Più caldo, meno Pil: cosa succederà in provincia di Brindisi

Uno studio innovativo sulla relazione tra cambiamenti climatici ed economia. Aumenterà il divario Nord-Sud

I grafici delle variazioni di Pil (da IlSole24Ore)

BRINDISI – Esiste una relazione scientifica tra mutamenti climatici e andamento del prodotto interno lordo, e uno studio presentato recentemente prevede che nel futuro prossimo venturo sarà soprattutto il Mezzogiorno a pagare il prezzo più alto di un eventuale innalzamento delle temperature, inclusa la provincia di Brindisi. Non si tratta di catastrofismo, ma di calcoli effettuati da una equipe di scienziati: autori dello studio sono Massimo Tavoni e Francesco Bosello della Fondazione Cmcc - Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e co-direttori di Rff-Cmcc European Institute on Economics and the Environment, e Shouro Dasgupta, ricercatore presso il Cmcc Ca’ Foscari.

Lo studio, “Relazione sullo stato della Green Economy 2019”, presentato a Rimini in occasione agli ottavi Stati Generali della Green Economy, stabilisce in 11,5° Celsius la temperatura media ottimale per l’economia italiana, che rende possibile la miglior performance economica. Secondo lo studio, a partire già dal 2050, la fascia costiera tirrenica dalla Toscana alla Sicilia inclusa, la Sardegna, e il resto del Sud esclusa la Basilicata, accuseranno livelli di variazioni di Pil compresi da 0 a -10, in cui le province di Brindisi e Lecce si collocheranno tra le perdite più alte.

Il Sud si allontanerà ancor più dal Nord

La situazione peggiorerà nel 2080, quando il Basso Salento avrà perdite di Pil del 15-18 per cento, e quella di Brindisi tra il 10 e il 15 per cento assieme (per restare alla Puglia) alla provincia di Taranto. Tra le più gravi, anche le previsioni per la provincia di Reggio Calabria e per parte di quella di Ragusa che toccheranno perdite di prodotto interno lordo fino al 20 per cento. Pil attivo invece per le regioni centrali adriatiche, Umbria, fascia appenninica tosco-emiliana, e per quasi tutto il Nord dove il Pil invece crescerà, con punte più alte nel 2080 in Piemonte – Valle d’Osta, e Alto Adige (fino al +60 per cento rispetto ai livelli attuali).

Stagioni sempre più calde-2

Massimo Tavoni, professore del Politecnico di Milano, spiega infatti sull’edizione odierna de IlSole24Ore che “secondo le nostre nuove stime, gli impatti economici previsti per la seconda metà del secolo arrivano all’8,5% di perdita di Pil in Italia. Sono stime di molto superiori a quelle precedenti, che risultavano al massimo nell'1 o 2% di perdita di Pil”. “Gli impatti saranno più accentuati nel Sud Italia - continua Tavoni nell’articolo del quotidiano economico - accentuando ulteriormente la già esistente disparità Nord-Sud: si prevede un aumento della disuguaglianza del 16% nel 2050 e del 61% nel 2080».

Insomma, più caldo vuol dire più guai per l’economia del Sud, dove nelle aree citate prima le temperature medie sono e sarebbero superiori a quella media spartiacque di 11,5°. La metodologia applicata per ottenere queste stime, del tutto innovativa, viene spiegata da Francesco Bosello, direttore della divisione Economic Analysis of Climate Impacts and Policy della Fondazione Cmcc e docente di economia all’Università Statale di Milano, e – detto tra le righe – aiuta meglio a capire le cause della migrazione economica verso l’Europa dalle aree sub-sahariane.

La metodologia applicata alle stime

“È recente la possibilità di utilizzare dati socio-economici su griglia per l’analisi macroeconomica, ovvero per l’analisi di indicatori aggregati di performance economica come può essere il Pil”. La risoluzione spaziale ottenuta, dice Bosello, arriva sino al dettaglio di dieci chilometri, e incrociando i dati reali economici con quelli climatici si riesce a “comprendere la relazione storica tra temperatura e crescita economica a livello di cella geografica, per poi usare le previsioni climatologiche per prevedere quali saranno gli impatti economici in quelle aree nel futuro”.

Così è stato possibile individuare la temperatura media ottimale già citata (non si tratta di alchimie), mettendo a disposizione dei territori una mappa di ciò che li attende sul piano degli andamenti economici se i mutamenti climatici non saranno invertiti. Insomma, per il Sud il riscaldamento globale costituirebbe anche la molla di un arretramento pesante rispetto a quanto si è riusciti ad ottenere sino ad oggi, con la crescita del divario con il Nord, che risulterebbe inesorabilmente accelerato: i segni meno e più allargherebbero velocemente la forbice già esistente, con un prevedibile incremento dei fenomeni migratori, questa volta – e ancora una volta - per gli italiani del Sud.

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