Giovedì, 21 Ottobre 2021
Cronaca

Processo Borromeo, dopo i pentiti spunta un nuovo teste per l’accusa

Il pm della Dda chiede l'ascolto del brindisino che partecipò al bando per il box di fiori al cimitero: agli atti un documento a sua firma. Era stato inizialmente citato dalla difesa che poi aveva rinunciato. L'imputato risponde di tentata estorsione mafiosa

BRINDISI – C’è un nuovo testimone che il pm della Dda vuole ascoltare nel processo per tentata estorsione mafiosa, in cui sono imputati Donato Borromeo, la compagna, il fratello maggiore e un amico: è il brindisino che partecipò al bando indetto dal Comune di Brindisi  per l’assegnazione di uno dei due box di fiori al cimitero. A suo nome risulta esserci un documento consegnato dallo stesso Borromeo in fase di indagini, si tratta di persona assolutamente estranea ai fatti.

Donato Borromeo-2-2La richiesta è stata presentata oggi dal sostituto procuratore Alberto Santacatterina al Tribunale di Brindisi che ha autorizzato l’ammissione di nuove prove quando già l’istruttoria dibattimentale era esaurita, affermando che si tratta di acquisizione necessaria.

Di parere opposto, ovviamente, gli avvocati difensori degli imputati e in particolare la penalista Laura Beltrami che assiste Donato Borromeo perché il brindisino era stato inizialmente inserito nella sua lista testi, ma poi vi era stata rinuncia. E di Dell’Atti Borromeo ha parlato nel corso del suo esame. Nel collegio difensivo, anche gli avvocati Daniela D’Amuri, Silvia Franciosa e Donata Perrone.

Il processo ha per oggetto il chiosco di via Ticino, alle spalle del cimitero nuovo di Brindisi, che nella notte del 2 dicembre venne distrutto da un incendio, i cui responsabili sono ad oggi senza nome. L’accusa imbastita dal pm della Dda è stata mossa anche nei confronti di Serena Lorenzo, 27 anni, del fratello maggiore Giovanni Borromeo, 45, nonché di Luca Ferrari, 38, ex dipendente della Monteco ed ex marito della donna ritenuta vittima della richiesta estorsiva, e di Francesco Palma, 36. Tutti e cinque furono arrestati il 14 novembre 2015 nell’ambito dell’inchiesta delegata agli agenti della Digos e ai carabinieri del Nucleo investigativo di Brindisi. Nel frattempo hanno ottenuto i domiciliari.

Sotto processo anche Marco Schirinzi, dipendente delle poste italiane, che rimase a piede libero, accusato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, nonché di falsità ideologica. 

“I cinque, in concorso tra loro” avrebbero compiuto “atti idonei a costringere” la donna “a cedere senza alcun corrispettivo a Donato Borromeo il contratto di concessione dell’immobile e la licenza dell’attività commerciale”. La titolare non si è costituita parte civile nel processo.

Alberto Santacatterina, il pmLo scorso 25 febbraio Borromeo ha reso l’esame professandosi innocente, come ha fatto sin dall’inizio e nel rispondere alle domande del pm Alberto Santacatterina: “Io non sono mai stato affiliato a nessuno, non ho fatto parte di clan”, ha detto. “Ho fatto reati, questo sì, ma solo per me, perché avevo bisogno di soldi e poi è anche successo che sono caduto nella droga. Ma guardi che io non ho incontrato i pentiti Ercole Penna e Francesco Gravina, né tanto meno Tobia Parisi, nome che in quel periodo usciva spesso”, ha aggiunto.

“Conosco da anni Luca Ferrari e la moglie, quando io ho avuto bisogno di aiuto loro ci sono sempre stati. Siccome io sono pregiudicato, ho pensato che mi potessero sequestrare il negozio ecco perché non ho partecipato in prima persona al bando per il box”, ha spiegato. “E poi sia io che Luca avevamo già un lavoro alla Slia (Monteco, la società di nettezza urbana in quel periodo, ndr). Stefania, la moglie di Luca Ferrari aveva una partita Iva e decidemmo di partecipare di comune accordo, ma dottore io pensavo che per il secondo lotto per il quale avevamo presentato offerta, non avessimo vinto. Solo dopo ho saputo che l’avevamo vinto”.

Il convincimento di Borromeo sarebbe legato alle risposte che all’epoca l’imputato sostiene di aver ricevuto dal brindisino oggi citato come teste dal pm: “Lui mi disse che né io né tanto meno il mio avvocato avevamo capito niente e poi aggiunse:’Ve lo scrivo io come sono andate davvero le cose, ho vinto io’. Solo dopo scoprimmo che lui neanche aveva partecipato al bando per chiosco di via Ticino 2”. Quel documento è stato acquisito agli atti del processo.

Borromeo ha anche detto di non essere stato presente al momento dell’apertura delle offerte al Comune: “Ero fuori dalla stanza e lui mi disse che lui si era aggiudicato entrambi i lotti offrendo 500 euro, mentre noi avevamo proposto 300 euro come canone mensile. Solo in questo processo ho capito come andarono davvero le cose, ma all’epoca mi fidai di quello che disse e ancora oggi mica ho capito perché mi ha riferito cose sbagliate”.

Il teste, quindi, avrà modo di riferire sugli stessi fatti. 

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