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Uno dei pizzini sequestrati dalla Dda

Uno dei pizzini sequestrati dalla Dda

Scu, blitz contro il clan dei "Tuturanesi": tre arresti all'alba

Sono partite dal rinvenimento di un pizzino le indagini che stamani hanno portato all'esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Giuseppe Perrone, Raffaele Martena e Cristian Tarantini: "affiliati al clan Buccarella-Campana". Incastrati dai pentiti, Sandro Campana da ultimo

BRINDISI – Sono partite dal rinvenimento di un pizzino nel corso di un precedente blitz le indagini che stamani hanno portato all'esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di tre brindisini ritenuti affiliati alla frangia dei “Tuturanesi" della Sacra corona unita.

Il provvedimento restrittivo, emesso dalla Dda di Lecce, è stato eseguito all’alba dai carabinieri del comando provinciale di Brindisi. Il pizzino era stato sequestrato a carico di uno degli odierni arrestati in occasione di una recente operazione che aveva portato all’arresto di 10 persone per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

Il pizzino sequestrato dalla Dda-3

Le indagini hanno consentito, fra l’altro, di delineare le nuove dinamiche e la struttura del citato sodalizio criminale. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso della conferenza stampa che il Procuratore Capo di Lecce, Cataldo Motta, terrà alle 10.30 odierne presso il Comando Provinciale Carabinieri di Brindisi.

Gli arrestati e il retroscena. Gli indagati, destinatari dei provvedimenti di arresto sono: di Cristian Tarantino, 28 anni, di San Pietro Vernotico, tornato in libertà lo scorso 16 maggio; Raffaele Martena, 30 anni, di Tuturano e Giuseppe Perrone, 44 anni, di Torchiarolo,e ntrambi detenuti. 

MARTENA Raffaele, Classe 1986-2 I pizzini sono stati trovati nell’auto di Perrone, sottoposta a sequestro il 25 maggio scorso, quando venne arrestato. A scriverli sarebbe stato Martena (nella foto). Praticamente una confessione in pieno sugli attuali assetti del gruppo non più e non solo specializzato nel traffico di droga, accusa mossa in passato ai tre, ma diventato a tutti gli effetti mafioso essendoci state affiliazioni alla Scu.

L’accusa che oggi ha portato in carcere i tre è espressione del “416-bis” “per aver fatto parte dell’associazione di tipo mafioso chiamata Sacra Corona Unita e in particolare della frangia tuturanese”, vale a dire quella “facente storicamente capo a Salvatore Buccarella e Giuseppe Rogoli”, tornata alla ribalta per mano di “Francesco Campana e di Raffaele Renna, alias Puffo, quest’ultimo tirato in ballo dall’ultimo pentito della Scu, Sandro Campana, fratello di Francesco, che è allo stesso tempo il primo del gruppo dei tuturanesi ad aver deciso di passare dalla parte dello Stato e ad avere ottenuto proprio di recente il riconoscimento in termini di attendibilità. La patente di credibilità è arrivata dalla Corte d’Assise del Tribunale di Brindisi, a conclusione del processo sugli omicidi a marchio Scu.

I collaboratori di giustizia, ritenuti già credibile e per questo non solo ammessi al programma di protezione ma anche condannati con sconti di pena, sono Ercole Penna e Francesco Gravina, alias il Gabibbo, entrambi del clan cosiddetto dei mesagnesi riconducibile ad Antonio Vitali, Massimo Pasimeni e Daniele Vicientino.

I verbali resi di recente da Sandro Campana Francesco Gravina sono confluiti nell’ordinanza di arresto per Martena, Tarantino e Perrone, diventando “fonti di prova” sull’appartenenza al sodalizio mafioso, che in passato era stata anticipata in termini di vicinanza e non già di formale affiliazione da Fabio Fornaro, alias la Belva, quando consegnò alla Dda i nomi dei fornitori e chiamò in correità Barabba, poi da Davide Tafuro e Giuseppe Passaseo.

Ai collaboratori brindisini, si sono aggiunti quelli leccesi: Alessandro Verardi e Gioele Greco, le cui dichiarazioni, per lo meno a stralci, erano già confluite nel provvedimento di arresto a carico di Perrone, accusato di essere al vertice di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di coca nella zona del Brindisino. Il 25 maggio scorso è stato tratto in arresto sotto la voce Last Act, ed è nel momento in cui i carabinieri hanno proceduto con le perquisizioni che sono venuti a galla i “pizzini”, il cui contenuto – così come – è stato eletto dal pm della Dda Alberto Santacatterina – conferma i sospetti della Procura e le accuse mosse dai pentiti.

Il ruolo di vertice è stato contestato a Martena “affiliato sin dal 2006 a Lorenzo De Giorgi e Mimo Cafueri”, il primo condannato per l’omicidio di Santino Vantaggiato a Bar, in Montenegro in concorso con Vito Di Emidio e Giuseppe Giordano, il secondo pestato in carcere il 21 febbraio 2016  dallo stesso Martena che in seguito è passato con “Raffaele Renna, alias Puffo”. Dal 2015 sarebbe stato “organizzatore e dirigente della Scu”, con riferimento al “locale aperto a Tuturano”, ossia il gruppo di Buccarella-Rogoli-Campana.

Giuseppe Perrone-3Perrone (nella foto), invece, sarebbe stato “referente con affiliazione a Giordano”, alias Aiace, arrestato nel 2013 dopo la latitanza di un anno, espressione del gruppo nella piazza di Torchiarolo. Tarantino è ritenuto “affiliato a Renna, esecutore all’esterno degli ordini di questi” e si scopre che il ragazzo dal “16 maggio 2016” sarebbe stato “il rappresentante in libertà di Raffaele Martena, del quale seguiva ordini e comunicava la volontà di assumere il comando dell’associazione”.

Tarantino una volta rimesso in libertà aveva l’obbligo di soggiorno e secondo il gip che ha firmato per l’arresto, nel momento in cui fosse stata diffusa la notizia del ritrovamento dei “pizzini” e del contenuto degli scritti, avrebbe potuto darsi alla latitanza per sottrarsi all’arresto. Pericolo di fuga concreto e attuale, quindi, alla base delle esigenze cautelari.

Su Martena ci sono tre condanne definitive: 16 anni di reclusione per narcotraffico, dal 17 ottobre 2014; 15 anni per gli stessi reati, dal 17 ottobre 2013, e ancora quattro anni e venti giorni più 21mila euro di multa per spaccio.

TARANTINO CRISTIAN-2Tarantino (nella foto) è stato condannato dal gup di Lecce, il 5 marzo 2015, a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa, come referente di Renna a San Pietro Vernotico, e per narcotraffico. La misura cautelare è stata dichiarata “inefficace con provvedimento del Tribunale della libertà il 14 aprile 2015 essendo i reati già contestati con altra ordinanza”, quella relativa al blitz Cinemastore, per i quali è stato condannato a cinque anni e 22mila euro, confermata in Appello. Tarantino era comunque detenuto per espiare la pena definitiva a sei anni e sei mesi con l’accusa di estorsione, espiata la quale è tornato in libertà il 16 maggio.

Libero è rimasto meno di due mesi.

articolo aggiornato alle 13.50

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