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Estorsione dopo debito per gioco e droga in carcere: 12 indagati

Contestate minacce di morte a un ambulante finito nel vortice delle slot-machine e l’attentato a colpi di Kalashnikov alla ditta Cannone

BRINDISI – La Procura di Brindisi ha confermato tutte le accuse mosse nell’inchiesta Exodus che portò agli arresti il 20 febbraio scorso: dall’estorsione alle minacce di morte nei confronti di un ambulante di Brindisi, finito nel vortice delle slot-machine e costretto a lasciare la città dopo aver accumulato un debito di 80mila euro. Contestati anche lo spaccio di droga in carcere ordinata da detenuti via telefonino e l'attentato a colpi di Kalashnikov alla ditta Cannone.

La conferenza stampa dell'Operazione Exodus-2-2

Gli avvisi di conclusione

Gli avvisi di conclusione sono stati notificati dai finanzieri ad Alessandro Coffa, 35 anni; Alessandro Polito, 37; Alessio Romano 33;  Alioska Lazzoi, 29; Francesco Coffa, 37;  Ilario Vicerè, 22; Nicola Sgura, 29; Pasquale Scotti, 39; Roberto Eros, 20; Roberto Leoci, 42; Teodoro De Matteis 26. Furono tutti tratti in arresto in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi. Nell’inchiesta Exodus venne disposto l’obbligo di dimora nei confronti di Angelo Falcone. Rischiano tutti il processo, nel caso in cui il pm dovesse esercitare l’azione penale e il gup dovesse disporre il rinvio al giudizio del Tribunale.

L’estorsione e le intercettazioni

Fonti di prova, per la Procura, restano le intercettazioni telefoniche e ambientali, autorizzate dopo la denuncia sporta dal padre dell’ambulante di frutta e verdura, titolare di una postazione di vendita al rione Commenda di Brindisi. Raccontò tutto l’8 luglio 2017, riferendo di non riuscire più a pagare 50-100 euro al giorno, somme chieste in prestito nella speranza di riuscire a saldare il debito accumulato dal figlio giocando alle macchinette. Confessò anche che il giovane avrebbe pensato di farla finita, dopo una serie di minacce. L’accusa di estorsione resta confermata nei confronti di: Alessandro Coffa,  Alioscha Lazzoi, Teodoro De Matteis, detto Rino, Angelo Falcone, Nicolò Sgura, Alessio Romano e Roberto Leuci. Gli indagati hanno affrontato l’interrogatorio di garanzia e in quella sede hanno respinto l’addebito negando di aver minacciato, anche di morte, l’ambulante e il padre, per ottenere il pagamento di somme di denaro.

Le minacce

“Maledette slot-machine, mi hanno rovinato, sto a 1.200 chilometri da Brindisi e vivo in un camion. E’ meglio che mi uccido io, prima che lo facciamo quelli”. Questa è la trascrizione di una telefonata tra padre e figlio. In un’occasione uno degli indagati gli aveva chiesto di dargli l’auto e la casa della famiglia, un alloggio popolare. In un’altra la minaccia avrebbe avuto il seguente tenore: “Vado a prendere tuto figlio, ovunque si trovi, lo uccido e mi consegno da solo alla questura”. A seguire una serie di messaggi: “Sappiamo dove si è nascosto, se vogliamo lo andiamo a prendere, ci ha fatto un danno di 30mila euro”. E ancora: “Lo tagliamo a pezzettini e lo mettiamo sul banco”. Da ultimo: “Se entro giovedì non abbiamo risolto niente, vado a prendere tuo figlio e gli faccio vendere un rene”.

Arresti Operazione Exodus 2-2

La vendita delle fedi nuziali

“A causa di questa esposizione debitoria il ragazzo veniva percosso violentemente la sera dell’8 giugno 2017”, si legge nell’ordinanza di arresto. “Siccome non riusciva più a sopportare tale situazione, lo stesso padre gli consigliava di andarsene e per compragli il biglietto del tremo, impegnava le fedi del suo matrimonio”. Non aveva altro. L’11 giugno successivo, il ragazzo parte e lascia al genitore “un foglietto con tutti i debiti contratti, con importi e nominativi dei creditori”.

L’attentato a Cannone

Di fronte alle intercettazioni ambientali, ascoltate nella sua auto, il brindisino Teodoro De Matteis, ha ammesso di aver esploso colpi di kalashnikov contro il portone d’ingresso della ditta Cannone il pomeriggio del 6 gennaio 2018. Ma di fronte al gip che ha firmato l’ordinanza di arresto in carcere, non ha fatto alcun riferimento né al movente, né alla provenienza dell’arma usata, né tanto meno al complice che secondo l’accusa lo avrebbe aiutato nell’azione. L’azione di fuoco venne ripresa interamente dalle telecamere del sistema di videosorveglianza della ditta brindisina e quei filmati, assieme ai dialoghi intercettati subito dopo, costituiscono “gravi indizi di colpevolezza” a carico dell’indagato. De Matteis è accusato di danneggiamento, violenza privata e detenzione e porto di arma da sparo.

Il danneggiamento venne denunciato dal titolare e gli investigatori acquisirono le videoriprese: “Tra le 18,12 e le 18,40 – si legge nell’ordinanza – due persone giungevano in via Nobel a bordo di un motociclo, uno dei quali armato di un fucile del tipo kalashnikov”. Attraverso la grata del cancello carrabile perimetrale “esplodeva un colpo contro il portone del capannone, posizionato di fronte al cancello”. Furono trovati due bossoli: sul fondello c’erano le sigle “13” e 7,62x39”.

Il movente privato

La svolta che ha permesso di risalire a De Matteis, è arrivata nel momento in cui lo stesso ha riferito a un amico quel che era avvenuto: i due erano in auto, la conversazione ritenuta determinante è quella intercettata la sera dell’8 gennaio scorso. “Senza ombra di dubbio l’indagato ha commesso il reato che gli viene contestato, capo di imputazione che consente l’emissione della misura cautelare”, ha scritto il giudice. Quanto al movente, nella ricostruzione fornita dagli investigatori, è stato rubricato come “privato” essendo legato alla volontà di De Matteis di “dare una lezione” a uno dei titolari della ditta Cannone per questioni legate a rapporti personali fra i due, riconducibili a una donna. “La cosa, evidentemente, era insopportabile per l’indagato che decideva di passare alle vie di fatto”, ha scritto il gip.

Ma sul punto l’indagato ha preferito opporre il silenzio. Nessuna indicazione sul complice, vale a dire sull’uomo che quel pomeriggio gli offrì il passaggio sullo scooter.

carcere-2-4

Spaccio di droga in carcere

Quanto, infine, all’accusa di spaccio di droga in carcere, il pm ha confermato tutto sebbene il Riesame sia arrivato a conclusioni differenti per Francesco Coffa e Alessandro Polito. I due brindisini, assieme ad Andrea Romano, sono detenuti in carcere per l’omicidio di Cosimo Tedesco, e rischiano la condanna all’ergastolo anche in Appello dopo la requisitoria del procuratore generale.

I difensori Cinzia Cavallo, Agnese Guido e Massimo Murra in sede di ricorso al Riesame avevano sostenuto che non si trattasse di detenzione ai fini dello spaccio, ma esclusivamente finalizzata al consumo personale dal parte del detenuto nel periodo di tempo in cui i due indagati erano recluso nel carcere di Foggia. E’ nel penitenziario della Capitanata che, secondo l’accusa imbastita dal pubblico ministero, sarebbe emersa la presenza di hashish e cocaina: la droga, stando a quanto contestato nel provvedimento di arresto, in alcuni casi sarebbe riuscita a entrare, essendo stata nascosta in giubbotti, anche per bambini, e scarpe, oppure nel doppiofondo di borse destinate ai detenuti e contenenti indumenti.

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