Tra dedizione, paura e rabbia: "Noi eroi? Dateci ciò che serve"

Intervista ad un anestesista rianimatore del Perrino di Brindisi: "Incontro alla tempesta a vele spiegate"

BRINDISI - “Non procurateci lavoro che ne abbiamo già ad abundantiam. Aiutateci ad aiutarvi. Siate a un tempo egoisti e altruisti, collaborativi, così come l’evoluzione ci ha selezionati”: Cayenna (nome di fantasia) è un dirigente medico ospedaliero che lavora nella Uoc di Anestesia e rianimazione del Perrino di Brindisi.

“Gli operatori sanitari e gli utenti sono ora più che mai dalla stessa parte della barricata; ora più che mai parte della risposta dipende dagli utenti: i medici chiamano compliance l’adesione dei pazienti ai programmi di prevenzione diagnosi e cura. Aderite alle prescrizioni, rispettate alla lettera la normativa e le disposizioni che limitano la libertà di movimento, lavatevi le mani regolarmente, mantenete le distanze”.

Cayenna salva ogni giorno una vita e al tempo del Covid-19, all’arrivo di un paziente “mi attanaglia il dubbio che possa non riuscire a sopravvivere. Temo per la sua salute. E per la mia e di chi mi sta intorno, naturalmente: potrebbe essere un mio familiare, un mio parente, un mio amico. Comunque è un essere umano che necessita del mio aiuto”.

Cayenna è un uomo abitudinario che la mattina, quando entra nel parcheggio dell’ospedale ferma l’auto sempre allo stesso posto, timbra il cartellino, in questo periodo, “possibilmente ad un marcatempo lontano da aree Covid”, sale al quinto piano dove si cambia, poi prende un ascensore accompagnato dal dubbio che possa essere contaminato e si reca al magazzino di reparto, cercando di ottenere una divisa monouso e Dpi adeguati, almeno per un eventuale primo contatto con pazienti Covid-19.

Poi abbandona il giustificato timore del coronavirus e si concentra sulle procedure da eseguire in reparto. “Prima dell’arrivo della pandemia, la mia vestizione prevedeva semplicemente la classica divisa da medico ospedaliero di area intensiva ossia la tuta verde, zoccoli, cuffietta, mascherina chirurgica, guanti al bisogno. Ora dovrebbe essere tutto diverso”.

Cayenna usa il condizionale perché da quando l’Italia ha dichiarato l’emergenza coronavirus, circa un mese ormai, “noi anestesisti stiamo cercando di ottenere o divise di carta usa e getta o divise anonime da poter inviare a sterilizzare ogni giorno perché alla stipula del contratto a tempo indeterminato questa Asl ci fornisce solo quattro divise individuali, davvero troppo poche per garantire una protezione in più (per operatori e pazienti) in questa situazione”, afferma.

“Ma, naturalmente, è un cambiamento che non riusciamo ad ottenere” sottolinea, mentre continua a non indossare ciò che è d’obbligo al tempo del coronavirus e, anzi, “è difficilissimo riuscire ad avere un congruo numero di Dpi adeguati. A volte ci riesco. A volte è notte e chissà chi ha la chiave e con quali criteri distribuisce i Dpi” prosegue il nostro anestesista rianimatore riflettendo su un generale “clima di rifiuto della retorica degli eroi”.

“Noi rianimatori abbiamo studiato proprio per gestire le emergenze urgenze medico-chirurgiche e sappiamo quanto sia ingrato un lavoro del genere, ma essere trasformati, improvvisamente, da capri espiatori o persone fastidiose fissate con la sicurezza degli ospedali, delle procedure, o da indagati a eroi della Patria, puzza. Puzza di bruciato. Puzza di ipocrisia. Abbiamo sempre dato e sempre daremo il massimo delle nostre possibilità materiali ed intellettuali”.

“Ma c’è un limite contro cui solo noi sembriamo reattivi: questo limite è determinato dall’assoluta disattenzione che ricevono le nostre richieste”. Cayenna prova frustrazione, rabbia e sfiducia verso “chi era al timone e ha lasciato andare l’imbarcazione, col pilota automatico, a vele spiegate incontro alla tempesta. E ora rischiamo che si strappino le vele e si spezzino gli alberi”.

Eppure gli anestesisti rianimatori brindisini, per tempo, avevano rilevato e segnalato i problemi, le esigenze i rischi, con note ufficiali sottoscritte da tutti, sia alla Asl che alla Regione Puglia. Il problema è stato più recentemente ripreso da note alquanto dure di sindacati come la Cgil e la Fials.

Tuttavia nel reparto “noi anestesisti cerchiamo di sublimare questi sentimenti ed emozioni negativi in energia propositiva, solidarietà di gruppo e collaborazione massima. Abbiamo una chat estremamente attiva in cui condividiamo e comunichiamo, quando non possiamo de visu, sentimenti, informazioni, articoli scientifici, protocolli internazionali e nazionali, notizie, comunicazioni ufficiali”.

“Ci aiuta a sostenerci a vicenda e a sostenerci nelle scelte di vita privata, quale l’autoallontanamento dai famigliari stretti, o diagnostico-terapeutiche”. Cayenne va a trovare sporadicamente i genitori, quando consegna la spesa settimanale senza entrare nella loro casa perché la domanda “ma nei giorni in cui abbiamo scoperto la positività al Covid-19 di nostri colleghi, i pazienti erano sicuri o hanno rischiato di rimanere contagiati?” gli frulla continuamente nella testa.

“Non vedo i miei bambini da almeno 15 giorni dato che sono, loro più di noi, confinati nella loro casa dove abitano con la madre: soffro nel non poterli toccare, ma, fortunatamente, esistono videochat e videotelefonate”. Proprio Cayenna che non avrebbe mai pensato di usare lo smartphone così tanto quanto lo utilizza ora, al punto che cerca di spegnerlo per alcune ore al giorno: “Ci sembra di essere i soggetti intervistati da Sherry Turkle che ha studiato questo attaccamento alla tecnologia nel saggio inchiesta ‘Insieme ma soli’”.

“Aderiamo alle regole tutti, per egoismo e altruismo: solo così potremo evitare il contagio nostro e dei nostri congiunti e, dunque, arginare il contagio e ridurre il numero delle persone da assistere. Proteggiamo i nostri parenti soprattutto se anziani e malati: aiutiamoli a non rimanere contagiati”, esorta l’anestesista Cayenna prima di tornare in reparto.

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