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Redazione BrindisiReport

La storica batosta inflitta dai Brindisini ai Tarantini

Nel VI secolo a.C., dopo aver colonizzato Taranto, i Parteni tentarono di conquistare anche la terra di Calabria (attuale Salento), ma i nostri concittadini dell’epoca respinsero l’invasore. Nella ricostruzione storica di Nazareno Valente, anche la vicenda del cruento assalto a Carbina (nei pressi dell'attuale Carovigno)

I Parteni, anche se non troppo considerati dai propri concittadini, erano comunque delle vere e proprie macchine da guerra. Agirono pertanto con rapidità, tanto che la colonia di Taranto è ricordata tra quelle fondate in tempi record. Con un’azione fulminea e travolgente riuscirono infatti a conquistare una vasta estensione di territorio sfruttabile sia per la zona sacra, che era il nucleo essenziale perché facilmente difendibile («ἀκρόπολις», akròpolis), sia come centro abitativo («ἄστυ», àsty), sia infine come cintura periferica posta al di fuori delle mura da destinare alle coltivazioni («χώρα», chora). Come già detto, furono certo aiutati da circostanze favorevoli ma dovettero con ogni probabilità godere pure di qualche forma di collaborazione da parte di locali defezionisti. Ed è proprio l’estesa zona periferica a farlo intuire. Immancabilmente i coloni ricreavano nei nuovi stanziamenti gli stessi modelli di vita delle città di provenienza. Così a Taranto i Parteni destinarono a sé stessi il ruolo di padroni, quello, tanto per capirci, assunto a Sparta dagli Spartiati, con l’intento di dedicarsi esclusivamente alle attività che davano allora le maggiori soddisfazioni (politica e guerra) e di lasciare ad altri il lavoro ritenuto sporco (coltivare la terra o le occupazioni di fatica). 

Prima puntata: chi erano i "Figli delle vergini"

Seconda puntata: quando la Pizia donò la terra dei Brindisini

La politica discriminatoria dei colonizzatori

Analogamente a quanto avveniva a Sparta, dove a queste ultime faccende ci dovevano pensare i Perieci e, in condizione del tutto servili, gli Iloti, ci si attrezzò per creare nella colonia categorie sociali simili da sfruttare per gli stessi scopi. Magari si usarono altre denominazioni ma, nella sostanza, si attribuì il ruolo di Perieci a quei Calabri che, piuttosto di morire o di essere ridotti in schiavitù, avevano preferito collaborare. Costoro, pur non godendo della cittadinanza, fruirono di una qualche libertà civile e furono stanziati nelle zone periferiche, dove furono loro assegnati gli appezzamenti di terreno che componevano gli agglomerati rurali tipici delle zone di confine. Gli irriducibili, vale a dire i nativi che avevano combattuto sino allo stremo, senza però perire in battaglia, furono resi schiavi pubblici, riproducendo così nella colonia il fenomeno dell’ilotismo. 

Sebbene a Taranto l’esistenza di qualcosa di analogo ai Perieci è solo intuibile dal vasto territorio circostante alla colonia, quella degli Iloti, per quanto mai citata — forse per non turbare la visione romantica che si assegna in genere alla colonia spartana — è più che certa. Lo si percepisce dalla forma verbale «kolabrίzesthai» (κολαβρίζεσθαι), derivante dal coronimo Kalabrìa della gente a cui era stata strappata la terra, il cui uso è attestato nel senso di «essere trattato da calabro» che, come evidenziato dallo storico Giuseppe Nenci, era anche sinonimo di «essere trattato come uno schiavo» (G. Nenci, Коλавріzeσθαι, (Vet. Test., Job, 5, 4), in «Annuari della Scuola Normale Superiore di Pisa», XII 1, Pisa 1982, p. 4). In pratica, per gli invasori greci, i termini “calabro” e “schiavo” erano interscambiabili e ciò, in definitiva, fa risaltare la condizione ed il trattamento servile subito dai Calabri del Salento presi prigionieri. 

Taranto greca-2

I Tarantini coniarono inoltre tutta una serie di locuzioni denigratorie basate sempre sul termine Kalabrìa. Si ebbero così neologismi tipo: kolabròs («kολαβρός»), con cui indicavano un porcellino assegnandogli di fatto il significato della voce choirìdion («χοιρίδιον»), usata nel mondo greco per additare al disprezzo le popolazioni dedite alla pastorizia, e kalábrops («καλάβροψ») per denominare il bastone del porcaro. Tutte manifestazioni evidenti d’una presunta superiorità razziale nei confronti degli indigeni. Il che lascia intendere che nei riguardi dei nativi furono praticati gli stessi feroci rituali condotti in patria nei riguardi degli Iloti. E, in conclusione, d’una vera e propria riduzione ad una forma estrema di sottomissione dei precedenti abitanti della zona conquistata.

Malgrado questi eccessi, comuni in molte colonie, la conquista di nuove terre veniva vissuta dai Greci come legittima e, in un certo senso, obbligatoria perché conseguente alla volontà di Apollo Pitico, quindi d’un dio, cui non si poteva che dare obbedienza. In una concezione ellenocentrica, tanto simile all’ideologia delle crociate oppure a quella eurocentrica su cui si fondò il moderno colonialismo, spacciabile anch’essa come affermazione d’una presunta cultura superiore. Pertanto, così come avvenne nella colonizzazione avutasi nel continente americano, è possibile riscontrare in quella greca aspetti epici (si pensi all’epopea del Far-West) contrapposti a quelli riconducibili al “buon selvaggio” (tipo, l’ultimo dei Mohicani). La fondazione di Taranto, nel corso della quale i Parteni s’insediarono da conquistatori cacciando con la forza o rendendo schiavi chi vi abitava, rientra nella versione epico-eroica della colonizzazione. Quella – che è banale ricordare – veniva al contrario vissuta nella maniera più traumatica da parte di chi la conquista era costretto a subirla.

La reazione dei Brindisini

Dopo i primi momenti di smarrimento, i Calabri di Brindisi reagirono adattandosi alla nuova situazione. Gli insediamenti, prima sparpagliati, si concentrarono sino a creare una cintura di postazioni fortificate che andavano da Manduria a Muro Tenente, passando per Oria. A quel punto le mire espansionistiche dei Parteni trovarono un ostacolo invalicabile. Tutti i successivi tentativi compiuti per arrivare sino a Brindisi, dall’altra parte dell’istmo, risultarono vani. Anzi a volte si risolsero in vere e proprie disfatte.

Ad una prima fase, in cui i conquistatori avevano rotto ogni argine e s’erano impossessati di vaste zone dei possedimenti brindisini, fece seguito un periodo di stasi che perdurò sino alla conquista romana del Salento. Pure per gli scafati e spregiudicati Parteni i Brindisini costituirono un osso invero duro da masticare, sicché con il tempo le rispettive zone d’influenza finirono per cristallizzarsi.

Sebbene presentasse anch’essa motivi d’interesse per la narrazione, abbiamo sinora un po’ trascurato la testimonianza di Pompeo Trogo, storico vissuto tra il I secolo a.C. ed I secolo d.C. e la cui opera, come già riportato, c’è pervenuta in un compendio di Giustino. In tale epitome è infatti riportato che i Parteni avevano occupato la rocca di Taranto («occupata arce Tarentinorum»), dopo aver scacciato gli antichi abitanti che s’erano rifugiati a Brindisi («quo expulsi sedibus suis veteres Tarentini concesserant»). Con ciò avvalorando la tesi che, alla venuta dei Parteni, c’era un presidio brindisino sul promontorio posto sull’attuale Città Vecchia, in quanto, come riportato da Strabone, la colonia tarantina era stata fondata su precedenti terreni in possesso di Brindisi.

Questa preziosa documentazione era stata per il momento accantonata per trattare in maniera unitaria la parte più consistente del riassunto di Giustino, imperniato più sulle ultime imprese compiute dal fondatore di Taranto, vale a dire da Falanto. Il quale, come già rilevato, con i suoi comportamenti spesso contraddittori, rappresentava un vero e proprio rebus sia per i suoi contemporanei, sia per gli storici, incapaci agli effetti pratici di inquadrarlo. Sicché non desta stupore che, pure quando le acque s’erano calmate, egli abbia voluto rendersi protagonista di altre azioni inaspettate.

Falanto, una figura difficile da decifrare

Come già preannunciato, differendo da tutti gli altri autori sin qui considerati, Giustino fa sapere che i Parteni erano andati alla ricerca d’una terra in cui vivere per loro libera scelta e che, pertanto, non c’era stata congiura né conseguente costrizione. A trent’anni «per timore della miseria — infatti nessuno di loro aveva un padre al cui patrimonio potevano sperare di succedere» avevano scelto spontaneamente di migrare facendosi guidare da Falanto. Alla lunga, però, questo rapporto s’era andato deteriorando e, proprio nel momento in cui Taranto si avviava ad assumere un ruolo di rilievo in Magna Grecia, grossi dissapori incominciarono ad emergere tra i suoi cittadini. Giustino parla apertamente di una sedizione intrapresa appunto da Falanto e finita in un insuccesso, tanto da indurre i Tarantini a decidere di liberarsi del loro condottiero, divenuto a quel punto un personaggio troppo scomodo per la polis. Stabilirono difatti che i suoi crimini meritavano il massimo della pena e lo mandarono senza tanti complimenti in esilio («per seditionem in exilium proturbatus»).

Falanto inganna i Brindisini

Ad accogliere l’esule furono i Brindisini che, messi da parte i dissidi passati, lo trattarono quasi fosse stato uno dei loro migliori amici colmandolo di attenzioni. Addirittura, quando morì «lo onorarono con una magnifica sepoltura», come ci fa sapere il geografo Strabone. Forse però, sotto sotto, c’era un motivo per tutta questa benevolenza e ce lo svela appunto Giustino. Quand’era infatti sul punto di morire, Falanto aveva raccomandato ai suoi benefattori di raccogliere le sue ossa e le sue ceneri e di spargerle segretamente nel foro tarantino. Il solito Apollo Delfico l’aveva preavvertito che questo era l’unico mezzo per i Brindisini di ritornare in possesso delle terre perdute. Almeno così egli raccontò ed i suoi interlocutori, pensando che lo spartiate avesse svelato il responso dell’oracolo per vendicarsi dei suoi concittadini, lo considerarono degno di fede e, non si sa con quale marchingegno, riuscirono ad accedere nell’agorà di Taranto dove eseguirono minuziosamente le sue disposizioni.  

Non avrebbero potuto fare niente di peggio. Non era per gratitudine, o per favorirli, che Falanto aveva messo i Brindisini a parte del vaticinio ricevuto, ma per tramare a loro danno consumando in tal modo il suo ultimo inganno. In effetti il responso divino era di ben diverso tenore ed anzi le cose stavano in una maniera del tutto diversa: la procedura da lui consigliata non avrebbe permesso ai Brindisini di rientrare in possesso delle proprie terre ma, all’opposto, avrebbe garantito ai Tarantini di rimanere in eterno proprietari dei possedimenti conquistati. Per i Greci era un punto di merito superare gli altri in furbizia e Falanto dimostrò sino all’ultimo questa sua, allora apprezzata, prerogativa. 

Come dire che i Calabri di Brindisi, troppo creduloni, furono gli artefici delle proprie disgrazie e, a causa del consiglio fraudolento dell’esule, persero per sempre il possesso dei territori tarantini. Ne trassero naturalmente beneficio i Parteni che, venuti a conoscenza dei fatti, ringraziarono e si affrettarono a rivalutare la figura del loro ecista accordandogli onori divini. Ai brindisini, oltre al danno, restarono pure le beffe. Se qualcuno pensa che il darsi la zappa sui piedi sia una consuetudine in cui incorriamo solo noi brindisini moderni, dovrà con ogni probabilità ricredersi. C’è motivo per ritenere che è abitudine d’antica origine.

La colonizzazione in generale

Con la legittimazione del tempio delfico, e con la spada in pugno, gli Elleni conquistarono nuove terre e fondarono nuove città nelle contrade del sud d’Italia. Di nuovo in effetti c’era poco, e si trattava piuttosto di sostituzione dell’elemento indigeno con quello greco. Ma era un avvicendamento voluto da Apollo che sanciva la validità e la correttezza dell’impresa con tutto quello che ne conseguiva: soprusi, stragi, schiavizzazioni. Una istituzione religiosa — il santuario di Delfi — finì pertanto per gestire i viaggi della speranza di chi era indesiderato in patria, con un’attività in apparenza umanitaria che favoriva chi viveva uno stato di disagio ma che, nella sostanza, mascherava scopi molto meno nobili, visto che di fatto faceva il gioco delle aristocrazie cittadine che simili emarginazioni avevano creato e, soprattutto, alimentava il proprio potere politico. 

Prosperò così la colonizzazione greca che servì in genere a risolvere i conflitti interni mandando altrove le fasce meno attrezzate. Il tutto a danno dei barbari che, pure quand’erano dalla parte del giusto, avevano il torto di non avere l’appoggio degli dèi che davvero contano. Per questo ogni loro reazione era ingiustificata, essendo contraria al volere divino che imponeva l’egemonia greca. In effetti questo avveniva in linea generale ma non lo fu nel particolare per i nostri antichi concittadini. Contingenze, che non è qui il caso d’indagare, misero i Calabri di Brindisi in una condizione di privilegio rispetto a tutti gli altri barbari che ebbero a che fare con l’acculturazione (forzata) ellenica.

La tracotanza dei Parteni

Avremo modo di esaminarlo nel dettaglio in un’altra occasione, qui ci soffermeremo solo a rilevare che, per una serie di circostanze favorevoli, i Brindisini e tutti i loro consanguinei della Calabria — come allora era chiamato l’attuale Salento — erano per certi versi considerati da alcuni Elleni dei lontani parenti (o almeno questo voleva far credere certa propaganda), a somiglianza di quanto accadeva per i ben più famosi Etruschi.

Uno dei motivi che giocò a loro favore possiamo svelarlo sin d’adesso: i Parteni, loro tradizionali nemici, oltre ad essere poco accetti a Sparta, non godevano di grandi simpatie neppure in Magna Grecia tra gli altri loro connazionali. È almeno questa l’impressione che si trae, ad esempio, dal fatto che, persino ai tempi in cui le colonie greche s’erano alleate (lega Italiota), la presenza tarantina era mal sopportata, oppure che i Siracusani, pur di stessa stirpe dorica, avevano evitato per secoli di avere rapporti con loro. Agli effetti pratici, pochi erano disposti a schierarsi dalla loro parte, tant’è che, nei momenti di maggior bisogno, erano sovente lasciati soli e costretti ad assoldare, a caro prezzo, generali ed eserciti dalla madre patria per far fronte alle situazioni d’un certo peso. Ed anche in questi casi, tali prezzolate alleanze avevano vita breve e finivano per sfociare in aperti contrasti. In definitiva facevano fatica ad intessere buone relazioni e, dal momento che l’atteggiamento ostile nei loro confronti era alquanto diffuso, si è portati a credere che fosse diretta conseguenza del loro cattivo carattere che li spingeva spesso ad essere troppo eccessivi nelle loro manifestazioni. 

Ed è proprio questa violazione costante della regola della misura, vale a dire dei limiti che, per le convinzioni del tempo, ogni essere doveva porsi nel rapporto con gli altri, e con le divinità in particolare, a costituire la loro peggiore caratteristica. Per l’opinione pubblica d’allora, era anzi una vera e propria colpa. Addirittura il vizio capitale per eccellenza a cui era stato dato un nome specifico, la hỳbris («ὕβρις») — ovverossia la tracotanza che emerge dalla propria potenza o dalla fortuna goduta e che invoglia a sopravvalutare le proprie possibilità, sino a prevaricare il volere divino — oltre che accomunarlo ad immagini simboliche. Come quelle di Prometeo o di Aracne, ma forse meglio esemplificate nel mito di Icaro che, incurante dei limiti posti dagli dèi ed orgoglioso dei propri poteri, aveva voluto librarsi in volo nel cielo, compiendo un’azione impossibile per un uomo e pagando con la vita questa sua insolenza. 

Hỳbris che è alla base d’un frammento di Clearco (IV secolo a.C. – III secolo a.C.) trasmessoci da Ateneo, che narra la distruzione della città calabra di Carbina da parte dei Tarantini. Clearco, trattando di un altro vizio capitale, la tryphé («τρυφή»), ovvero la mollezza di chi si dà al lusso sfrenato, fa sapere che i Tarantini esageravano in tali pratiche arrivando addirittura «a depilarsi l’intera superficie del corpo, e di questa depilazione fecero da maestri ad altri popoli», usanza questa che, a detta di Teopompo,  (IV secolo a.C.), avevano appreso proprio dai nostri corregionali («μαθόντες παρὰ ... Μεσαπίων») che, in quanto a lussuria, parrebbe non scherzassero neppure loro. Non contenti i Tarantini precorrevano i tempi indossando fini vesti trasparenti, come poi divenne uso tra le fanciulle, e questa loro mollezza li portò infine a diventare tracotanti. Come dire che un vizio (la tryphé) li fece cadere in un peccato ancor peggiore, e questa loro arroganza fu causa del gesto empio che commisero quando espugnarono la città di Carbina. Carbina che gli storici sono quasi tutti concordi nel collocare nell’entroterra prossimo all’attuale località di Carovigno.

Il sacrilegio commesso dai Parteni

Ebbene, Clearco narra che, devastata la città, i Tarantini raccolsero le fanciulle ed i fanciulli nel fiore degli anni nei templi carbinati e li esposero nudi agli occhi, ma pure alle voglie, di tutti. Sicché, chiunque ne avesse avuto il desiderio, poteva fare di quei poveri corpi ciò che meglio credeva, a suo libero piacimento. Tra quelli che videro quelle scene raccapriccianti c’erano anche gli dèi che se ne adirarono. In tale misura da fulminare coloro che si erano resi colpevoli di quel misfatto e da indurre le autorità tarantine a far esporre, anche a distanza di secoli da quando i fatti erano accaduti, dinanzi alle porte delle case di chi aveva partecipato a quella spedizione un numero di stele pari a coloro che Zeus Kataibates (il fulminatore) aveva appunto fulminato.

L'assalto a Carbina-2

Il fatto in sé è per certi versi eccezionale, perché i Greci erano poco propensi a parlare delle proprie malefatte e precisa allo stesso tempo che i Tarantini dovevano aver superato ogni comune limite della decenza, se l’episodio era stato in un qualche modo ricordato e divulgato. Proprio per quella, che si potrebbe chiamare omertà del vincitore, è già tanto che l’evento abbia trovato limitata sponda in disquisizioni filosofiche con intonazione moralizzatrice. Di conseguenza, di là da queste scarne notizie fornite da Clearco, su quanto accaduto a Carbina non si sa altro. Rimane così un fatto senza data, sconnesso dagli altri avvenimenti, e, come tale, di difficile collocazione in un contesto storico corretto. In particolare non ci sono appigli per comprendere le motivazioni che invogliarono i Tarantini ad intraprendere una spedizione che li portò nel cuore del territorio dei Brindisini. 

In merito si può solo formulare qualche ipotesi. Per il periodo, sarei propenso a credere che si tratti del VI secolo a.C. ampiamente avanzato; per il movente, penso che la sortita dei Tarantini fosse fine a sé stessa: una prova di forza per mettere in apprensione il campo nemico e, più di tutto, avere una ghiotta occasione per procurarsi schiavi. Nulla di più. Una spedizione con più ampio respiro, non avrebbe lasciato alle proprie spalle le fortezze tra Manduria e Muro Tenente intatte, con il rischio, alla lunga, di trovarsi intrappolati tra Brindisi e quelle località. Ed è quindi evidente che l’obiettivo non era quello di spostare ad est i confini dei propri domini, quanto piuttosto di incunearsi da nord, dove le terre brindisine, confinando con quelle dei Peuceti, erano molto meno salvaguardate e più facilmente perforabili, al solo fine di conseguire quei vantaggi ricavabili da una razzia impiantata in grande stile. Razzie che con ogni probabilità dovevano essere talmente usuali da non destare l’interesse di eventuali lettori. In tale ambito, merita d’essere ricordata una circostanza in genere taciuta: il Salento in quel periodo era riccamente popolato e, per questo motivo, molto frequentato dai raid dei razziatori epiroti e dei Tarantini, sempre alla ricerca di manovalanza a basso prezzo.

Se le malefatte venivano bellamente accantonate, ancor maggiore dimenticanza i Greci mostravano per le sconfitte subite, in particolare se riguardava guerre condotte contro i barbari. In questi contesti, nei resoconti d’allora, peraltro tutti di lingua greca, gli Elleni risultano immancabilmente invincibili. C’è qualche isolata eccezione e quella che fa più spicco riguarda proprio il famoso «bàrbaros pòlemos» («βάρβαρος πόλεμος»), vale a dire il conflitto che coinvolse Taranto contro i “barbari” di Brindisi per il controllo dell’attuale Salento.

La più grande strage di Greci

Sono Erodoto e Diodoro a ricordare la solenne batosta subita dai Tarantini per mano dei nostri antichi concittadini, coadiuvati nella circostanza da contingenti alleati. La fonte da cui attingono i due storici è Antioco di Siracusa (V secolo a.C.), le cui “Storie” — andate per nostra sfortuna perdute, tranne sporadici frammenti — risultavano fondamentali per ricostruire la storia delle colonie greche della Magna Grecia sino alla fondazione di Eraclea (432 a.C.). Non a caso le poche notizie del bàrbaros pòlemos giunte sino a noi sono debitrici alla sua opera, unica fonte organica conosciuta sull’argomento. 

Dei due autori è Diodoro a soffermarsi più sui dettagli, mentre Erodoto mette più in risalto gli aspetti di maggior rilievo. Per questo ci appoggeremo ad entrambi, intervallandoli in modo da trarre una narrazione scorrevole e, allo stesso tempo, garante dell’interpretazione data ai fatti dai due storici. Racconta Diodoro che, al tempo in cui Menone era arconte ad Atene (come dire tra il 473 ed il 472 a.C.), scoppiò in Italia un conflitto tra Taranto e gli Iapigi, etnico generico per indicare senza alcun dubbio i Brindisini, considerato che il motivo del contendere erano dispute di confine sorte con ogni probabilità nella zona tra Manduria ed Oria. 

Inizialmente, le ostilità trovarono sfogo in scaramucce, sconfinamenti ed in razzie di limitata consistenza: poi, però, si estesero divenendo sempre più cruenti, sino a comportare le prime vittime. Il tono del conflitto si alzò, rendendo l’ostilità sempre più diffusa e tale da indurre i Brindisini a serrare le fila dei consanguinei sallentini ed a cercare alleanze tra i Pedicli (quelli che i Greci chiamavano Peuceti) ed anche tra i Lucani, che i Tarantini s’erano in qualche modo inimicati. Dobbiamo ad Erodoto che come ricordato metteva in evidenza gli aspetti di maggior interesse, la menzione che erano stati i Tarantini ad aver aperto le danze. Citando espressamente Oria e le città limitrofe del brindisino, il turino d’adozione racconta in maniera esplicita che i Tarantini volevano distruggerle e questo aveva originato la del tutto scontata reazione dei Brindisini.  

A dire il vero, Erodoto era filo-brindisino, e quindi sul suo racconto va fatta la necessaria tara, tuttavia, sia pure implicitamente, anche Diodoro dà la stessa interpretazione dei fatti lasciando intendere che erano stati i Tarantini a dare avvio alle scaramucce, sebbene l’allargamento del conflitto fosse conseguenza della decisa reazione dei Brindisini, esasperati dai continui punzecchiamenti e razzie dei Parteni. Comunque sia, i Tarantini, saputo che i loro nemici approntavano un grande esercito – Diodoro parla di ben più di 20.000 uomini («ὑπὲρ τοὺς δισμυρίους») – cercarono di correre ai ripari. Come al solito ebbero difficoltà a trovare alleati ma, in questo caso, riuscirono a convincere almeno i titubanti Reggini, costretti di malavoglia a partecipare alla contesa dal loro reggente Micito. A questo punto i due eserciti si scontrarono in una battaglia campale che, dopo alterne vicende, vide prevalere i Brindisini ed i suoi alleati.

Come avveniva a quei tempi in cui s’adottava la strategia oplitica, le battaglie costavano numerose morti, solo se uno dei due schieramenti cedeva di schianto restando in balìa delle falangi avversarie. Così avvenne in quel lontano giorno: i Tarantini ed i Reggini non ressero l’urto dei Brindisini e dei loro alleati, e l’unica via d’uscita apparve loro la fuga disordinata. Era l’idea peggiore che poteva venire in mente in quelle circostanze, perché era il modo migliore per consegnarsi del tutto indifesi alla mercé degli avversari. 

Iniziò a questo punto la mattanza. I Tarantini fuggirono cercando di riparare nella loro città, inseguiti senza tregua dai Brindisini; lo stesso fecero i Reggini, tampinati senza pietà sino alle soglie delle loro contrade. Alla fine Erodoto fa la conta dei morti: tremila reggini ed ancor più i Tarantini, il cui numero fu talmente alto da non poter neppure essere calcolato. In ogni caso, sempre nelle parole dello storico di Alicarnasso, si trattò d’un grande disastro per i Tarantini e della più grande strage subita sino ad allora dai Greci.

La grave sconfitta ebbe delle inevitabili ripercussioni politiche: a Reggio, Micito fu scacciato in malo modo, essendo stato lui ad aver imposto la nefanda alleanza con i Parteni. A Taranto la sconfitta comportò una radicale modifica del regime costituzionale. Molti dei notabili furono sconfitti ed uccisi dagli Iapigi e questo fece spazio alla democrazia, come ci fa sapere Aristotele. Quindi una sconfitta epocale, che non solo scomodò i maggiori opinionisti dell’antichità ma che servì pure a ridisegnare nuove egemonie nella zona.

I Tarantini ne uscirono molto ridimensionati e, sebbene siano poi riusciti a riprendersi dalla brutta botta, non esercitarono più una grande pressione sui domini brindisini mettendo di fatto da parte ogni futura mira espansionistica. Certo le situazioni di contrasto si ricrearono pure in seguito, e ne sono testimonianza le dediche di due donari tarantini a Delfi, per due vittorie belliche conseguite dai Tarantini sulle popolazioni locali, Il primo, opera di Agelada di Argo, riguardava appunto uno scontro conclusosi favorevolmente contro i Messapi (quindi i Calabri) ed era composto dalle figure bronzee di donne e di cavalli, prede di guerra.

I donari fanno tuttavia parte di un’altra storia, essendo d’epoca successiva a quelle della nostra narrazione. Come successivi sono i fatti che videro Atene promuovere una sua politica occidentale nel meridione d’Italia. Storie queste poco conosciute, ma ugualmente di estremo interesse per le antichità della nostra città e quindi meritevoli di una trattazione a parte. 

Nell’attesa che ciò avvenga, è il caso di preannunciare una chiosa di non poco conto: Ateniesi e Brindisini divennero praticamente amici per la pelle. Forse è questo l’antefatto da cui trae origine quel già citato “occhio di riguardo” che il mondo greco riservava ai nostri antichi concittadini e che, con buona probabilità, ha indotto gli storici del tempo a non stendere un completo velo pietoso sulle malefatte compiute e sulle sconfitte subite dai Parteni. Le amicizie, se influenti, servono sempre a qualcosa. A volte, anche a non far dirottare troppo la verità storica.

(3 – fine)

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