Giovedì, 28 Ottobre 2021
Cronaca

Morta in ospedale dopo due ricoveri: marito e figlia chiedono nuove indagini

Il medico di parte: “Terapia insufficiente perché solo conservativa, maggiore attenzione del nefrologo”. Sei medici sono sotto inchiesta dopo la denuncia sporta dall'avvocato Francesco Monopoli del foro di Brindisi

BRINDISI – Chiedono una proroga delle indagini per una nuova perizia il marito e la figlia della donna brindisina morta dopo due ricoveri in ospedale, dopo che il consulente di parte ha ritenuto "insufficiente e non adeguata al quadro clinico la terapia seguita", sollevando "dubbi sull’intervento del nefrologo". Sei sono i medici del nosocomio di Manduria, dove è avvento il decesso, sotto inchiesta per omicidio colposo.

I dubbi sollevati dalla famiglia

avv francesco monopoli-4Gli interrogativi sono stati evidenziati dall’avvocato Francesco Monopoli del foro di Brindisi (nella foto accanto) , in nome e per conto dei parenti della donna brindisina, al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Taranto nella richiesta di opposizione all’archiviazione avanzata dal pubblico ministero. Aveva 64 anni, si spenta nell’ospedale di Manduria dove il marito l’aveva accompagnata per forti dolori all’addome. Era originaria di San Pancrazio Salentino, dove viveva con la sua famiglia e stando a quanto si legge nella denuncia presentata dal penalista, mai prima di allora, la donna era stata ricoverata in ospedale e mai aveva sofferto di patologie.

La denuncia

Il penalista aveva anche chiesto la riesumazione della salma, oltre al sequestro delle cartelle cliniche, ritenendo il disseppellimento necessario per accertare la causa della morte. Perché nel certificato rilasciato al marito, secondo quanto sostenuto dal legale, risulterebbero tre cause distinte: occlusione intestinale, insufficienza renale e shock cardiogeno. La paziente non venne sottoposta a intervento chirurgico e per questo nella denuncia la domanda ricorrente è stata la seguente: se fosse stata sottoposta a operazione, sarebbe ancora viva? In altri termini, poteva essere salvata?

Il medico nominato dal pubblico ministero

Secondo il medico nominato dal pm Maria Grazia Anastasia della Procura di Taranto, competente per territorio, “la causa del decesso è da ravvisare in uno shock cardiogeno per pseudo occlusione intestinale, in paziente con insufficienza renale cronica riacutizzata”.

“E’ stato giudicato corretto l’approccio dei sanitari che ebbero in cura la donna in relazione al primo accesso al pronto soccorso dell’ospedale di Manduria il 18 aprile 2016”. “Al momento delle dimissioni, il 27 aprile successivo, invero la situazione si era risolta e le condizioni della donna erano buone. Dopo anche giorno, il 3 maggio, la donna era stata nuovamente ricoverata in ospedale, a Manduria, per una riacutizzazione della insufficienza renale con annessa anuria. Le condizioni erano rapidamente peggiorate, sino  all’exitus. Vani i tentativi di rianimazione”.

Il medico nominato dall'avvocato

Di diverso avviso il medico legale di parte, Stefania Concetta Bello, docente all'Università di Foggia, nominato dall’avvocato Monopoli. Nella relazione la professionista ha scritto che “non veniva assolutamente riscontrata dai sanitari della struttura di Manduria la totale  anuria associata ad acidosi, tant’è che la diagnosi formulata era “insufficienza renale cronica riacutizzata, anuria”. Tale elemento, “avrebbe dovuto destare una maggiore attenzione nel nefrologo chiamato in consulenza, il quale però optò per una terapia medica conservativa con reintegro di bicarbonati e sodio mediante.

Secondo il penalista occorrerà quindi chiarire “se, nell’ipotesi in cui il nefrologo avesse dato maggiore attenzione al dato clinico, quale tipo di azione conseguente avrebbe potuto porre in essere lo stesso medico e se eventualmente la  medesima avrebbe potuto evitare l’evento morte della donna”.

Il compromesso quadro clinico – secondo la docente dell’Ateneo di Foggia - imponeva una terapia dialitica quanto più tempestiva possibile”. Dubbi, inoltre, sono stati sollevati dalla dottoressa Bello in ordine alla “inidoneità della gestione cardiologica della paziente”: “se fosse stata più congrua e tempestiva avrebbe reso meno probabile l’evento morte”, si legge nella relazione. La valutazione spetta al gup nell’udienza fissata in primavera.

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