Il procuratore De Donno intervistato dagli studenti del "Ferdinando"

La difesa della legalità, la Sacra corona unita, le indagini storiche condotte nel Brindisino e nel Salento

MESAGNE - Gli studenti partecipanti al progetto “Se la gioventù le negherà il consenso…” hanno incontrato e intervistato, il 15 febbraio, il procuratore della Repubblica di Brindisi, Antonio De Donno, alla presenza del presidente del consiglio comunale di Mesagne, Giuseppe Semeraro. Il progetto “Se la gioventù le negherà il consenso…”, proposto dal Comune di Mesagne in collaborazione con l'Associazione "Libera. Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie" alle classi terze dell'IISS Epifanio Ferdinando è iniziato a metà dicembre dello scorso anno e si concluderà a fine maggio.

Il percorso di studio del territorio e dei fenomeni mafiosi è giunto dunque a una tappa fondamentale: l’approfondimento della nascita e dello sviluppo delle mafie in Italia e in particolare nella penisola salentina. Tale incontro è stato organizzato presso l’IISS Epifanio Ferdinando e vi hanno preso parte anche altre classi dell’istituto, tra cui gli alunni coinvolti nel progetto “Marcella torna a casa”.

L’incontro è stato organizzato dagli alunni aderenti al progetto che inizialmente hanno esposto davanti a tutti i ragazzi e i docenti presenti alcune informazioni sul lavoro e sulla carriera del procuratore e hanno illustrato il percorso da essi svolto finora. Successivamente hanno fatto una vera e propria intervista al dott. De Donno con domande che essi stessi hanno preparato in base agli approfondimenti precedenti, che riguardano la nascita e le attività della mafia, ma anche più personali sul lavoro del procuratore. Ecco l’intervista.

Ha mai ricevuto minacce di morte durante la sua carriera?

Posso dire che per 27 anni ho svolto attività di contrasto della criminalità organizzata nel circondario di Lecce, Brindisi e Taranto. In questo periodo la mafia non minaccia, utilizza mezzi più subdoli per ricattare. La mafia cerca di eliminare i magistrati "scomodi" attraverso altri metodi. Ci pedinavano ma non ci siamo tirati indietro. Uno dei metodi più utilizzati oggi è quello del "discredito", ossia screditare il magistrato o il poliziotto in modo da renderlo meno rappresentativo ed efficace nella sua azione attraverso una vera e propria calunnia. La mafia non minaccia direttamente, alla luce del sole, ma utilizza sempre meccanismi subdoli e indiretti. Quindi minacciato direttamente no, tentativi di screditamento sono stati continui e continuano ad esserlo anche adesso.

Come mai ha scelto di svolgere questo lavoro?

La verità è che non si sceglie, purtroppo ci si trova coinvolti in situazioni che è necessario gestire. Ovviamente chi decide di fare il magistrato inquirente o il poliziotto o il carabiniere sa bene che dovrà affrontare situazioni che possono diventare complesse. La mia generazione ha affrontato varie emergenze nazionali, la prima quella del terrorismo, che ho affrontato nel Nord Italia, a Voghera, poi nel Sud quando dal ’91 sono state costituite le Direzioni Distrettuali Antimafia. Inizialmente, mi è stato imposto di far fronte a questi fenomeni.

Durante i primi anni non era facile entrare nelle Direzioni Distrettuali Antimafia, da sottolineare che le prime furono costituite su base volontaria, fummo interpellati per sapere chi voleva entrarci perché era ed è tuttora pericoloso per i magistrati inquirenti, ma nessun magistrato inquirente italiano si tirò indietro. A maggior ragione dopo che ci fu l’attentato di Falcone e Borsellino tutti i magistrati dissero: Adesso ci dovete uccidere tutti!. Quindi non si sceglie, si va avanti perché si è convinti di fare un mestiere importante nell’interesse della collettività.

Quali sono stati i processi e le indagini che l’hanno segnata di più?

Molti. Il caso di Perrone Antonio per esempio, riguarda le indagini di un omicidio di un ventenne, Perrone Daniele, non era mafioso ma fu ucciso ingiustamente perché credevano potesse essere confidente dei carabinieri. Molti in quegli anni sono stati i ragazzini uccisi innocenti dalla mafia, sulla base di sospetti infondati. Le indagini per ritrovare il corpo del ragazzo, comunque, sono state molto difficili: il corpo era in avanzato stato di decomposizione; l’anello che portava al dito fu l’unico segno di riconoscimento che ci permise di identificarlo e così furono assicurati alla giustizia gli autori dell’omicidio.

Negli anni ’90-’95 la mafia si scatenò nell’assalto alle istituzioni e anche all’imprenditoria locale, ci furono molti attentati dinamitardi, molti esercizi commerciali saltarono in aria. Poi ci furono due attentati al tribunale di Lecce, ripetutamente a distanza di 15 giorni, fortunatamente senza vittime. Inoltre la notte del 5 gennaio 1992, sui binari del treno Lecce-Zurigo fu messo un ordigno per vendicare alcuni esponenti dei clan mafiosi che erano stati arrestati. Quello era il treno dei pendolari, pieno di studenti universitari che tornavano nelle sedi universitarie, quindi la mafia voleva realizzare un attentato assolutamente eclatante e fare una strage di ragazzini.

Fortunatamente l’ordigno scoppiò prima del previsto, fece deragliare il treno ma non causò alcuna vittima, solo alcune decine di feriti. Fu una bella soddisfazione, a distanza di un anno, quando tutti, gli autori materiali e i mandanti, di tutti e tre questi attentati, furono arrestati. Dodici persone, tutti esponenti di clan mafiosi, e tra loro vi era anche un ragazzino diciottenne che, decidendo di collaborare con noi, ci confessò, da minorenne, di aver commesso 11 omicidi di mafia.

Perchè è nata la Scu in Puglia?

La SCU, o SACRA CORONA UNITA, nasce nella metà degli anni ’80 per contrastare la mafia non locale che si era insinuata nelle carceri pugliesi. Inizialmente questo territorio era una zona affrancata, ossia non influenzata da esponenti mafiosi e, proprio per questo motivo, era detta “Puglia felix”. All’inizio degli anni ’80 la Camorra di Cutolo tentò di espandersi e creare un’affiliazione camorristica in Puglia. Allora un gruppo di vecchi pregiudicati decise di organizzarsi per contrastare all’interno delle carceri, ma poi anche all’esterno, l’espansione dei cutoliani. Successivamente si sviluppa una vera e propria mafia che vuole imporre, attraverso il potere intimidatorio tipico delle mafie, il controllo delle attività economiche. E mira a controllare 3 settori sostanzialmente: i traffici di droga, i traffici di contrabbando, e in più a imporre le tangenti sulle attività commerciali, soprattutto le discoteche.

Qual è la differenza tra mafia di un tempo e mafia odierna?

Le mafie tradizionali nascono indirettamente attraverso i "camperos", ossia coloro che esercitavano la guardiania, quando i latifondisti avevano bisogno di qualcuno che si occupasse di far rispettare le regole all’interno di queste aziende economiche e, successivamente, riuscirono ad imporsi nei confronti dei latifondisti. Erano veri e propri caporali, ma più che altro erano fiduciari, quelli a cui veniva delegato il rispetto dell’ordine. Quindi una mafia di tipo agricolo che nasce finalizzata alla guardiania e poi si trasforma, acquisendo potere e ricchezze, in mafia imprenditrice.

La SCU invece nasce già come mafia imprenditrice, tanto che la sua vocazione immediata è quella del controllo delle attività economiche. Oggi tutte le mafie sono imprenditrici, i cosiddetti "colletti bianchi", ossia tutti coloro che conoscono la gestione dell’economia moderna e che svolgono attività economiche illegalmente, non rischiando denaro proprio. Quindi la mafia imprenditrice altera il regime della libera concorrenza e conduce al fallimento delle altre aziende.

Quali sono stati i leader della Sacra Corona Unita piu’ influenti e l’esponente piu’ importante della Scu?

Buccarella, Pasimeni, D’Amico, molti sono stati gli esponenti più influenti, ma tutti espressione di una famiglia mafiosa. I padrini della Sacra Corona Unita sono padrini della ‘Ndrangheta calabrese: Bellocco, Pesce. La SCU emula il modello della ‘Ndrangheta, basata su rapporti familiari. Ogni famiglia gestisce un “locale”, ossia un clan che gestisce un paese, una parte di territorio da cui non può uscire perché in ogni paese c’è un clan diverso. Quando parliamo di clan parliamo dei Rogoli, della famiglia Tornese, della famiglia De Tommasi, della famiglia Padovano. Nella SCU, tutte le famiglie si sono riconosciute in un unico leader: Giuseppe Rogoli. Egli è stato un leader carismatico, riconosciuto da tutti come "leader storico".

Perché la seconda generazione di mafiosi si è voluta distaccare dalla prima capeggiata da Giuseppe Rogoli?

Pino Rogoli ha avuto questo ruolo trainante ma le mafie salentine sono state efficacemente contrastate nei maxiprocessi che si sono svolti negli anni ’90 e con la fine dell’Operazione "Primavera" nel 2004. Quando uscì la prima sentenza sull’Operazione "Cerbero", che fu quella che distrusse il contrabbando, ormai il declino della struttura storica della Sacra Corona Unita era evidentissima a tutti. Quindi c’era anche un indebolimento della funzione di leader storico che avevano assunto questi vecchi capi, compreso Pino Rogoli.

A quel punto però si affermano alcuni clan che cominciano a svolgere efficacemente un’attività di reinvestimento dei capitali illeciti. Quindi oggi la mafia storica viene sostituita da una mafia efficiente che non ha bisogno di personaggi carismatici come Pino Rogoli ma che ha necessità di circondarsi di persone che sanno muoversi nell’ambito economico e imprenditoriale. Una profonda trasformazione che però non mette in dubbio che comunque la mafia ha sempre bisogno di identificarsi in un concetto o in una persona che dia una sorta di legittimazione a quello che si sta tuttora facendo, anche quando le condizioni sono cambiate.

Qual è la percezione che i giovani hanno delle mafie?

Si sa che ancora oggi la mafia non è stata del tutto sconfitta e quando un collaboratore di giustizia come Ercole Penna diceva: “non dobbiamo neanche andare a chiedere le tangenti alle persone e agli imprenditori perché per tenerci buoni ce le offrono spontaneamente”, ci dà l’idea come la mafia abbia un potere intimidatorio molto forte. Un fiancheggiamento di tipo culturale, la cultura mafiosa è molto radicata e molto forte. C’è anche un comportamento esteriore che emula il metodo mafioso, come per i bulletti nelle scuole che pensano che il modello di riferimento possa essere quello di affermarsi nella vita attraverso l’intimidazione e la violenza.

Ma noi dobbiamo raccontare il resto della storia, non fermarci alle celebrazioni e alle commemorazioni, non far pensare che la mafia sia qualcosa di invincibile. La mafia ha ucciso alcuni uomini della Stato ma poi, quando lo Stato ha reagito, si è trovata davanti un blocco sociale, investigativo, culturale, politico, giudiziario che ha capovolto i termini della storia. E oggi la mafia è soggiogata e abbiamo bisogno di uno Stato forte perché la mafia può essere sconfitta.

Cosa possiamo fare noi, giovani e meno giovani, contro le mafie?

Dovete attuare quella rivoluzione interiore che risponde all’esigenza di stare dalla parte della legalità, non solo nei convincimenti intimi ma anche nei comportamenti esteriori: la coerenza è fondamentale nella lotta alla mafia. Perché se noi facciamo tanti bei discorsi ma quando tocca a noi chiniamo la testa, non chiediamo aiuto e non denunciamo sostanzialmente abbiamo fatto il gioco della mafia. La mafia deve essere combattuta da tutti, non solo dai magistrati, ma anche dai cittadini, che non devono avere paura, ma essere uniti per combattere. Solo così la mafia potrà essere sconfitta, perché “la mafia ha vinto delle battaglie ma sta perdendo la guerra!”

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