Usura, il racconto delle vittime

SAN VITO DEI NORMANNI – L'ufficio dove riceveva i clienti della sua attività di usuraio era il suo vecchio negozio di ferramenta di via Regina Elena angolo via Goldoni. Il denaro prestato e ricevuto veniva scambiato in quell'attività commerciale di materiale per l'edilizia, ferramenta e vernici, da dove ogni giorno passavano tutte le tipologie di persone. I vari debitori erano appuntati su foglietti di carta a volte con le sole iniziali del loro nome e cognome accompagnate da cifre che indicavano l'ammontare del debito.

L'arresto di Francesco Bello

SAN VITO DEI NORMANNI – L'ufficio dove riceveva i clienti della sua attività di usuraio era il suo vecchio negozio di ferramenta di via Regina Elena angolo via Goldoni. Il denaro prestato e ricevuto veniva scambiato in quell'attività commerciale di materiale per l'edilizia, ferramenta e vernici, da dove ogni giorno passavano tutte le tipologie di persone. I vari debitori erano appuntati su foglietti di carta a volte con le sole iniziali del loro nome e cognome accompagnate da cifre che indicavano l'ammontare del debito.

A garanzia della restituzione del prestito custodiva assegni e cambiali in bianco senza data dell'importo pari all'ammontare del debito. Mai minacce verbali a chi non restituiva il denaro in tempo, in alcuni casi si faceva giustizia da solo senza creare troppo clamore: si recava, accompagnato dalla moglie, nelle attività commerciali delle sue vittime e si impossessava di merce (in un caso specifico giocattoli) dell'ammontare della rata del debito che il suo cliente (vittima) aveva contratto.

Un meccanismo perfetto che è andato avanti per almeno vent'anni e che ha ingannato tutti gli organi di controllo del territorio, fino a quando un commerciante, esasperato, nel 2010 ha chiesto l'aiuto dei carabinieri. Fino ad allora mai nessun istituto bancario si era insospettito degli scambi di denaro che ruotavano intorno alla figura di Francesco Bello, lo strozzino sanvitese già arrestato e condannato per usura, un anno fa, finito nuovamente nel mirino dei carabinieri per aver accumulato un patrimonio del valore complessivo di un milione e mezzo di euro, secondo gli investigatori attraverso l'attività illecita.

Francesco Bello, noto in paese come “Ciccio Bello”, sapeva come muoversi nel mondo dell'usura, i suoi clienti non li maltrattava, faceva in modo che il loro debito si trasformasse in vitalizio. Sempre con le buone. C'è, tra le sette vittime ascoltate dai carabinieri della compagnia di San Vito, al comando del capitano Ferruccio Nardacci, chi tra il 1990 e il 1991, ha accumulato un debito nei confronti di Bello di quaranta milioni di lire. “Mensilmente il Bello pretendeva che io corrispondessi interessi pari a 50mila lire per ogni milione di somma prestata che io ho sempre corrisposto puntualmente fino al 2002. Con l'ingresso dell'euro ho corrisposto 50 euro per ogni mille euro fino al novembre del 2006. Nel novembre del 2006 ho incontrato il Bello Francesco per fare il punto della situazione e quindi il conteggio della somma che dovevo restituirgli. In quella occasione diedi al Bello ventimila euro e questi mi fece presente che dovevo ancora restituirgli 19.574 euro quale capitale”.

Tra le sue vittime ci sono imprenditori edili, commercianti, imbianchini, titolari di grosse imprese termoidrauliche, gente a cui la banca ha venduto la casa. C'è anche chi è finito nei guai a causa di “disastri” combinati da direttori di banche: “Nel 1997 il direttore della mia banca combinò dei disastri bancari facendomi trovare in centrale rischi a mia insaputa (ho ancora documentazione che allego) deteriorando in maniera gravissima ogni rapporto con gli istituti di credito. Si può immaginare il seguito”.

“È da quei periodi – raccontava una delle vittime ai carabinieri del capitano Ferruccio Nardacci - che non ce l'ho fatta poiché avevo dipendenti e un'azienda ben avviata. Nel periodo 1998/1999, conoscendolo perchè era mio cliente e talvolta lo ero anch'io, fu lo stesso Bello Francesco a chiedermi se avevo bisogno di liquidità. Ebbi a stralci 35 milioni e 600mila lire. Dicendomi che glieli dava in grossista che trattava vernice. Bisognava però dargli ‘qualcosa’ che era invece il 3 per cento al mese sul capitale. A garanzia diedi degli assegni”.

“Pagavo 550 euro sul capitale, inoltre quando non avevo la possibilità portavo assegni a scadere di miei clienti. Il Bello – raccontò ancora l’imprenditore - detraeva i rinnovi arretrati (550 euro al mese) ed in più si prendeva sempre il 3 per cento degli assegni a scadere per i mesi interessati. Quindi se l'assegno era a tre mesi riprendeva il 3 per cento sull'importo al mese quale ‘provvigione di scambio’. Questo giro è durato dalla fine degli anni '90 sino al 2007”.

“In quei tempi pagavo appena i dipendenti e il materiale quando potevo, omettendo di pagare contributi degli stessi dipendenti, tasse, imposte che furono iscritte a ruolo e portarono l'allora Sesit spa, oggi Equitalia Spa, a mettermi in vendita la casa e il garage: tanto avveniva nel marzo del 2003, purtroppo a causa dello stato di bisogno in cui versavo non avevo potuto nemmeno fare il condono né fiscale né previdenziale ed ero rimasto così in uno stato di prostrazione e di sconforto al limite della sopportazione”, mise a verbale la vittima di Ciccio Bello.

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L'usura, secondo gli investigatori, ha permesso ai coniugi Bello (la moglie si chiama Chiara Maria Passiatore) di acquistare immobili e terreni, riceverli in donazione, donarli e rivenderli. I primi acquisti risalgono al 1965, gli ultimi al 2002. Nel totale il patrimonio accumulato dall’usuraio vale un milione e mezzo di euro. Questa mattina è stato tutto sequestrato preventivamente ai fini della confisca. Dovesse Bello essere ritenuto nuovamente responsabile del reato di usura, i suoi beni serviranno per risarcire le sue vittime.

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