuali diverse) di uve a bacca rossa rivenienti da altri vitigni coltivati nella stessa zona di produzione; invece le denominazioni Terra d'Otranto Doc e Terra d’Otranto Dop (con tipologia di Vini Bianco, Rosso, Rosato, Spumante Bianco e Rosè) si appartengono a vini la cui produzione riviene da vitigni tradizionali (Chardonnay, le Malvasie a bacca bianca ed altre per quelli bianchi; il Negro-amaro, il Primitivo, le diverse Malvasie a bacca rossa ed altre per i vini rossi) utilizzati da soli o anche congiuntamente e pure con l’aggiunta di uve con bacca dello stesso colore e rivenienti da vitigni coltivati sempre nella stessa zona di produzione. Da quanto prima riportato si evidenzia come il riconoscimento e la promozione dell’identità dei vini del Salento sui mercati da parte della Comunità Europea è avvenuta con un certo ritardo rispetto all’istituzione delle DOC nazionali, avendo seguito i tempi lunghi della normativa europea. Non solo, ma sul piano della qualità nell’ambito della stessa riforma sulle Denominazioni di Origine (Doc) e sulle Indicazioni Geografiche Tipiche (IGT) già esistenti, l’applicazione dei disciplinari relativi alle DOP e alle IGP ne hanno riconosciuto l’origine e accertato la compatibilità, ma sicuramente non ne hanno gratificato la qualità e la completezza possedute e, con il permettere l’utilizzo delle uve di altri vitigni nella formulazione dei vini, proprio a questi ultimi hanno fatto perdere la loro originaria naturalità, hanno determinato nelle stesse DOP e IGP un livellamento dei valori verso il basso ed anche qualche leggera confusione nei consumatori. Cose tutte, quelle ora elencate, prima assenti nei disciplinari di produzione italiani. 

Nel completare il proprio pensiero, le proprie convinzioni circa l’opportunità di chiedere al momento della loro istituzione una Doc unica, onnicomprensiva a rappresentare tutte quelle già riconosciute per i vini delle varie zone viticole del Salento e come poi realmente avvenuto a distanza di più anni, chi scrive sostiene che proprio allora sarebbe stato opportuno riflettere anche sulle condizioni della viticoltura salentina in analogia con quanto avveniva nell’intero settore vitivinicolo su vaste aree del territorio nazionale -in modo particolare nelle regioni di vecchia tradizione viticola quali il Piemonte e la Toscana, per esempio- e con i mercati in continua evoluzione, soprattutto quelli esteri (Francia e Germania, tra i primi) caratterizzati da un maggiore interesse per il nostro vino e dalla richiesta dello stesso in forte aumento. In proposito va pure considerato che il settore vitivinicolo, scontata la sua enorme importanza dal punto di vista economico e sociale, era già da tempo (a partire dai primi anni ’30 del secolo scorso) oggetto di continue attenzioni da parte dello Stato Italiano finalizzate ad una completa e corretta regolamentazione; e ancora, tanto per completezza di quali poi saranno gli indirizzi futuri della politica comunitaria, proprio in quegli anni (fine anni ’70, con buona approssimazione) uno dei primi interventi della Cee fu indirizzato proprio al settore vitivinicolo, proponendo un fermo temporaneo al rinnovo degli impianti di vigneto nell’intera area comunitaria dietro riconoscimento di un indennizzo ai produttori e sicuramente diretto a rilevare già all’epoca la consistenza delle superfici vitate dei singoli stati, come poi considerate puntualmente nei successivi Regolamenti dello stesso settore. Proprio tale riflessione, se eseguita allora, avrebbe permesso ai produttori salentini di poter stabilire non già delle regole (parola grossa, considerato quanto avvenuto con la scelta delle Doc!) ma almeno poter individuare delle linee di comportamento allargato per conservare e magari migliorare la specificità dei vigneti e delle produzioni dovuta al particolare sistema di allevamento ad alberello (ancora oggi espressione di grande conoscenza della vite e saggezza agronomica mostrata nel rispettare il particolare rapporto tra i ceppi e il terreno che li ospita, naturalmente privilegiando il prodotto ultimo finito, il vino), esaltare la qualità delle produzioni di uva e dei vini e non ultimo conservare l’integrità del paesaggio agrario del Salento con la sua storia millenaria. Non solo, ma a ben considerare avrebbe permesso anche all’intero Salento di organizzarsi con largo anticipo rispetto all’attuazione dei Regolamenti Comunitari e presentarsi poi in maniera più conveniente, forse anche più agguerrita sui mercati, dove il fenomeno della contraffazione dei prodotti alimentari italiani (conosciuto con il termine di agro-pirateria) ha raggiunto livelli altissimi (circa il 67% ossia su tre prodotti, due di essi non hanno niente di origine italiana e non hanno mai avuto alcun rapporto con la nostra agricoltura ad eccezione forse di qualche piccolo riferimento (magari un disegnino sull’etichetta che richiami e si riporti all’Italia), con danni enormi non solo ai viticoltori ma all’intera agricoltura e a tutto il sistema economico del nostro Paese.

All’epoca infatti, potendo contare sulla operatività della Regione Puglia interessata a disciplinare l’intero settore vitivinicolo e di enti pubblici e privati vicini all’agricoltura (Università e Ricerca, la Meccanica enologica, il Vivaismo, ecc.) e pure già in possesso di un prodotto -il nostro vino- di buona qualità e per sua natura completo come appunto riconosciuto dai mercati, la riflessione dovuta andava indirizzata: --verso l’adozione di possibili miglioramenti nella strutture dei vigneti (ad iniziare dalla pianta) e nella tecnica di coltivazione con riferimento al rapporto individui vegetali/ceppi-terreno utilizzato con una particolare attenzione al contenimento delle produzioni, indirizzate sempre alla qualità, all’eccellenza come appunto naturalmente garantita dall’alberello; -verso nuovi e/o possibili miglioramenti delle caratteristiche organolettiche dei vini rivenienti dai nostri vitigni tradizionali, avendo già superato i limiti di un vivaismo artigianale e confuso e, invece, potendo fare affidamento -nel rinnovo/nella riproposizione di nuovi impianti- su un vivaismo aggiornato e attento, capace di fornire materiale sano di propagazione tanto per la messa a dimora delle barbatelle quanto per l’innesto di nuovi cloni (sempre dei vitigni tradizionali) rispettivamente per il piede e per la struttura aerea/produttiva degli individui vegetali e anche pronto (sempre il vivaismo) a mettere mano e procedere al risanamento delle materiale già in possesso, come poi avvenuto. Il tutto, naturalmente, operando nel rispetto assoluto di una tipologia di allevamento e di conduzione della vite ad alberello o anche molto prossima con il suo relativo carico di gemme, dal momento che proprio a questi ultimi andavano attribuiti i meriti dei risultati ottenuti sul piano della qualità; -e ancora, verso un maggiore utilizzo dei nostri vitigni tradizionali negli uvaggi di vario tipo per la produzione di nuovi vini piuttosto che ricorrere ad uve di più vitigni diversi, comunque estranei perché di provenienza esterna anche se coltivati nel territorio salentino. Volendo ricordare degli esempi di esperienze specifiche/migliorative avvenute già in tempi diversi e pure nel passato con la produzione dei filtrati dolci, la vitivinicoltura brindisina da sempre si è valsa dell’utilizzo dei vitigni Negro-amaro, Malvasia Nera e Somarello (Susumanieddu, nell’espressione dialettale), presenti nei vigneti su filari distinti o anche su gruppi di ceppi distribuiti nell’impianto e capaci di partecipare in maniera congiunta negli uvaggi e nel vino poi ottenuto, completandosi a vicenda e dando vita a prodotti di qualità in virtù delle caratteristiche organolettiche possedute. In proposito, quanto prima evidenziato è avvenuto regolarmente fino agli anni ’70- inizio anni ’80 del ’900 per i vini rossi e ancora oggi con gli uvaggi rivenienti dai vigneti con impianto tradizionale. Tanto nei filtrati dolci quanto nei vini così ottenuti la partecipazione del Negro-amaro (pari al 55-60%) era e resta la più rappresentativa con il dare corpo alla massa del prodotto ottenuto e pure accompagnata dalla qualità e dalla completezza che hanno sempre contraddistinto le uve rivenienti da tale vitigno, mentre la Malvasia Nera (28-30%) con la sua ricchezza di zucchero e di profumi e ancora il Somarello (10% circa) con i fenoli posseduti (enocianina e tannino, in modo particolare) ne completavano la struttura e, integrandosi, davano luogo ad un prodotto finito di qualità superiore e ricercato proprio per i suoi apporti migliorativi nell’essere utilizzato a favore di vini scadenti. In tempi recenti, con buona approssimazione nell’ultimo decennio, una maggiore disponibilità di uve Malvasia Nera e Somarello, non più accomunate in un unico vigneto ma rivenienti da nuovi impianti singoli, ed un approccio diverso nei processi di lavorazione delle stesse facendo affidamento ed esaltando le loro caratteristiche (la ricchezza di zucchero, la finezza del gusto e la leggerezza/la eleganza dei profumi nella prima, mentre nel secondo la giusta carica di enocianina/di colore, il contenimento del sapore astringente e la presenza/la tenuta di una buona morbidezza dovuti alla componente tannica nel corso dei processi di trasformazione e di maturazione/di invecchiamento) hanno permesso di ottenere dei nuovi vini in purezza -appunto di sola Malvasia Nera e di solo Somarello- che sul mercato stanno incontrando le attenzioni ed il favore dei consumatori. 

Con la riflessione dovuta, all’epoca dell’istituzione delle Doc, e nell’accettare tutto quanto poi avvenuto, la nuova situazione creatasi avrebbe ampliato con ulteriori riconoscimenti e certezze il quadro di una storia antica, che ancora oggi continua sempre ad opera degli stessi protagonisti: il territorio, la viticoltura e la popolazione agricola interessata. A tale proposito va pure considerato che il Salento, proprio nella ricchezza delle produzioni agricole della Regione Puglia e nei primati che la contraddistinguono da sempre (viticoltura, olivicoltura, mandorlicoltura, orticoltura da pieno campo, ecc.), occupa una posizione rilevante, entra con merito nell’eccellenza del settore vitivinicolo avendo dato luogo alla creazione di un distretto del vino particolare e sicuramente unico oltre che completo, capace di rinnovarsi nel rispetto della tradizione e di conservare la qualità delle produzioni con l’utilizzo dei vitigni storici/tradizionali. Continuando ancora ad interessarci di agricoltura e di vigneti, in aggiunta a tutto quanto prima riportato nel considerare il possibile avvio di interventi migliorativi nella conduzione dei nostri vigneti indirizzati al rispetto della qualità dei vini come raggiunta, vanno pure considerate le nuove sfide a cui è chiamata l’agricoltura e dalle quali certamente la viticoltura non è indenne: gli effetti dei cambiamenti climatici sulla vite e sulle colture agrarie in generale già in grande evidenza, l’espansione dei centri urbani ed il rapporto cittàcampagna in continua evoluzione unitamente ad una trasformazione dei territori non sempre garbata e dovuta alla creazione di nuove opere e servizi, ecc.. Sfide tutte, che vanno a sommarsi a quelle già esistenti e ancora lontane da una soluzione certa/definita, quali soprattutto la salvaguardia dell’ambiente nella sua interezza e l’adozione di modelli di sviluppo sostenibili, insieme ed in stretta connessione con le difficoltà gravi nel garantire la produzione di cibo ad una popolazione mondiale in continuo aumento e, di contro, in presenza di una sempre più marcata riduzione delle risorse naturali. Nel voler completare il proprio pensiero ed esprimere l’intera sua opinione, anche con l’utilizzo di questo scritto e restando nel merito dei diversi aspetti che hanno riguardato l’attività agricola ed in modo particolare il vigneto con la sua produzione, lo scrivente non ha difficoltà nel rimarcare l’importanza dell’Agricoltura come affermato all’inizio. La stessa infatti, per il ruolo svolto e per la valenza mostrata nel partecipare all’organizzazione della Società italiana ed allo sviluppo che l’ha poi caratterizzata, ha determinato nella economia delle varie regioni la grande importanza della Vite/del Vino e dell’intero settore Agroalimentare, li ha accompagnati fino all’eccellenza, raccontando anche la storia dei territori ed il lavoro delle popolazioni sin dalle prime origini. 

Oggi poi, nel dover andare avanti e superare quanto di peggio è rimasto della pandemia ancora in circolazione e dei danni subiti, associandosi allo sforzo degli altri settori produttivi e unitamente all’intera Agricoltura sono ancora loro, il Vino e l’Agroalimentare, tra i primi a dare segni di ripresa sul piano economico. Non solo, ma nell’attesa di un ritorno -pure lento e per gradi- a condizioni normali di vita augurabile a tutti e ad una possibile ripresa dei consumi netta/forte, sicuramente anche il vino dovrà partecipare e svolgere il suo compito, a dare una spinta verso gli altri settori e ad accompagnarci fuori dalla situazione di pesantezza che ci frena, dal momento che lo stesso è da sempre espressione di convivialità, capace di momenti lieti/di socialità e, soprattutto, perché si porta appresso storie, fatti, aneddoti e curiosità da raccontare a tutti. Nel dover necessariamente accettare quanto abbiamo assistito e ancora sotto gli occhi di tutti, unitamente al fatto che la pandemia vissuta ha chiuso un’epoca e dell’intera situazione prima esistente ha rotto la continuità/la sua proiezione nel futuro, di certo arriveranno cambiamenti radicali dei quali è difficile poter immaginare oggi gli sviluppi che avranno, le modalità e i tempi necessari, le nuove difficoltà che dovremo affrontare. 
Naturalmente, per il ruolo che occupa nella civiltà attuale e data l’importanza economica che riveste e che da sempre la accompagna, nelle sfide future e nei prossimi scenari entrerà a pieno titolo anche l’Agricoltura nella sua totalità, chiamata a fare la sua parte e forse anche rispondere a nuove regole, sicuramente ad attendere a nuovi ruoli. Restando sempre nel settore viticolo, nel voler ricordare le occasioni perdute in tema di Regolamenti Comunitari con il muoversi in ordine sparso e pure la flessione della coltivazione della vite verificatasi in alcune aree del Salento (Brindisi, per esempio, che nel passato poteva invece vantare dei primati!), a tutti corre l’obbligo di rispettare quelli che da sempre sono stati i sani principi alla base della nostra vitivinicoltura e che da sempre hanno contraddistinto la specificità, gli aspetti essenziali dei nostri vigneti e la qualità dei nostri vini, come prima ricordato. Nel doverne sottolineare l’importanza, nel valutare la possibilità di fare squadra nell’esercitare la viticoltura e magari anche nell’assumere comportamenti analoghi indirizzati al mercato, vale allora la pena ricordarli: -la vocazione naturale del territorio che, per le sue favorevoli condizioni climatiche e posizione geografica, è portata ad interagire con la vite e, nel caso trattato, con tutti i vitigni tradizionali quasi in un continuo abbraccio reciproco, unitamente alle scelte ed al lavoro assicurato dai produttori; -il contenimento/il controllo rigido delle rese, indirizzando le produzioni per ettaro sempre e solo a favore della qualità e del valore aggiunto; -le pratiche di cantina in sintonia e necessarie a chiudere il percorso tecnico seguito nel corso dell’intera annata agraria sul vigneto e pure finalizzate/dovute per la sicurezza e la bontà dei vini a garanzia dei consumatori. 

Quanto prima riportato trova giustificazione per il fatto che, nel dare necessariamente continuità all’economia del Salento, nel presentarsi sui mercati con l’avere le carte in regola e non trovarsi a chiudere la fila e ad essere in coda, non è sufficiente produrre “buoni vini” ma solo “vini esclusivi ed unici” per la loro completezza, complessità e per lo loro eleganza, certamente non duplicabili e non riproducibili in condizioni diverse da quelle presenti nell’intero Salento. Va ancora sottolineato a tale fine l’utilizzo dei vitigni autoctoni salentini, sia quelli storici, tradizionali conosciuti e praticati da sempre sia anche quelli ultimi di scoperta recente e rivenienti dalla viticoltura del passato, capaci di ben figurare e di svolgere il proprio compito, dimostrando di essere una ricchezza per il territorio. Malgrado tutto questo, forse bisognerà mettere in conto di aprirsi a nuove esperienze dal momento che, sempre facendo affidamento su di essi, è pure possibile che il dopo pandemia e/o particolari condizioni ambientali o anche nuovi obiettivi di mercato ci spingano verso l’utilizzo di vitigni diversi/estranei nel presentare o anche formulare nuovi vini. Pensando di fare cosa gradita al Dott. Miraglia con l’aggiungere ulteriori notizie sulla nostra vitivinicoltura ricavate da letture sparse, da reminiscenze scolastiche e di studi ed anche perché, spinto il sottoscritto da un pizzico di amore proprio, di orgoglio e di “brindisinità”, certamente non guasta affermare che nel suo insieme Brindisi, unitamente alla sua agricoltura e dal punto di vista geografico, storico ed umano inteso come collettività, è stata particolare, anche unica ed ha avuto pochi riscontri in Italia, pure nelle cause che da qualche decennio l’hanno oscurata. Da sempre è stata con continuità sul palcoscenico della storia e volendo lasciarsi andare nella memoria dei tempi passati e di tutto quello che si trova scritto nei libri e poi ancora ricordarli e riproporli, Brindisi è stata essenzialmente unica da sempre e la sua identità ha avuto come protagonisti la terra/l’agricoltura e il mare uniti da un legame forte e, con essi, la viticoltura e il porto sui quali ha costruito la sua storia, le sue fortune e la sua economia. Né le sono mancati figli illustri da ricordare nelle diverse epoche, a partire da Marco Pacuvio, San Lorenzo da Brindisi, Giovanni Maria Moricino e il padre carmelitano Andrea della Monaca, Teodoro Monticelli e Benedetto Marzolla, a volerne citare alcuni. Nei secoli è riuscita ad essere grande ed ha ottenuto riconoscimenti e rispetto, ha saputo trasmettere alle sue generazioni l’orgoglio di una appartenenza importante, forse oggi scomparsa e purtroppo dimenticata o anche (addirittura!) mai conosciuta dagli stessi Brindisini. Vivendo la città infatti, si avverte la sensazione di una mortificazione generale unita ad una rassegnazione , come se a ciascun brindisino è stato tolto ed è venuto a mancare realmente qualcosa di importante e ci si trova relegati tutti in una sorta di anonimato che per varie cause -probabilmente di natura economica o politica o anche imputabili a noi stessi anche se esterne alla nostra volontà e cultura- non ci permette di operare e, soprattutto, non accenna a finire e continua ancora. 

Una sensazione spiacevole che di certo può trovare riscontro nelle scarse attenzioni che ciascuno di noi le mostra, nelle poche cure che le vengono rivolte ed anche nel mancato rispetto da parte di tutti e da tutti poi considerato e accettato come un fatto normale, perché così è e così devono andare le cose, relegandola in uno stato di abbandono che certamente non merita. E allora, sforzandoci a non tener conto e magari anche a superare le situazioni di disagio che si avvertono nella nostra città, ormai in grande evidenza e argomento comune a tutti, torna 16 bene affermare ed assumere l’impegno che Brindisi, prima ancora di essere capita nella sua complessità, va vissuta ma soprattutto va amata, per quello che ciascuno di noi può e sente di poter dare. Tornando alla nostra vitivinicoltura ed all’importanza che ha avuto nella storia della città, dobbiamo necessariamente ricordare che si iniziò a conoscere e a parlare di Brindisi nel mondo allora conosciuto con l’arrivo di Roma intorno all’anno 300/280 a. C.. Alla motivazione iniziale della colonizzazione seguì una sorta di ravvedimento che spinse Roma ad investire su Brindisi, proprio in virtù di tutto ciò che la città ed il territorio offrivano. In primo luogo il porto ampio e di grande sicurezza, unitamente ad una agricoltura fiorente e capace di grandi produzioni per gli eserciti, anche ricca di vigneti e di buon vino, ai quali erano particolarmente interessati i Romani per ragioni economiche legate ai loro commerci nel Mediterraneo. Tutto questo tornava decisamente utile ai programmi di conquista verso l’oriente e da quel momento il rapporto tra Roma e Brindisi cambia radicalmente e di conseguenza cambia il volto, il ruolo e l’importanza della nostra città.

A favore di una popolazione che cresceva e per l’importanza raggiunta vennero realizzate numerose opere pubbliche (fra le tante va ricordato l’acquedotto di Pozzo di Vito e le riserve idriche nell’agglomerato urbano), una nuova diversa sistemazione delle banchine all’interno del porto, create nuove strutture e magazzini per le derrate alimentari rivenienti dalle campagne vicine e dall’entroterra, costruiti arsenali militari per l’appoggio, le riparazioni delle navi ed i rifornimenti agli eserciti lontani ed in transito. Né mancarono interventi nel campo agricolo, indirizzati a migliorare i sistemi di conduzione delle colture più rappresentative (la vite e l’olivo; nella prima stabilirono il principio delle quattro arature al terreno nel corso dell’annata agraria, rimasto in piedi fino all’utilizzo dei cavalli come forza motrice, circa 50 anni fa), ad aggiornare i processi di trasformazione delle produzioni per una migliore selezione ed anche maggiore resa dei prodotti finiti, ad avviare una fabbrica -nella zona/contrada Giancola- per la produzione di anfore e giare per la commercializzazione dei vini. Passando alle opere di difesa, venne garantita alla città la protezione di Roma in caso di guerra e di attacchi da parte delle popolazioni vicine (Taranto in modo particolare, da sempre nemica di Roma e sempre pronta ad ostacolarne i progetti), venne realizzato intorno alla città e ad una certa distanza un cordone di insediamenti militari per una maggiore protezione; soprattutto venne riconosciuta a Brindisi la municipalità, una certa libertà amministrativa e di battere moneta. Sul finire del periodo repubblicano e nei primi secoli dell’Impero continuarono le attenzione per l’agricoltura e numerose furono le iniziative e gli investimenti sulla viticoltura, già indirizzo prevalente negli ordinamenti colturali seguiti in Italia ed in tutti i paesi dominati da Roma. Venne in maggiore misura incrementato il commercio del vino (quello brindisino nelle anfore prodotte in contrada Giancola/BR) in tutto il bacino del Mediterraneo e poi fatto arrivare nei territori conquistati, fino ai confini dell’Impero dove sono stati trovati (in Britannia/Inghilterra e in India) frammenti di tali contenitori con il marchio di appartenenza. Non solo, ma allora Brindisi diventa anche lo scalo marittimo di maggiore importanza per l’Oriente, per la Grecia soprattutto, e città di transito per i collegamenti di natura politico-militare e pure divenuti meta abituale e di moda per una larga fascia di cittadini romani interessati alla loro conoscenza a vario titolo, quali lo studio della cultura greca, la ricerca sulla storia e sui classici del mondo ellenico, la bellezza di un patrimonio artistico unico, la culla di una civiltà considerata madre, a ragione. Tornando ad interessarci della viticoltura, va pure ricordato che la popolazione di allora insediata sulla parte nord del Salento -con buona approssimazione l’intera attuale provincia di Brindisi- era rappresentata dai Messapi, una popolazione progredita anche culturalmente, di sicuro non rozza e non arretrata, che praticava un’agricoltura completa con una maggiore predilezione per la vite ed accompagnata anche da una grande attenzione verso l’olivicoltura, la cerealicoltura e la zootecnia. Nella cultura di questo popolo era forte la presenza di tradizioni e riferimenti al mondo greco, proprio a dimostrazione dei contatti avuti nei periodi storici precedenti e con una certa continuità, poi trasferita alle popolazioni venute dopo. A tale proposito va pure ricordato che del lungo rapporto avuto con Roma, delle numerose testimonianze e monumenti rimasti ed ancora quale riferimento alla vitivinicoltura ed al suo nume tutelare -Bacco/Dioniso- è rimasto l’uso del nome Dionisio attribuito ai nati nella nostra città attraverso i secoli; di sicuro ancora oggi, anche se in maniera ridotta, marginale ma non del tutto scomparso. Infatti, nello stesso centro urbano di Brindisi è situata Piazza Marco Antonio Cavalerio meglio conosciuta e chiamata dai brindisini proprio come Piazza San Dionisio, nella zona compresa tra la Via Lata a sud – Piazza della Vittoria lato Corso Garibaldi a nord, raggiungibile percorrendo Via Pozzo Traiano. L’importanza di Brindisi ebbe una ascesa rapida nell’organizzazione dello Stato Romano ed in seguito all’annessione dei nuovi territori conquistati in Oriente; e ancora, una volta raggiunta una certa sicurezza sull’intero territorio nazionale, soprattutto nel periodo dell’Impero e ad iniziare proprio con Augusto, numerosi sono stati i contatti, la conoscenza diretta, la frequentazione e le testimonianze di letterati e di personalità di rilievo della società romana che di Brindisi hanno celebrato la grandezza in qualcosa che li riguardava a livello personale. 
Tra questi ricordiamo: 

- CATONE IL VECCHIO, “Il CENSORE”, vissuto tra il secondo ed il primo Secolo avanti Cristo e riveniente da una ricca famiglia di agricoltori, è stato il primo a interessarsi ed a scrivere un vero trattato sull’agricoltura romana. Autore dell’opera De Agri Cultura, in cui riporta i risultati dei suoi studi e delle sue conoscenze sulle colture praticate nella sua epoca (ha avuto una vita piuttosto lunga avendo superato i 90 anni !) e nell’intero periodo della Repubblica. Nella sua opera si sofferma a lodare i costumi ed i valori morali dell’agricoltura e di coloro che la esercitano, definisce l’impianto del vigneto come un investimento sicuro e lo pone al primo posto tra le colture agrarie; seguono poi l’orto e il saliceto (la coltura dell’albero di salice, che forniva i legacci verdi per le viti) e le altre colture presenti negli ordinamenti allora seguiti. Ha mostrato anche un certo interesse per l’olivicoltura, soffermandosi sulla conservazione delle olive, sulla qualifica e sull’uso degli oli, sull’attività dei frantoi ipogei e con il termine “trappeto” volle indicare la grande ruota di pietra utilizzata per la molitura e la riduzione in pasta delle olive nel processo di trasformazione che porta all’olio. La parola trappeto in seguito è stata poi usata ad indicare il complesso dei locali destinati a tale processo per la produzione di olio: l’intero frantoio appunto, corrispondente all’attuale nostro “trappitu”. –

VIRGILIO, vissuto nel primo Secolo avanti Cristo e autore delle Bucoliche e delle Georgiche, tanto per restare nel campo dei Grandi della letteratura latina interessata all’agricoltura. Proprio nelle Georgiche si interessa soprattutto della coltivazione dei campi, della cura degli alberi, del bestiame e delle api; l’intera opera risulta essere un omaggio alla natura, piuttosto che un manuale di agricoltura. Virgilio va ricordato e considerato a ragione “brindisino di adozione” e nostro concittadino per l’amore che lo legava a Brindisi, dove è morto e dove soggiornava spesso avendo la propria abitazione sulla piazzetta delle Colonne Romane. In verità quest’ultima -unitamente alla casa di Lenio Flacco- svolgeva la funzione di un aristocratico e frequentato circolo culturale in quanto il poeta era solito invitare ed ospitare amici e letterati che, trovandosi magari nella nostra città pure di passaggio, lo incontravano per amicizia e per salutarlo. Tra questi ultimi ricordiamo Orazio (venuto più volte nella nostra città) e suo cugino Lenio Flacco prima citato che risiedeva pure a Brindisi, Mecenate -il potente segretario e consigliere di Augusto- e lo stesso imperatore. 

- ORAZIO FLACCO, testimone oculare dell’eccellenza del nostro vino in partenza non solo alla volta di Roma ma in tutto l’Impero, coevo di Virgilio e a questi legato da profonda amicizia. Lo stesso Orazio lo racconta in occasione di un suo viaggio Roma-Brindisi fatto in compagnia di Mecenate, di Virgilio e di alti funzionari dello Stato diretti nella nostra città per trattare la pace tra Ottaviano/Augusto ed Antonio. Ospite di Virgilio, proprio dalla casa di quest’ultimo e affacciandosi sul porto ha potuto assistere alla presenza -sul molo ai piedi delle colonne romane- di lunghe file di asini con il carico di anfore di vino rivenienti dalle nostre campagne e dall’entroterra, pronte ad essere caricate sulle navi in attesa nel porto e poi dirette verso Roma ed i vari porti del Mediterraneo.

 - COLUMELLA, vissuto nel corso del primo Secolo dopo Cristo, agronomo e scrittore di un ragguardevole e completo trattato -il De Re Rustica-, da sempre l’opera più importante sull’agricoltura romana e sulle colture agrarie allora conosciute e praticate. Nella stessa opera l’autore affronta il tema dell’attività agricola nella sua interezza, della sua importanza vista sotto i diversi aspetti (economici, sociali, di sviluppo, ecc.) e in maggiore misura la sua parte scientifica -le scienze agrarie- con ampi riferimenti alle caratteristiche botaniche delle piante che rappresentano le colture agrarie soprattutto, con la enunciazione dei principi tecnici che stanno alla base dei processi agricoli, con il considerare i possibili parassiti e la lotta per combatterli. Trattando le tecniche di coltivazione delle varie colture e più specificamente della vite, della stessa ha evidenziato le varietà di uva ed i vitigni presenti nelle varie regioni dell’Impero, i sistemi di conduzione e di allevamento adottati con particolare riferimento alla potatura, alle strutture sulle quali venivano appoggiati i capi a frutto e la vegetazione, indicando i materiali utilizzati come sostegno e rappresentati da pali di legno o anche da alberi vivi come nelle “viti maritate”, già in uso presso gli Etruschi ancora prima dei Romani. Columella aveva una formazione scientifica come ricercatore della natura, 19 alla quale poi sommava una grande esperienza propria diretta/partecipativa e acquisita sulla conduzione dei fondi, riveniente anche dalla sua famiglia in quanto proprietari di grandi aziende agricole. E’ universalmente riconosciuto come il Padre delle Scienze agrarie ed il primo agronomo della storia. In possesso di una grande cultura sul mondo greco, sulla storia di Roma e dell’intera penisola ed erudito sulle opere di coloro che lo avevano preceduto mostrando interesse per l’agricoltura (gli storici classici), aveva una grande dimestichezza e conoscenza della viticoltura del Salento, avendolo visitato e percorso in più occasioni. E’ morto a Taranto. Interessandosi del nostro vino e della conduzione dei nostri vigneti, ha attribuito ai nostri viticoltori il merito dell’uso corretto e sapiente del falcetto (una piccola falce, la roncola, in dialetto la ronca (vedi nota 1 a pié di pagina, ndr) nelle operazioni di potatura, avendo mostrato -con l’utilizzo di tale attrezzo- un grande rispetto per la struttura, la produttività e la durata della vita utile dei ceppi e dell’intero vigneto. Tanto mi è sembrato opportuno dover aggiungere a quanto riportato nello scritto del Dott. Michele Miraglia, che ringrazio per l’interesse da sempre mostrato verso Brindisi e, naturalmente, per avermi coinvolto in questa sua passeggiata agricola. Ringrazio altresì la Redazione di Brindisireport per la grande attenzione rivolta ai fatti che riguardano la nostra Città e, nel chiudere, mi auguro di aver trattato in modo chiaro un tema per sua natura ampio e complesso, apportando ulteriori notizie ed argomenti per eventuali approfondimenti. Colgo l’occasione per esprimere saluti e cordialità, accompagnati anche da tanta serenità e buona salute in questi momenti difficili, ancora alla Redazione e ai Lettori di Brindisireport e, certamente non ultimi, alla nostra Città e a tutti i Brindisini con l’augurio di tempi migliori e tante cose belle. 

---------

Note

Ronca - Attrezzo con lama ricurva non molto lunga, talmente affilata da poter tagliare e anche suturare (in perfetta analogia con il bisturi chirurgico!) i vasi linfatici presenti sulla superfice interessata dal taglio. Utilizzato a Brindisi da sempre nel governo del vigneto e proprio sull’apparato produttivo dei ceppi per la scelta dei tralci e delle branche giovani da indirizzare alla produzione della nuova annata agraria, unitamente alla eliminazione dei capi a frutto già utilizzati e del legno vecchio dell’annata decorsa. Sin dai primi secoli e fino a pochi anni fa (attualmente è quasi scomparso nell’uso e rimane in alcuni detti dialettali) la roncola ha accompagnato la figura del potatore, in particolare quello di vecchia scuola. Posizionata/infilata nella parte posteriore della cinghia, dietro e sul fondo spalla del potatore, ha anche caratterizzato e permesso di valutare tale figura per la sua maestria, dovuta al fatto che non tutti erano capaci e portati ad usarla a causa dell’esperienza e della precisione richieste. Il suo uso comportava sempre grande pericolosità e attenzione nel dover rispettare l’incolumità della persona, soprattutto delle gambe, delle ginocchia e pure fino alla parte bassa/ai piedi, nel corso delle operazioni di potatura. 20

Si parla di

Approfondimenti su vitivinicoltura e doc nel Salento

BrindisiReport è in caricamento