La città sta ritornando agli anni bui, ma un cambio di marcia è possibile

Le riflessioni dello psicologo Vito Brugnola a seguito dell'attentato incendiario ai danni del parquet e degli spogliatoi del PalaMelfi

Il palazzetto dello Sport “F.Melfi” di via Ruta al quartiere Casale è stato di nuovo colpito e ferito da atti vandalici che hanno bissato quanto accaduto nel 2014 quando, sempre all’interno della stessa struttura, vennero distrutti spogliatoi, bagni e i servizi riservati ai disabili.
La nostra comunità non è nuova a clamorosi atti che distruggono il bene collettivo: gli incendi lungo la litoranea, le discariche abusive in ogni angolo anche del centro storico, lampioni presi di mira da lanci di sassi e monumenti deturpati da scritte oscene, completano il ritratto impietoso di quanto avviene in città da anni.

A volte la matrice di questi episodi è di natura occasionale: ragazzi annoiati al di fuori dalla civiltà che provano piacere nella distruzione di ciò che è gradevole e fonte di felicità per gli altri, altre volte la spiegazione del danneggiamento della res publica esige spiegazioni più articolate che richiamano atti di delinquenza con finalità ben specifiche.

Sebbene ogni individuo è capace ed è nella possibilità di esprimere il proprio libero arbitrio, è anche vero che la società e la comunità trasmettono valori specifici e regolamenti entro cui attenersi, pena l’esclusione sociale e la condanna amministrativa e/o penale. Ma perché in questa città è difficile far rispettare ogni più sensata norma ed atteggiamenti distruttivi si svolgono con un’innaturale semplicità?
Lo psicologo Mead, nel lontano 1956 enunciò che il Sé di una persona si forma attraverso i legami che l’individuo instaura con i propri simili, facendo esperienze ed interpretando diversi ruoli. Il Sé viene quindi a configurarsi come l’insieme delle percezioni che un individuo ha circa l’esito delle proprie azioni e circa le reazioni delle altre persone ai suoi comportamenti. 

Alla base di un Sé distruttivo, quindi, vi sarebbe la percezione dell’opinione altrui, che l’individuo forma durante la propria vita in base anche alle sue esperienze. Quindi, un agglomerato di individui con un proprio codice (costruttivo o distruttivo) trova la sua sopravvivenza solo nel momento in cui il resto della società si esprime in modo ambivalente nei suoi confronti. 

Del resto, la sgradevole sensazione che ci accompagna, nella lettura di queste notizie di cronaca, è che l’impunità regni sovrana in un tessuto sociale che sembra destinano a sussistere all’ombra di ogni intervento sino ad oggi neanche immaginato da chi di dovere.
C’è una parte della nostra comunità che scalpita per potersi esprimere e lotta quotidianamente per elevarsi, complici anche i mezzi di comunicazione che proiettano sui nostri schermi realtà dove la convivenza e la buona politica non sono utopia.

Sarebbe auspicabile che maggiori risorse vengano investite nel controllo e nella repressione dei comportamenti antisociali, iniziando con l’aumento di pattuglie sul territorio e potenziando un sistema di video sorveglianza capillare.In effetti, dopo gli accadimenti di ieri al “F. Melfi”, risulta davvero increscioso e ai limiti della decenza che un capoluogo di provincia non reperisca 30mila euro (così dicono le cronache) per accendere il sistema di video sorveglianza che dovrebbe in ogni caso essere potenziato.

In una città in cui le spese fuori bilancio vengono erogate con estrema spensieratezza, non sarà il caso di utilizzare il buon senso e una ferma ostinazione per il nostro bene, costi quel che costi? Sebbene siamo nel 2017 vi è l’impressione che la città stia intraprendendo un pericoloso ritorno agli anni bui dello scorso secolo, trascinata da uno dei vizi capitali che ci ha sempre caratterizzato: l’ignavia.
Un cambio di marcia è possibile, a patto che ciascuna coscienza decida di agire in discontinuità col passato, accantonando per sempre ciò che ha reso una potenziale città splendida, in un abituè delle peggiori classifiche nazionali.

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