Sabato, 25 Settembre 2021
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Monsignor Caliandro si racconta: "I miei 50 anni di sacerdozio"

Intervista al vescovo dell'arcidiocesi di Brindisi-Ostuni: "Da bambino imitavo il sacerdote che veniva in campagna". Oggi l'ordinazione di due nuovi sacerdoti

BRINDISI - Oggi, giovedì 18 marzo, ricorre il cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di monsignor Domenico Caliandro, arcivescovo di Brindisi-Ostuni. Nel pomeriggio odierno, alle 17.30, l’arcivescovo ordinerà nella Cattedrale di Brindisi due nuovi presbiteri, i diaconi Francesco Argese e Vito Paparella. A causa delle attuali limitazioni imposte dalla pandemia, la celebrazione odierna sarà trasmessa in diretta streaming sulla pagina Facebook dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni e in diretta televisiva su Antenna Sud-85. Nella mattinata di ieri BrindisiReport ha incontrato l’arcivescovo Caliandro, ponendogli qualche domanda sugli anni del suo ministero sacerdotale. 

Eccellenza, sono trascorsi cinquanta anni dalla sua ordinazione sacerdotale. Quando ha ricevuto la chiamata al sacerdozio? 

“Io distinguerei due momenti: il momento infantile, che è iniziato proprio da piccolissimo. Imitavo il sacerdote che veniva in campagna. Nella contrada nostra, Casamassima, a Ceglie, c’è una cappella che aveva costruito mio nonno e lui veniva tutte le domeniche a celebrare la messa. Da piccolissimo proprio mi piaceva molto questo, e poi, quando sono arrivato ai sei anni, che ho cominciato a frequentare la parrocchia San Rocco, un prete che era il parroco, don Oronzo, molto amato da noi, da tutta la sua parrocchia, per il suo stile, la sua povertà, la sua vicinanza alla gente. Allora prima l’esempio del passionista che celebrava la Messa e poi questa figura di prete mi affascinava. Quando ho finito le scuole elementari ho chiesto a papà di andare in seminario. Papà non voleva, però poi ha detto: “Va bene, vai, tanto prima o poi torni indietro”.

Domenico Caliandro alla festa di San Teodoro-2

E quindi ho iniziato così. E sono andato avanti, ho fatto le medie, il ginnasio, il liceo. Finito il liceo ho avuto l’opportunità di andare a Roma, al Seminario Romano. Il vescovo aveva fatto la domanda e quindi da Molfetta, dove si diventa preti, per tutta la regione, mi ha spostato al Seminario Romano. Lì, dopo la maturità, il discorso è cambiato. Ecco la seconda fase. Io dicevo sempre: “Diventerai prete? Sì, poi vediamo”, non era un sì completo. Al Seminario Romano, all’inizio del secondo anno, è avvenuto un fatto nella mia vita in cui veramente il Signore mi ha detto: “Adesso mi devi dire o Sì o No”. Ricordo ancora la sera, stavo nella mia stanza, avevamo studiato veramente la persona di Gesù e allora proprio la sera, verso le dieci, non c’era nessuno, un silenzio assoluto, mi sono sentito proprio chiedere questo. E lì ho detto definitivamente: “Si, mi faccio prete”. Quindi non ho detto più: “Sì, poi vediamo”. Ho detto “Sì” e basta. Il Signore ha avuto pazienza con me, che all’inizio sono andato avanti così. Quindi una sera, mi ricordo ancora quasi l’abbraccio di Dio in questa stanza, in questo silenzio e quel “Si” da cui non sono tornato più indietro”. 

In occasione del suo anniversario, come dono simbolico, a nome della diocesi sarà offerta una borsa di studio nel Seminario Romano, dove lei, da giovane, si è preparato a ricevere gli Ordini Sacri. Cosa ha portato degli anni della formazione nel suo ministero? 

“Devo dire grazie ai sacerdoti che hanno preso questa iniziativa. È davvero una cosa bella fornire la borsa di studio per uno che sceglie di farsi sacerdote e che possa fare questo cammino dove l’ho fatto io. Quindi un grazie sincero, grato, vero, a tutti i preti e a tutti coloro che vorranno contribuire a costruire questa borsa di studio. Cosa ho ricevuto io nel cammino di formazione? A Molfetta il lavoro della ricerca, l’impostazione dello studio, il fatto di essere preparati. Un lavoro che è in funzione del comunicare, del capire la persona che ho dinanzi. Uno studio che mi consente di capire la posizione, i problemi delle persone che incontro. Un modo con cui posso entrare a capire il mondo di chi mi viene incontro oppure che io incontro. Nel Seminario Romano il lavoro è stato più profondo. Ho avuto delle persone meravigliose, eravamo un gruppo. A Molfetta eravamo novanta, invece al Seminario Romano eravamo diciannove, presi da tutte le regioni d’Italia. E quindi si è creata una passione: il come diventare prete. Stavamo respirando il Concilio Vaticano II, il cambiamento. Allora si sentiva dentro di noi un bisogno di una risposta nuova, originale, fresca, e questo ci ha preso tutti. Quindi noi siamo riusciti come gruppo, ci siamo impegnati a dirci l’un l’altro come dovrebbe essere il prete del futuro. È stata per noi una ricerca esaltante, si distribuivano i compiti, poi se ne parlava.

Il vesco Domenico Caliandro-2

Una ricerca appassionata di come dovrebbe essere il prete. E poi il Concilio, che aveva dato già degli indirizzi nuovi sulla vita del prete, l’aveva tirato fuori da un ruolo soltanto burocratico, l’aveva portato ad una passione, ad un servizio d’amore, a diventare pastore, ad abbracciare veramente con la propria cura le persone che gli sono affidate. E quindi questo momento bello, esaltante, della vita noi l’abbiamo vissuto in prima persona. E poi questo è stato un regalo reciproco: ci siamo amalgamati, ci siamo sentiti un corpo solo perché, veramente, l’essere prete è scoprire che non si è soli, non si è liberi battitori, ma si è un corpo. Ecco il Seminario Romano questo me l’ha dato. Il presbiterio, l’essere un fratello in mezzo agli altri fratelli, in un certo senso ognuno rappresenta tutti ed è preziosissimo. Ho avuto delle figure bellissime: ho avuto due rettori,  e poi soprattutto quando son diventato prete, i primi quattro anni, mi ha preso per mano il Rettore del Seminario Romano Minore, dove c’era il liceo, in cui sono diventato educatore. I primi quattro anni da prete li ho vissuti con lui. E quindi il messaggio che l’ambiente del Seminario Romano mi ha dato: l’essenzialità del servizio agli altri. E poi l’altro aspetto meraviglioso: l’amore incondizionato a Gesù Cristo, al Papa e alla Madonna, che diventano punti fermi nella vita del prete”. 

Ripercorrendo i cinquant’anni di ministero sacerdotale, quali sono i ricordi più belli che serberà nel suo cuore?

“Anzitutto un’atmosfera, un sentimento che si diffonde in tutto questo spazio di tempo. Dio che mi è stato compagno per cinquant’anni. In cinquant’anni quante cose sono capitate e che cosa emerge? Che Dio mi è stato accanto, mi è stato fedele, non mi ha lasciato solo. È stato poi il punto di partenza della mia vita di prete. Avevo paura di non farcela, di stancarmi, di ripensare, e ho affrontato l’inizio con grande direi paura, però la bellezza la mattina del 18 marzo del’71, quando mi andai a confessare dal mio parroco, che è morto, don Cesare Elli, presentai questa mia difficoltà, la paura: “io non confido nella mia capacità di conservare una fedeltà” e lui mi disse: “Se tu vuoi restare fedele da solo non ci riuscirai mai. Guarda negli occhi Cristo e allora cammina”. Allora mi balenò nella mente quando Pietro dice a Gesù: “lasciami camminare sulle acque”, quando Pietro guarda Gesù, cammina, quando Pietro guarda le acque, affonda. E allora ecco, non si può essere fedeli da soli. La fedeltà è sempre una parola che può essere realizzata in due, due libertà che costruiscono insieme la fedeltà. Quindi la mia fedeltà e gratitudine al Signore. E poi aspetti bellissimi: tanti miracoli che sono avvenuti nella vita delle persone. Una fetta grande dell’inizio, i primi ventidue anni, ero professore di religione al liceo ed è stato un cammino esaltante.

monsignor Domenico Caliandro-3

Abbiamo ancora un rapporto di amore, di affetto con tanti alunni che ho avuto, che ho preso per mano e aiutarli a diventare capaci di leggere nella loro vita un progetto di felicità. Allora pensarlo, cercarlo, trovarlo, e poi rivedersi ogni tanto con queste persone è veramente una cosa meravigliosa. Quella capacità di essere intimi, dove il ragazzo si apriva e raccontava la sua vita.  Accoglierlo come un mistero preziosissimo a saperlo conservare tale nella vita e quest’accompagnamento del prete accanto a queste persone. L’altro aspetto: i primi ventidue anni al liceo, gli ultimi quattordici, oltre al liceo, insegnavo Teologia morale ed Etica Filosofica a Molfetta.  Quindi ho avuto in quattordici anni tanti giovani che sono diventati preti per tutta la regione. Anche quello è stato un ricordo esaltante. E poi ci sono quasi trent’anni di episcopato. Anche qui l’incontro delle comunità.  L’essenza della felicità è nel fare bene il prete, nel fare bene il vescovo, che più o meno è la stessa cosa. Volti, storie che appassionano e che possiamo guardarle con un grande respiro di serenità e di gratitudine”. 

Domani lei ordinerà due nuovi presbiteri. Quanto è importante il ministero sacerdotale e quali gioie e responsabilità comporta?

“Ho voluto proprio questo: io voglio ricordare e benedire il Signore per i 50 anni ordinando due preti. E quindi quasi non voglio una festa per me, voglio una festa per tutti i preti e la sofferenza che ho è che non possono venire tutti, perché sono 130 tra i preti della diocesi. Quindi verrà soltanto una piccola rappresentanza. Immettermi in mezzo ai miei preti e ringraziare il Signore per il dono del presbiterato, del presbitero, è questo il compito che io voglio dare a questa festa che facciamo, ecco perché nascono due preti. Non c’è una forma più bella di onorare, di cantare la gratitudine al Signore che con l’ordinazione di due preti, Dio ci dona due preti. Qual è la bellezza del prete? È qualcosa che passa attraverso la vita nostra. Le persone si realizzano con i compiti, le cose che fanno, la famiglia, i figli. Ecco noi abbiamo un servizio gratuito di amore alle persone. Qual è l’essenza del servizio? Che nascono accanto a noi dei figli di Dio, delle persone che scoprono l’amore di Dio e credono, lo accolgono. Il nostro compito è proprio questo: di presentare Gesù nella vita nostra, nelle parole che diciamo, attingiamo alla Paola di Dio perché tocchi il cuore e soprattutto le persone si convincano che sono amate da Dio e credano a questo amore e si opera nella vita delle persone un miracolo. Da persone schiave del peccato diventano liberi, diventano persone che cantano l’essere dei figli di Dio, la dignità, il valore, la bellezza della vita. Allora essere tramiti di questa nascita, di questa figliolanza di Dio è il compito del presbitero, cioè colui che ricorda all’uomo ciò per cui è chiamato ad essere. Allora è questo il compito del prete. E poi la crescita, il curarli, portare avanti questa relazione con il Signore nella vita di ogni persona che il Signore ci affida”. 

Come si svolgeranno i riti della Settimana Santa?

“Ecco quest’anno con la pandemia, tutto ciò che si faceva fuori, la Via Crucis, le Palme, la piccola processione, non si può fare. Si faranno soltanto all’interno della chiesa tutti i riti, eccetto quello che richiede il toccare le mani delle persone, questo non si può fare, però le cose all’interno della chiesa le possiamo fare conservando però le distanze, ciò che l’orientamento del governo ci dice di fare. Saremo fedelissimi. Ma anche per l’Ordinazione stessa, perché non possiamo accogliere nella Cattedrale tutte le persone che vogliono venire, saranno contingentate a quelle che la Cattedrale può accogliere. Non saranno mai più di 200, ma anche creando la distanza tra l’uno e l’altra, le mascherine. Anche nella Settimana Santa noi adotteremo gli stessi regolamenti”. 

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