Uccise il padre dopo lite per il telefonino: condannato a 16 anni

Antonio Tafuro, unico imputato: “Difendevo mio fratello, non volevo ucciderlo”. Riconosciuto il vizio parziale di mente. Il pm aveva chiesto l’ergastolo

BRINDISI – Sedici anni di reclusione e cinque presso una residenza per la misura di sicurezza, per Antonio Tafuro, 27 anni, al quale è stato riconosciuto il vizio parziale di mente, in relazione all’omicidio del  padre con una coltellata al petto nel corso di una discussione in cucina, la sera del 4 novembre 2017. Il diverbio partì dal rimprovero del genitore al figlio più piccolo per l’uso del telefonino nelle ore notturne: la luce del display dava fastidio nella camera da letto. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna all’ergastolo, contestando anche l’aggravante dei futili motivi in aggiunta a quella del legame familiare.

La sentenza

La pronuncia di primo grado è del giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Brindisi, Tea Verderosa, di fronte al quale si è svolto il processo con rito abbreviato condizionato alla perizia sulla capacità di intendere e volere, chiesto dalla difesa di Tafuro, affidata all’avvocato Mauro Masiello. 

La sentenza, al netto della riduzione di un terzo della pena per la scelta del rito alternativo al dibattimento, è stata emessa nella tarda mattinata di oggi, 20 novembre 2018. Le motivazioni saranno depositate nel termine di 90 giorni.

Le dichiarazioni spontanee

Il giovane, detenuto in carcere dalla stessa sera in cui avvenne l’omicidio, oggi ha voluto rendere dichiarazioni spontanee, a conferma di quanto sostenne subito dopo l’arresto: “Non volevo uccidere mio padre”, ha detto al gup. “Quella sera ci fu una lite e io intervenni in difesa di mio fratello, il più piccolo”, ha aggiunto precisando il contesto del diverbio.

Tafuro sarebbe intervenuto dopo aver sentito la discussione tra il genitore e il fratello. Discussione che, nella ricostruzione dell’accusa, sarebbe partita quando il padre rimproverò l’altro figlio perché gli dava fastidio la luce del telefonino cellulare la notte, mentre lui cercava di dormire.

La perizia

Per questo, il pubblico ministero aveva contestato l’aggravante dei futili motivi, non riconosciuta dal gup in sentenza. Il giudice, inoltre, ha riconosciuto l’attenuante del vizio parziale di mente prevalente sull’aggravante costituita dall’aver ucciso il genitore. 

Le conclusioni della perizia furono consegnate al giudice in occasione dell’udienza precedente. Secondo il professionista nominato dal gup, il giovane  potrebbe essere ancora socialmente pericoloso, circostanza rilevante sul piano delle esigenze cautelari. 

L’omicidio

La tragedia avvenne nell’abitazione di famiglia, in via Favia, nel rione Cappuccini di Brindisi. L’imputato avrebbe “impugnato con la mano destra un coltello da cucina avente lama monotagliente” e a quel punto avrebbe raggiunto il genitore sferrando “un colpo, con energia tale da far penetrare l’intera lama nel torace” dell’uomo sì da “trapassare la parete ventricolare sinistra sino a ledere il setto interventricolare che provocava a Franco Tafuro un arresto cardio-respiratorio terminale da shock ipovolemico con massivo  emopneumotorace sinistro ed emopericardio che lo portava alla morte in pochi minuti”. Non ci fu nulla da fare. Una sola coltellata venne accertata al medico legale Antonio Carusi, al quale fu conferito incarico per lo svolgimento dell’autopsia.

Tafuro è stato, inoltre, interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante il periodo di esecuzione della pena. Il gup ha sospeso i termini di durata massima della custodia cautelare in carcere, durante la pendenza del termine per il deposito delle motivazione della sentenza.


 

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