Sabato, 23 Ottobre 2021
Economia

Come si può far decollare l'agricoltura brindisina, dopo i gravi errori del passato

Spesso mi sono domandato come mai le grandi potenzialità del vasto territorio di Brindisi siano rimaste in gran parte inutilizzate, nonostante le favorevoli condizioni di base, giacitura pianeggiante e buona fertilità originaria dei terreni, indicassero tale realtà come ideale per un remunerativo esercizio dell'attività agricola

Leggendo l'articolo di Carmine Dipietrangelo, dedicato all'agricoltura di Brindisi, confesso di essere rimasto contagiato dall'aria che trasmette, "un ritorno alla terra", e dalla buona volontà dimostrata nell'indicare le strade per un possibile rilancio del settore primario, quale componente importante per la crescita economica e sociale della realtà brindisina. Spesso mi sono domandato come mai le grandi potenzialità del vasto territorio di Brindisi siano rimaste in gran parte inutilizzate, nonostante le favorevoli condizioni di base, giacitura pianeggiante e buona fertilità originaria dei terreni, indicassero tale realtà come ideale per un remunerativo esercizio dell'attività agricola.  Le ragioni sono molte, ma mi limito ad indicarne una, importante, che affonda le radici nel passato: il deficit di spirito imprenditoriale dei titolari delle grandi aziende agricole disseminate nel territorio, da quando in gran parte esso era investito a vigneto ad alberello.

Il tipo di conduzione prescelto era, allora, la colonia parziaria, consistente nella suddivisione delle grandi proprietà in tanti piccoli appezzamenti, intorno ad un ettaro, concessi per la coltivazione ed in molti casi anche per l'impianto dei vigneti, ad altrettanti coltivatori o coloni, sui quali veniva scaricato, a vantaggio della rendita fondiaria, tutto il peso delle gravose operazioni colturali,  compensato dalla metà del prodotto nella fase di raccolta delle uve. 

Nel periodo di massima espansione del vigneto, durante la seconda metà del secolo scorso, "la fame di terra" dovuta all'esuberanza di forza lavoro bracciantile aveva spinto moltitudini di lavoratori agricoli, provenienti dai paesi confinanti, a richiedere e detenere appezzamenti di terreno a colonia fin nel cuore del territorio brindisino.  Risultato di quegli "sconfinamenti" era la riduzione effettiva della superficie dell'agro comunale posseduta dai coltivatori brindisini , ragione per cui tutte le iniziative, sindacali o di produzione, che riguardavano il territorio, finivano per coinvolgere anche i lavoratori agricoli dei paesi vicini.

Fin dal secondo dopoguerra memorabili lotte ed iniziative, nei comuni interessati e nelle assemblee elettive, furono condotte dalle organizzazioni sindacali, "in primis" la Cgil, e professionali agricole, la benemerita Alleanza dei Contadini, e dai partiti della sinistra, soprattutto dal Pci, per la realizzazione nelle campagne di più equi rapporti contrattuali che, oltre a migliorare la remunerazione del lavoro colonico con una più adeguata ripartizione del prodotto, liberassero le energie innovative, di coloni ed affittuari, compresse dalla proprietà assenteista.

Importante risultato di quella stagione di lotte fu l'approvazione da parte del Parlamento nazionale della legge n.11 del 1971, che introdusse una nuova disciplina dell'affitto dei fondi rustici: per l'applicazione di quella legge il Pci, in particolare, si impegnò con molteplici iniziative, riuscendo ad ottenere apprezzabili risultati.

Ad emblema della portata riformatrice di quella legge vorrei citare il caso, molto istruttivo, della azienda agricola "Pezzaviva" di Torre S. Susanna, ora dei fratelli Greco, figli dell'affittuario originario.  Questi, avvalendosi delle disposizioni contenute nella legge, ottenne all'epoca la riduzione a proporzioni eque dell'esorbitante canone d'affitto ed a eliminare le regalie in natura, di stampo medievale, che si usava corrispondere alla proprietà, potendosi dedicare proficuamente alla trasformazione dell'azienda di 71 ettari, a carattere estensivo, agro-pastorale.

I passi successivi, compiuti dai tre fratelli, furono l'acquisizione in proprietà dell'azienda e l'attuazione di una serie di profonde modifiche e migliorie nell'assetto produttivo, tali da far diventare l'azienda ad indirizzo prevalente zootecnico, ma con molteplici attività connesse, tra le più importanti dell'intero Salento. Attualmente il complesso aziendale si estende su circa 280 ettari e dà lavoro stabile e reddito a circa 50 unità ( rispetto a qualche unità iniziale ), impegnate nei lavori dei campi e delle stalle, nella preparazione di latticini e formaggi nel caseificio aziendale e nella lavorazione e conservazione in appositi contenitori per la vendita al dettaglio degli ortaggi tipici salentini.

Inoltre, l'azienda dispone di una cantina e di un oleificio per la trasformazione dei prodotti aziendali, mentre per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico, essa si è dotata sia di un impianto di biogas per la produzione, principalmente dalle deiezioni animali, di energia rinnovabile, sia di attrezzature per il fotovoltaico, collocate sui tetti dei fabbricati rurali, così da conseguire l'autonomia energetica.

La chiave del successo ottenuto sono racchiuse in una formula vincente, la riunione in un unico soggetto imprenditoriale delle diverse fasi della filiera agricola, produzione, trasformazione e vendita diretta dei prodotti aziendali negli spacci di proprietà sparsi in alcuni comuni della provincia ed a Brindisi. Mi sono dilungato nella esposizione di questo caso per evidenziare come inventiva e capacità imprenditoriali possano rendere l'agricoltura importante fonte di reddito e di occupazione.

Tornando ai patti agrari: dopo estenuanti battaglie, finalmente, nel 1982,  fu varata la legge n.203 di conversione in affitto dei contratti i colonia parziaria, ma essa trovò scarsa applicazione nella realtà brindisina, sia perché nel frattempo i coloni si erano in gran parte ritirati dall'attività lavorativa per l'età avanzata raggiunta, sia perché la progressiva crisi di mercato delle produzioni vitivinicole del Mezzogiorno, dovuta al mancato sbocco delle stesse nei mercati tradizionali del Nord Italia ed europei, rendeva sempre meno conveniente la coltivazione dei vigneti.

Furono quelli gli anni in cui le cantine sociali proliferate in zona, assolsero alla importante funzione di ammassare nei depositi il vino invenduto per avviarlo alla distillazione agevolata, ma quelle misure risultarono insufficienti ad arrestare la crisi del settore, manifestatasi con i primi abbandoni della coltura. I consistenti premi comunitari all'estirpazione dei vigneti, nel frattempo intervenuti, allo scopo di favorire la riduzione del potenziale vitivinicolo, soprattutto nelle regioni del Sud, produssero l'effetto, in particolare a Brindisi, di eliminare in pochi anni oltre diecimila ettari di vigneto, la maggior parte degli esistenti sul territorio.

Le conseguenze furono la forte caduta della occupazione agricola, come se una grandissima fabbrica (verde) avesse cessato l'attività, gettando sul lastrico migliaia di lavoratori; la chiusura degli stabilimenti vinicoli di Brindisi, successivamente demoliti per lasciare spazio ai suoli venduti lucrosamente come edificatori; la scomparsa in città delle tradizioni popolari legate alla produzione vitivinicola.

In quei frangenti, i titolari delle grandi aziende agricole, dimostrando scarse capacità imprenditoriali, che del resto era vano attendersi da chi era da sempre vissuto di rendita fondiaria, invece di profittare del pieno possesso dei terreni lasciati liberi dai coloni per utilizzare quei vigneti vecchi, di scarsa resa, ma capaci di produrre vini di eccellentissima qualità, apprezzati dai consumatori, ed in grado di dare profitti, se adeguatamente pubblicizzati ( la Doc Brindisi esisteva già dal 1976 ) e commercializzati nelle comuni confezioni, preferirono accodarsi agli altri, estirpando tutti i vigneti per destinare quei terreni a coltivazioni meno impegnative.

Stessa sorte, la chiusura degli stabilimenti, subirono le cantine sociali, in precedenza oberate dai conferimenti, non sempre di qualità, dei produttori, quando la parola d'ordine nelle campagne era "forzare le produzioni" per ottenere dalle vigne le massima rese per unità di superficie. Si pensava allora che le responsabilità della crisi di mercato dei vini del luogo fosse da addebitarsi alla inidoneità dei vitigni tradizionali  del territorio, Negroamaro, Malvasia nera e Susumaniello, a produrre vini di qualità, adatti per il pronto consumo, e si cercò di ovviare, introducendo nella realtà brindisina, non sempre felicemente, vitigni di diversa provenienza. 

Non si comprese, allora, che il problema non erano i vitigni abituali, ma come questi venivano trattati nelle fasi della coltivazione, trasformazione del prodotto e successiva conservazione ed eventuale invecchiamento del vino. Quella "scoperta" si dimostrò tanto fondata che di lì a qualche anno "calarono" in provincia, acquistando due vaste tenute, a sud di Brindisi ed a Torre S. Susanna, le due più importanti aziende vinicole italiane- Antinori di Firenze  ed il veneto Zonin- attratte dalle qualità superiori dei due vitigni più noti del Salento, il Negroamaro ed il primitivo di Manduria, ben adatti a produrre vini di pregio e non esclusivamente vini "da taglio", come erroneamente si credeva.

Nel clima concitato di generale smobilitazione di allora non tutti cedettero alle lusinghe dei premi alla estirpazione dei vigneti, ritenuti una specie di "buonuscita" dal settore, intuendo che "dopo la tempesta" si sarebbe aperta una nuova fase della vitivinicultura brindisina: alcuni imprenditori agricoli lungimiranti, cito per tutti il titolare delle "Tenute Rubino", andando controcorrente, incrementarono la superficie a vigneto nei terreni posseduti, avvalendosi della consulenza di tecnici di riconosciuta fama nelle fasi di coltivazione e, soprattutto, in quella enologica per la produzione di vini di alta gamma.

Quella scelta si dimostrò vincente, come attestano le numerose aziende vitivinicole, comprese le due cantine sociali sopravvissute-Risveglio agricolo e Brancasi - ora operanti a Brindisi , ben affermatesi sui mercati nazionali ed esteri per la ottima qualità e varietà dei prodotti in campionario. Ho ritenuto riandare con la memoria al recente passato, raccontando brevemente alcune vicende dell'agricoltura brindisina, sia per informare, "da dove veniamo", le giovani leve che iniziano l'attività agricola, sia perché mi sembra utile partire da quanto accaduto per capire "dove andiamo. 

L'articolo di Dipietrangelo offre spunti interessanti ed ampio materiale su cui riflettere: si tratta ora di stimolare l'amministrazione comunale, che da sempre "giace in letargo" sulle questioni agrarie, ad organizzare con sollecitudine iniziative efficaci, chiamando alla partecipazione gli attori principali, Regione, imprenditori agricoli ed industriali del settore, associazioni agricole, sindacati, organi tecnici, esperti, affinché si giunga, dopo puntuale discussione ed attenta valutazione delle scelte da compiere, a prendere impegni precisi per migliorare lo stato dell'agricoltura di Brindisi.

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