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Borsci, anche Banca Carime rimuove l’ipoteca: gruppo Casale sempre più vicino al concordato

TARANTO – Cadono le ipoteche: congelati così i debiti verso i due maggiori creditori. La cessione della Borsci ora è davvero a un passo. Due le ipoteche destinate ad essere rimosse: la prima conseguenza dei debiti maturati nei confronti dell’Agenzia delle Dogane (che vanta circa 1,7 milioni di arretrato dall’azienda in liquidazione) e la seconda derivante dalle insolvenze in piedi con la Banca Carime (per oltre 600mila euro). Per evitare che il concordato (strumento che consentirebbe di evitare la dichiarazione di fallimento) possa saltare a causa delle ipoteche sospese, l’Ufficio legale delle Dogane di Taranto aveva proposto che, fermo restando i crediti vantati da Dogane e banca, le ipoteche stesse fossero rimosse per favorire l’operazione di cessione e la ripresa produttiva della Borsci.

TARANTO - Cadono le ipoteche: congelati così i debiti verso i due maggiori creditori. La cessione della Borsci ora è davvero a un passo. Due le ipoteche destinate ad essere rimosse: la prima conseguenza dei debiti maturati nei confronti dell'Agenzia delle Dogane (che vanta circa 1,7 milioni di arretrato dall'azienda in liquidazione) e la seconda derivante dalle insolvenze in piedi con la Banca Carime (per oltre 600mila euro). Per evitare che il concordato (strumento che consentirebbe di evitare la dichiarazione di fallimento) possa saltare a causa delle ipoteche sospese, l'Ufficio legale delle Dogane di Taranto aveva proposto che, fermo restando i crediti vantati da Dogane e banca, le ipoteche stesse fossero rimosse per favorire l'operazione di cessione e la ripresa produttiva della Borsci.

A tale fine l'Agenzia delle Dogane si dichiarava disponibile a ordinare ad Equitalia (società incaricata alla riscossione fiscale da parte dell'ente) di rimuovere l'ipoteca, purché facesse altrettanto anche il secondo creditore di peso, ossia l'istituto di credito (Banca Carime Spa). I crediti vantati sarebbero poi recuperati in sede di concordato. E proprio nella mattinata di ieri Banca Carime ha comunicato formalmente le proprie decisioni, disponendo la rimozione dell'ipoteca.

Rimossi gli ostacoli più evidenti, appare ora in discesa la strada verso il concordato, sul quale l'assemblea dei creditori dovrà esprimersi definitivamente il prossimo 12 novembre. In gioco l'operazione salvataggio avviata dal gruppo guidato dall'imprenditore ostunese Raffaele Casale. Le voci in corso d'opera relative all'interessamento da parte dei fratelli Paola e Paolo Togni all'acquisto dello stabilimento avevano destato scalpore, alla vigilia della precedente convocazione dell'assemblea dei creditori (poi slittata, appunto, al 12 novembre), creando un certo scompiglio e facendo vacillare il piano di rilancio aziendale avviato dal gruppo Telcom e ratificato dal Tribunale fallimentare.

Le indiscrezioni in merito a una presunta offerta da sei milioni di euro (sostanzialmente il doppio di quella già avanzata dagli stessi Togni nel novembre del 2009) avevano disorientato i creditori. Alle voci però, sino ad oggi, non ha fatto seguito alcuna proposta formale di acquisto da parte dell'azienda marchigiana. Mesi di trattative, di lavoro, di mediazioni, invece, dietro la proposta di concordato da 5 milioni e 200 mila euro che ha consentito al gruppo societario guidato dall'imprenditore ostunese di assumere le redini dello stabilimento e di riavviare, salvaguardando i 26 posti di lavoro, la produzione e la commercializzazione dello storico "elisir".

L'intesa raggiunta nel maggio scorso tra Casale e Egidio Borsci (liquidatore della Ilbi) garantirebbe la copertura totale dei crediti privilegiati (come quello di Equitalia che vanta somme per circa 700mila euro) ed un rimborso del 10% per gli altri. Lo stesso Casale si è impegnato peraltro con le parti sociali a non delocalizzare l'attività di produzione. Ad oggi l'imprenditore ostunese avrebbe investito, nel riavvio della fabbrica, 400.000 euro, rimettendo in moto gli impianti e la rete commerciale. Anche qualora il concordato dovesse saltare, lo stabilimento resterebbe sotto la sua gestione per un altro anno e mezzo, sulla scorta del contratto d'affitto siglato nella scorsa primavera.

Il concordato non è un'asta, ma qualora dovesse essere bocciato dall'assemblea dei creditori, dietro l'angolo ci sarebbe davvero l'incanto. E un nuovo periodo di buio per gli operai, in assenza di concreti piani aziendali, alternativi a quello già varato e ritenuto degno dai Giudici del Tribunale fallimentare di Taranto.

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